Il Festival di Sanremo riparte come ripartono le vecchie abitudini italiane, in cui tutti dicono di non volerlo guardare: “ancora co ‘sto Sanremo?!”, “il Festival ve lo guardate voi!”, poi però finiscono sul divano per trasformarsi in critici musicali, esperti di moda e di outfit e commentare a più non posso sulle chat e controllare i bonus al Fantasanremo. Dopo l’emozionante annuncio con la voce di Pippo Baudo, che sembra non sia mai uscita da quel teatro, l’Ariston si illumina, come gli occhi degli italiani e Carlo Conti entra in scena con l’aria di chi sa che la rivoluzione è sopravvalutata e che, in fondo, l’ordine rassicura più del caos. Professionale, pulito, chirurgico, come Baudo insegna, Conti dirige la serata come un capotreno che non ama i ritardi e sa gestire le improvvisazioni.

Accanto a lui Laura Pausini, che porta sul palco il peso specifico delle carriere vere, quelle che non hanno bisogno di spiegazioni né di effetti speciali. Appare infatti come delle forzature quelle freddure fuori luogo orientate ad una risata a tutti i costi che si sono rivelate poi spiacevoli e svalorizzanti della caratterizzante genuinità della Laura nazionale. Ma, dal bello della diretta, al bello in diretta è un attimo. All’orizzonte su quel “crinale” in vetta alla scalinata, appare Can Yaman che completa il quadro: presenza scenica impeccabile, funzione narrativa limitata, ma sufficiente a ricordare che Sanremo ama flirtare con l’estero senza mai sposarlo davvero. Poca sinergia col padrone di casa, tuttavia è risultato molto più idoneo e professionale di tanti co-conduttori e co-conduttrici del passato, anche dal punto di vista sintattico.

Poi arrivano loro, i trenta Big, uno dopo l’altro, come una lunga sfilata di anime in cerca di consenso. Ditonellapiaga apre con energia ruvida, Michele Bravi sceglie il dolore composto, Mara Sattei gioca sul non detto, mentre Arisa ricorda a tutti che la voce, quando c’è, non ha bisogno di costumi di scena. C’è chi convince e chi resiste. Fulminacci canta come se stesse parlando a un amico alle tre di notte, Fedez, insieme a Marco Masini, tenta l’operazione nostalgia-incrociata, mescolando rabbia e memoria con risultati alterni. Ermal Meta costruisce una favola moderna che divide, come tutte le favole raccontate agli adulti. Il passato torna con passo felino con Patty Pravo che non canta per piacere, canta perché può. Raf resta fedele a se stesso, senza inseguire mode che non gli appartengono. Levante conferma la propria identità, Luchè porta l’oscurità urbana, Leo Gassmann la luminosità educata, Enrico Nigiotti il racconto senza fronzoli.

Il momento clou arriva quando Tiziano Ferro entra in scena. Nessuna gara, nessuna ansia, solo canzoni che hanno già vinto e conquistato cuori da tempo. Immancabile il tributo a Peppe Vessicchio che ricorda, prima dei social e delle polemiche, che Sanremo era disciplina, spartito e barba curata. Fuori dall’Ariston, al Suzuki Stage, ritorna Gaia che infuoca Piazza Colombo col suo “chiamo io, chiami tu, chiamo io, chiami tu…”, mentre Max Pezzali canta dal mare, sulla splendida Costa Toscana, come un juke-box emotivo, ma non troppo dato che tutti si sarebbero aspettati l’incursione di Repetto che intanto orbitava a Sanremo.

Alla fine il Sanremo 26 non è più solo una gara, è un enorme specchio, dove ognuno ci guarda dentro e vede quello che vuole. Alcuni vedono arte, altri marketing, altri ancora un glorioso circo. Ma come tutte le notti troppo illuminate, non tutto brilla, non tutto convince, ma nessuno riesce davvero a staccare gli occhi. E forse è proprio questo il segreto più scandalosamente onesto del Festival

Fonte immagini: Google

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