Proprio alla vigilia dell’8 marzo, mentre si celebrano gli 80 anni dal voto alle donne, la premier Meloni e la ministra Roccella depositano contemporaneamente in Parlamento un decreto legislativo che prevede la reazione di un unico Organismo nazionale per la parità di genere con sede a Roma e la contestuale cancellazione degli ufficio delle Consigliere di parità già esistenti sui territori. Al loro posto verranno costituite le sezioni operanti a livello territoriale.
Se si vuole capire la differenza tra una politica che rafforza i diritti e una che li svuota, basta osservare cosa accade quando si spostano i presidi dal territorio ai centri di potere.
L’argomento con cui si giustifica questa scelta è sempre lo stesso: efficienza ed economicità. Principi di diritto nel mondo amministrativo che, tuttavia, in questo caso potranno produrre un solo effetto: allontanare la tutela dalle persone che ne hanno bisogno.
Si parla di efficienza, ma in un contesto che necessita di cura e di attenzione ad equilibri in contesti lavorativi anche complessi, quante lavoratrici discriminate effettivamente segnaleranno un comportamento discriminatorio affidando la propria storia ad una PEC senza avere la certezza che il caso venga trattato con cura e riservatezza? Poche o quasi nessuna.
La centralizzazione non garantirà affatto uniformità di azione perchè in nome dell’uniformità dei criteri di intervento, si burocratizzerà un procedimento delicato che richiede presenza e conoscenza delle dinamiche sul posto.
L’unico ufficio nazionale che dovrà gestire segnalazioni provenienti da amministrazioni profondamente diverse (università, enti locali e aziende pubbliche di tutto il Paese) diventerà un imbuto amministrativo che difficilmente potrà sostituire la conoscenza diretta dei differenti contesti lavorativi.
Ci si interroga sui costi della riforma in termini di risparmio, ma mentre al momento non è dato sapere quali e quante saranno le risorse che potranno essere assegnate a questo nuovo ufficio centralizzato, possiamo certamente fare i conti sui costi irrisori che sino ad oggi si sono sostenuti per gli ufficio delle Consigliere di fiducia presenti sui territori.
E allora dove l’efficienza e dove l’economicità?
Sguarnire i territori dell’unico presidio periferico che ha lo scopo di tutelare nell’immediatezza la vittima di discriminazione di genere sul luogo di lavoro segnerà ineluttabilmente un arretramento nella tutela e nello sviluppo della parità di genere. Le Consigliere di fiducia nascono per una ragione precisa. Non sono solo figure tecniche incaricate di gestire procedure. Sono presìdi di legalità dentro le organizzazioni, punti
di ascolto immediati per chi subisce molestie, discriminazioni o abusi di potere sul posto di lavoro. La loro forza sta nella prossimità: conoscere il contesto, le dinamiche interne, la cultura di un ente, i rapporti di potere che attraversano uffici e corridoi. Trasformare questa rete diffusa in un unico ufficio nazionale significa fare l’esatto contrario di ciò che servirebbe: centralizzare la tutela e periferizzare il problema.
Chi ha esperienza di questi casi sa bene che il primo ostacolo per una vittima non è la norma giuridica. È il coraggio di parlare. Quel passo spesso avviene proprio perché esiste una figura accessibile, riconoscibile, fisicamente presente. Una persona con cui parlare senza attraversare il labirinto di un ministero o di una piattaforma anonima.
Se quel presidio scompare dal territorio, il messaggio implicito diventa un altro: la tutela esiste, ma non è più a portata di mano. Non è un caso che molte politiche europee sulla prevenzione delle molestie puntino esattamente nella direzione opposta: rafforzare le reti territoriali, non svuotarle.
Chi sostiene la riforma parla di razionalizzazione. Ma la domanda vera è un’altra: perché smontare una rete di prossimità che negli anni ha rappresentato un punto di riferimento per molte lavoratrici e lavoratori? Perché quando si parla di diritti nei luoghi di lavoro la soluzione sembra sempre la stessa: accentrare, ridurre, allontanare.
Evidentemente la questione è un’altra ed è politica. Quando si riduce la presenza di strumenti di tutela nei luoghi di lavoro, non si sta semplicemente riorganizzando un ufficio. Si sta ridefinendo l’ambito di azione del potere ma soprattutto del raggio di controllo che il potere riesce a coprire.
Le Consigliere di fiducia, nei fatti, rappresentano uno sguardo indipendente dentro le organizzazioni. Sono una forma di vigilanza diffusa. Toglierle dal territorio significa ridurre quella capacità di intercettare i problemi prima che diventino scandali, cause giudiziarie o drammi personali. Accentrare le forme di intervento significa che un centro di potere, lontano dal fatto, potrà decidere quali siano i confini dei
comportamenti che possono definirsi discriminatori, quali le molestie … e quali no. La tutela, però, non è un call center istituzionale. È una presenza. È un volto. È una porta a cui si può bussare. E quando quella porta sparisce dal territorio, la legalità non diventa più forte. Diventa semplicemente più distante.
Ancora una volta, grazie Ministra per il Suo sostegno alle donne e buon 8 marzo a tutte
noi!
