“I see no changes” (non vedo nessun cambiamento), così inizia una delle canzoni più significative del rapper newyorkese Tupac Amaru Shakur. Ma il tempo può essere galantuomo e finalmente, trent’anni dopo la notte che cambiò per sempre la storia dell’hip hop, il nome di Makaveli torna al centro di un’aula di tribunale. La giuria di Las Vegas ha dichiarato colpevole Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, per l’omicidio del rapper, ucciso nel settembre del 1996 durante una sparatoria mentre lui era a bordo della sua auto.
Il verdetto è arrivato dopo meno di tre ore di deliberazione, tra il 31 agosto e il 1° settembre 2026.

Davis non è accusato di aver premuto il grilletto. Secondo la ricostruzione dell’accusa, avrebbe organizzato la spedizione punitiva e fornito l’arma utilizzata dall’uomo che si trovava sul sedile posteriore della Cadillac bianca da cui partirono gli spari. Alla base dell’agguato ci sarebbe stata una lite avvenuta poche ore prima in un casinò di Las Vegas, nella quale Tupac e alcuni componenti della sua cerchia avevano aggredito Orlando Anderson, nipote di Davis.
Per i procuratori, una parte decisiva del processo è arrivata dalle parole dello stesso“Keffe D”. Nel corso degli anni aveva raccontato di essere presente nella Cadillac e di aver consegnato la pistola agli altri occupanti. Dichiarazioni rilasciate in interviste, documentari e nel libro pubblicato nel 2019 sono diventate elementi centrali dell’accusa. La difesa ha sostenuto invece che quelle storie fossero state amplificate per ottenere notorietà e guadagno.

La sentenza è prevista per il 13 ottobre e Davis ha già annunciato che farà ricorso. Rimane inoltre senza risposta la domanda su chi abbia materialmente sparato a Tupac, nessun altro degli uomini presenti nell’auto è stato incriminato.
Per i fan di 2pac non può che riecheggiare nella testa “Keep ya head up” (tieni la testa alta), per non arrendersi davanti ad ogni situazione difficile. La giustizia ha finalmente dato un nome a una parte di quella notte, ma non ha cancellato il mistero. Dopo trent’anni, la storia del giovane Shakur resta come un eco in un ghetto vuoto, dove il rumore degli spari si è spento da tempo, ma qualcosa continua a risuonare.
“For every dark night, there’s a brighter day”.
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