Una nuova flottiglia civile diretta verso la Striscia di Gaza ha ripreso il mare negli ultimi giorni, riportando al centro del Mediterraneo una delle crisi più controverse degli ultimi anni.

Le imbarcazioni fanno capo alla missione internazionale Global Sumud Flotilla, un’iniziativa che coinvolge attivisti provenienti da decine di Paesi con l’obiettivo di rompere il blocco israeliano e portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese. Composta da più unità partite da diversi porti del Mediterraneo, con equipaggi internazionali formati da attivisti, operatori umanitari e cittadini di varie nazionalità, la Flottiglia ha superato le 40 imbarcazioni e coinvolto persone provenienti da oltre 40 Paesi.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile, a pochi giorni dall’ultima partenza dalla costa siciliana, la situazione è precipitata. Come hanno mostrato le immagini pervenute, mentre si trovavano ancora in acque internazionali a largo di Creta, 22 imbarcazioni sono state circondate da unità militari israeliane armate.

La marina israeliana, che avrebbe intimato alle imbarcazioni di cambiare rotta, poi ha abbordato le navi, prendendo il controllo degli equipaggi. Subito dopo l’intervento, le comunicazioni con la Flottiglia sono state sospese, alimentando timori per la sicurezza dei civili a bordo.

A rendere ancora più delicata la situazione attuale è un elemento politico non secondario: l’assenza di figure istituzionali di alto profilo a bordo. Nelle missioni precedenti, la presenza di parlamentari e personalità pubbliche aveva rappresentato una sorta di deterrente mediatico e diplomatico. Oggi, invece, la flottiglia appare composta prevalentemente da civili e attivisti meno visibili all’opinione pubblica internazionale. Questo aumenta il timore che eventuali azioni coercitive possano essere più rapide, più dure, meno “osservate”.

Gli organizzatori parlano di almeno 22 barche fermate e di circa 175 attivisti trattenuti. Il sequestro simultaneo di un numero così elevato di imbarcazioni rappresenterebbe un salto qualitativo rispetto agli episodi precedenti: non più singole intercettazioni, ma un’operazione che appare rapida, silenziosa, quasi chirurgica nella sua esecuzione.  Capace di neutralizzare l’intera missione nel giro di poche ore.

Alcuni partecipanti hanno denunciato comunicazioni disturbate, motori danneggiati e condizioni dure durante il fermo. Israele sostiene invece di aver applicato il blocco navale di Gaza e di aver agito per motivi di sicurezza. L’interruzione totale delle comunicazioni aggiunge un elemento alla vicenda. Non immagini, non testimonianze dirette, non aggiornamenti in tempo reale: solo una zona grigia in mezzo al mare.

Solo nel pomeriggio di oggi è arrivata la notizia che la maggior parte dei membri degli equipaggi e degli attivisti trattenuti dai militari israeliani è stata rilasciata e trasferita in Grecia. Circa 168 attivisti sono stati consegnati alle autorità greche dopo il fermo israeliano. Molti sono stati condotti nel porto di Atherinolakkos, nella parte sud-orientale di Creta. Altri sono stati trasferiti all’aeroporto di Heraklion per il rimpatrio o l’assistenza consolare. Due attivisti, considerati organizzatori della missione, sono invece stati trattenuti e trasferiti ad Israele per essere interrogati: il palestinese-spagnolo Saif Abu Keshek e l’attivista brasiliano Thiago Ávila. Spagna e Brasile hanno protestato ufficialmente chiedendone il rilascio immediato.

Il punto politico più controverso resta la localizzazione dell’intervento. L’azione, secondo le fonti degli attivisti, sarebbe avvenuta in acque internazionali, un elemento che inasprisce ancora di più il dibattito sulla legittimità di operazioni militari israeliane al di fuori delle acque territoriali e solleva ancora più dubbi sulla valenza di un diritto internazionale umanitario.

In questo vuoto, cresce la pressione diplomatica. Quel che è certo è che oggi la banalità del male è anche in mare aperto. C’è qualcosa di assurdo in una storia che ripete se stessa. Ed è qui che torna inevitabile il pensiero di Hannah Arendt e del suo libro. Arendt descriveva il male non come mostruosità eccezionale, ma come gesto burocratico, routine senza coscienza. “Il male più grande è quello commesso da nessuno”, scriveva, indicando la responsabilità diffusa che si diluisce fino quasi ad evaporare nei passaggi delle catene di comando.

Le imbarcazioni della Flottiglia, che portano beni di prima necessità per la popolazione civile di Gaza che continua a vivere in condizioni estreme, tra blocco, guerra e crisi umanitaria, sono state fermate. In mare, questa banalità ha assunto la forma di coordinate GPS e ordini operativi.

Ma nonostante gli abbordaggi, una parte della flottiglia sarebbe ancora in mare vicino a Creta meridionale con l’intenzione dichiarata di proseguire verso Gaza. Gli organizzatori parlano apertamente di “pirateria internazionale”; Israele replica definendo la missione una provocazione politica mascherata da operazione umanitaria.

E il Mediterraneo, che da millenni racconta viaggi, oggi trattiene il fiato.

In Italia, nella serata di ieri moltissime piazze si sono animate con i colori palestinesi. Cortei e sit-in di gente comune, a sostegno di Gaza, che continua a chiedere la fine del conflitto,

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