L’esame di maturità italiano, negli ultimi decenni, ha cambiato pelle più volte.
Da rito severo degli anni Ottanta e Novanta, con commissari tutti esterni e interrogazioni-fiume, fino alla stagione delle riforme “smart”, delle tesine interdisciplinari e dei colloqui costruiti attorno ai collegamenti. Oggi invece sembra, o almeno vorrebbe, tornare verso un’idea scuola con più sostanza.
Con la riforma voluta dal ministro Giuseppe Valditara, la Maturità 2026 segna infatti una nuova svolta: meno “tesine acrobatiche”, più responsabilità e giudizio sulla persona. Cambia non solo nelle regole tecniche dell’esame, ma soprattutto nel significato stesso della parola “maturità”. Non basta più verificare ciò che uno studente sappia ripetere, occorre capire se abbia sviluppato autonomia di pensiero, responsabilità, capacità critica e consapevolezza civica.
Dalla “tesina” al colloquio ragionato
Per comprendere il cambiamento bisogna guardare indietro.
Per anni il colloquio orale è stato dominato dai collegamenti interdisciplinari. Gli studenti partivano da un’immagine, da una parola o da un documento e costruivano percorsi spesso artificiosi: da Pirandello alla relatività, dalla seconda guerra mondiale all’impressionismo, in una sorta di ginnastica mentale che rischiava di premiare più l’abilità retorica che la profondità delle conoscenze.
La riforma Valditara prova a rompere quel meccanismo. Il nuovo orale si concentra su quattro discipline individuate per ciascun indirizzo. I collegamenti restano possibili, ma non sono obbligatori né forzati. L’obiettivo della riforma ministeriale pare essere “valutare il ragionamento, non la memoria”.
In pratica, il colloquio dovrebbe orientarsi verso un confronto reale sulle competenze maturate nel percorso scolastico.
Condotta, cittadinanza e responsabilità: il comportamento pesa di più
La novità più discussa riguarda però il ruolo della condotta.
Nel nuovo impianto il comportamento non è più considerato un elemento marginale. Chi ottiene meno di 6 in condotta non viene ammesso all’esame; con il 6, invece, dovrà affrontare un approfondimento specifico su cittadinanza attiva e responsabilità sociale durante il colloquio orale. In poche parole, la maturità deve certificare non solo competenze, ma anche affidabilità e responsabilità personale.
È il segnale di un cambio culturale: la scuola non valuta soltanto la prestazione scolastica, ma anche il modo in cui lo studente vive la comunità educativa.
Ma è una scelta che divide. Da un lato c’è chi parla di ritorno al rigore e al senso civico; dall’altro chi teme una scuola troppo orientata alla disciplina comportamentale e meno alla libertà critica.
La vera novità della riforma: la valutazione della maturità dei discenti.
Il punto centrale della riforma è valutare il “grado di maturità”
Per anni l’esame finale è stato accusato di essere una verifica nozionistica, concentrata sui contenuti. La nuova impostazione, invece, prova a misurare il livello di crescita personale dello studente.
Nel colloquio entrano così non soltanto le discipline tradizionali, ma anche il percorso svolto nei PCTO, l’educazione civica, le esperienze formative e il Curriculum dello studente.
La commissione è chiamata a osservare: la capacità di argomentare; il pensiero critico; l’autonomia nel ragionamento; la consapevolezza del proprio percorso; la maturazione civica e personale.
In altre parole, lo studente dovrà dimostrare di “sapere” e di “saper usare” ciò che ha imparato.
La maturità, in questa visione, non è più soltanto un esame scolastico: diventa una sorta di fotografia del passaggio all’età adulta. Una fotografia inevitabilmente imperfetta, certo, ma che prova a cogliere qualcosa che i voti da soli non riescono a raccontare.
Fine della “scena muta”
Tra gli obiettivi della riforma c’è anche quello di evitare casi di “boicottaggio” dell’orale, esplosi negli ultimi anni quando alcuni studenti, forti dei crediti accumulati, decidevano di fare scena muta come gesto di protesta.
Valditara ha chiarito che chi rifiuta volontariamente il colloquio rischia la bocciatura.
La Maturità 2026 nasce dunque con un’ambizione precisa: riportare centralità al significato educativo dell’esame finale.
I sostenitori della riforma parlano di una prova più seria, meno casuale e più aderente alla crescita reale degli studenti. I critici, invece, vedono il rischio di una scuola più rigida e moralizzatrice, dove il comportamento pesa quasi quanto la preparazione.
Di certo, l’esame cambia linguaggio. Scompare gradualmente l’epoca delle “tesine-collage” e dei collegamenti funambolici. Al loro posto arriva una maturità che vuole interrogare lo studente non solo su ciò che ricorda, ma su ciò che è diventato durante il suo percorso scolastico.
E forse è proprio qui il nodo più delicato: perché valutare una formula o una data storica è relativamente semplice.
Valutare la maturità di una persona è invece un territorio molto più fragile, quasi artigianale. Un equilibrio difficile, sospeso tra scuola, educazione e giudizio umano.
