La magnifica compagnia Thierrée-Chaplin propone in debutto assoluto, il suo nuovo percorso narrativo che, attraverso la ritrovata artigianalità del teatro, la sua poesia e quella di interpreti d’eccezione, allontana gli spettatori, attoniti ed emozionati, dalla realtà… e dall’impeccabile, quanto illusoria e artefatta, modernità multimediale-tecnologica.

Come dichiarato dalla stessa Victoria Chaplin, l’imperversare del multimediale e delle nuove avvenieristiche tecnologie di cui oggi si può disporre, strumenti che promettono onnipotenza, che sembrano rendere possibile qualunque cosa, ha in realtà depauperato il teatro. Per sua natura lo spettacolo dal vivo si basa su una comunicazione concreta, sullo scambio di energie palpitanti, ha un’essenza artigianale, che rende le messinscene mai uguali a sé stesse, mutevoli quanto fallaci. L’introduzione di infallibili strumenti tecnologici che fanno sfoggio di sé stessi, spesso lo spoglia della fascinazione, lo impoverisce, lo appiattisce… lo omologa, per utilizzare un termine oggi abusato.
La magia dell’arte nella sua essenza più pura
La compagnia porta sulle tavole del palcoscenico la magia dell’arte nella sua essenza più pura, che si esprime con poche parole, col trepidante vigore della fisicità tecnicamente impeccabile degli interpreti. La messinscena è un rendez-vous col passato, dal quale parte per riproporre, in una sorta di metateatro familiare, che lo stesso regista-interprete Jean-Baptiste Thierrée definisce mise en abyme familiare (“messa in abisso” familiare), per attraversare la storia della compagnia, dalle origini col Cirque Bonjour ed il Cirque Invisible, ai successi de La Symphonie du Hanneton, fino a Murmures des murs. Ilnastro dei ricordi si svolge in un caleidoscopico succedersi di momenti rubati al passato, in un alternarsi armonioso e artigianale di momenti, a volte anche della durata di un solo istante, che influenzano e modellano la realtà scenica per farne sogno, tanto concreto, vero e trepidante, da lanciare dardi all’anima dello spettatore, donando sussulti al cuore e facendolo talvolta saltare dalle poltrone.
In equilibrato alternarsi di poesia e poetica comicità, la pièce porta in scena l’umano vivere, in tutte le sue sfaccettature e contraddizioni, una realtà che potrebbe appartenere ad ognuno di noi e che assume forme uniche, insolite, dilatando le crepe del proprio vissuto che rendono ognuno di noi unico, prezioso e irripetibile.

I protagonisti
Tutti magnifici gli interpreti, Victoria Thierrée-Chaplin, Jean-Baptiste Thierrée, Aurélia Thierrée, James Thierrée e Lucia Leonardi: tecnicamente impeccabili, emozionali ed emozionanti, coinvolgenti in ognuna delle loro performance che abilmente si trasformano da vorticose a sinuose, da comiche e poetiche, da variopinte a monocrome… o in bianco e nero.
Protagonisti ‘altri’ sono senza dubbio i costumi-macchine che, in continua metamorfosi, sono figli dell’ingegno incontenibile della stessa Victoria Thierrée-Chaplin, come le musiche immersive di Guillaume Duguet ed uno staff tecnico, scheletro invisibile dello spettacolo, che col suo lavoro celato, preciso, capillare e ineccepibile, permette agli attori di dar vita alla fascinazione di questo avvolgente e avvincente incontro con un teatro che, nella sua unicità, è al contempo materico e onirico.
La partitura scenica tra animali fantastici ed echi del passato
Nasce così una partitura scenica insolita con continui cambi di rotta, sterzate sorprendenti quanto avvincenti che fondono fantasia e reale, in un racconto scenico che intreccia circo, teatro e music-hall.
Comici animali-oggetto, pittoresca fauna di specie anomale, violinisti virtuosi che sembrano volare sul palco mentre uno strumento solitario attraversa la scena. Un comò che disvela, aprendo e chiudendo i propri cassetti, una donna s-composta, e che, pezzo dopo pezzo si ricompone in tutta la sua sensualità. Uomini ingoiati da sé stessi che si trasformano in serpenti o in improbabili cammelli. Le due falde di un sipario scarlatto si corteggiano, si amano e si fondono fino a concepire un sipartietto. Le atmosfere da gag di un film muto riecheggiano il Chaplin sopraffatto dagli ingranaggi infernali di “Tempi moderni”… e dopo un attimo sprofondiamo nel regno degli abissi, in fondo al mare, tra meduse giganti ed umanoidi sottomarini.

Uomini strumento e illusionisti sconcertati
Un uomo-strumento, che indossa un costume fatto di calici, bicchieri e attrezzi da cucina, entra tintinnante e comincia la sua comunicazione fatta solo di suoni, che divengono sempre più melodiosi per farsi poi armonia, e per un attimo, in un respiro musicale, sembra riecheggino la nostra “Fenesta vascia”. Va in scena anche l’insonnia, nella sua versione e visione più fantasiosamente e comicamente ossessiva.
A cucire i vari momenti dello spettacolo lo stesso regista James Thierrée, improbabile illusionista che affascina e diverte: lesti i suoi passaggi, che potrebbero sembrare improvvisati, durante i quali si esibisce in comici giochi di prestigio, geniali nella loro essenziale semplicità.
Il tutto in un rimando continuo ai grandi mimi come Jacques Lecoq o Marcel Marceau, ma anche ai Momix, e certamente a divi del cinema muto come Buster Keaton o lo stesso Chaplin.
Un finale di specchi che riflettono anche il pubblico
Lo spettacolo, così com’è iniziato, si chiude con la presenza taciturna di un prisma di specchi, che però nel finale si anima. Le pareti della figura geometrica sembrano vivere di vita propria, e si muovono, si affrontano per poi riconciliarsi, aumentano di numero, si compongono diventando un inquietante labirinto di specchi, nel quale ci si può smarrire tra le immagini di sé stessi rifesse e aberrate! Poi, nei lesti e armoniosi scambi, le lastre argentee cominciano a volteggiare con la leggiadria di danzatori, ruotano come in un vorticoso girotondo, e chiudono la messinscena con una danza festosa e sempre più coinvolgente, in cui si riflettono a vicenda, e riflettono il pubblico attonito, fino a farlo sentire protagonista di quell’universo teatrale che, in fondo, parla di tutti noi.
