Con la miniserie “Portobello”, il regista piacentino Marco Bellocchio torna a interrogare la storia italiana recente attraverso uno dei suoi casi più scandalosi ed emblematici: quello di Enzo Tortora, volto elegante e amatissimo della televisione pubblica travolto, nel 1983, da un’inchiesta giudiziaria rivelatasi clamorosamente infondata. La serie, distribuita da HBO Max, non si limita a ricostruire i fatti, ma scava nel cortocircuito tra giustizia, media e opinione pubblica, restituendo un affresco cupo e stratificato.

Al centro della narrazione si impone l’interpretazione di Fabrizio Gifuni, che evita ogni tentazione imitativa per restituire un Tortora profondamente umano. Il suo talento lo porta a non interpretare il conduttore, ma ad indossarlo simbolicamente, regalando al pubblico un’interpretazione magistrale. Il suo è un uomo smarrito ma mai piegato, tenace e capace di mantenere una dignità ostinata anche quando il sistema lo schiaccia. Gifuni modula la performance su toni sottili, lasciando emergere crepe emotive che diventano via via più evidenti, fino a trasformarsi in una sofferenza fisica palpabile.

Attorno a lui si muove un cast solido e talentuoso, tranne qualcuno che avrebbe dovuto impegnarsi maggiormente ai corsi di recitazione, ammesso li abbia frequentati; Lino Musella dà volto a Giovanni Pandico, figura ambigua legata al mondo dell’accusa, incarnando quella zona grigia in cui le dichiarazioni dei pentiti, o meglio dei “dissociati”, spesso contraddittorie, vennero assunte come verità assolute. Barbora Bobulova e Alessandro Preziosi contribuiscono a costruire un contesto umano e professionale credibile, evitando stereotipi e sottolineature eccessive. Una giovane e sempre più brava Romana Maggiora Vergano, interpreta il ruolo di Francesca Scopelliti, ai tempi compagna di Enzo Tortora.

Il racconto si sviluppa su un dualismo tra luce e ombra, in cui da una parte il successo televisivo di “Portobello”, programma simbolo della Rai anni’80, dall’altra l’abisso delle aule giudiziarie. Visivamente Bellocchio costruisce una fotografia livida e controllata, fatta di toni spenti e luci fredde che riflettono il progressivo isolamento di Enzo Tortora. I movimenti della mdp alternano movimenti sobri a inquadrature statiche e quasi soffocanti nelle aule di tribunale, mentre il montaggio, è essenziale e rigoroso, evitando ogni enfasi per lasciare spazio ad una tensione costante e trattenuta.
Bellocchio mostra con lucidità come l’arresto del 17 giugno 1983, basato sulle accuse di alcuni collaboratori di giustizia legati alla Camorra, sia stato il punto di partenza di un processo mediatico prima ancora che penale. Tortora venne condannato in primo grado nel 1985 e poi assolto con formula piena in appello nel 1986, ma il danno era ormai irreversibile, sia fisicamente che emotivamente.
La serie insiste sul punto cruciale in cui la giustizia, in questo caso, non è stata solo fallibile, ma profondamente squallida e incapace di riconoscere i propri errori, alimentando un meccanismo persecutorio che ha logorato il povero Tortora sin nel profondo. Il conduttore, tornato in televisione dopo l’assoluzione, appariva inevitabilmente segnato, già consumato da una malattia che lo avrebbe portato alla morte nel 1988.

Il regista rinuncia al sensazionalismo e costruisce una messa in scena rigorosa, quasi trattenuta, che amplifica il senso di impotenza, scatenando nello spettatore la voglia di urlare davanti al televisore l’innocenza di un uomo per bene. Non c’è compiacimento, ma una tensione morale costante che costringe il pubblico a confrontarsi con una verità scomoda.
E quando le luci dello studio si spengono, resta solo un silenzio denso, come quello che segue un applauso interrotto. In quell’eco sospeso vive ancora la voce di Tortora che fa da segnale fragile, disperso nell’aria, che continua a cercare giustizia in un Paese che, troppo spesso, ha preferito non ascoltare.
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