martedì 7 Febbraio 2023
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L’avarizia: la solitudine di chi non conosce solo il pensiero calcolante

La compagnia teatrale “Siamo tutti amatoriali” porta in scena il penultimo spettacolo di Peppino De Filippo, scritto nel 1964, dal titolo “L’amico del diavolo“: una commedia in tre atti, per la regia di Monica Varriale, che ha come oggetto il più stupido dei vizi, l‘avarizia. Ed è proprio un avaro il protagonista indiscusso di questa storia: Bartolomeo Saraco (interpretato da un valentissimo Paolo Battimiello) è un piccolo proprietario terriero che cercherà di vendere persino sua moglie pur di ottenere vantaggi economici, e che attraverso la sua maschera tirannica riuscirà sempre ad imporre la sua volontà a quanti lo circondano, fino a quando giungerà la morte a separarlo definitivamente dal suo unico amore, il denaro.

Tra gli interpreti principali, accanto a Paolo Battimiello, ritroviamo Don Carlo, un nobile benestante (il cui ruolo è affidato a Maurizio Cozzolino), Rosa, la moglie di Bartolomeo (interpretata da Monica Varriale), ed Ortensia, la sorella di Bartolomeo (interpretata da una magistrale Maria Teresa Sisto); circondano l’entourage Anna Borrelli (nei panni di Elisa, la figlia di Bartolomeo e Rosa), Giuseppe Dolce (nei panni di Vittorio, il nipote di Bartolomeo), Maria Rosaria Lazzaro (nei panni di Nunzia, la vecchia cameriera di casa Saraco), Davide Cesariello (nei panni di Giovanni, il garzone di Bartolomeo), Luca Scafati (nei panni di Peppino, ulteriore garzone di casa Saraco), Alessandro De Frede (nel ruolo di Milone, uomo di fiducia), Adriano De Luca (nei panni di Egeone, il nipote di Milone) e Giuliano Rossi (nel ruolo di Fortunato, il farmacista). La scenografia è curata da Giovanni Balzano, le luci e l’audio da Nicola Salvo, mentre le riprese video sono effettuate da Fabio Starita.

La compagnia “Siamo tutti amatoriali” al completo. In scena, da sinistra verso destra, Adriano De Luca, Giuliano Rossi, Giuseppe Dolce, Luca Scafati, Maria Rosaria Lazzaro, Maurizio Cozzolino, Paolo Battimiello, Monica Varriale, Davide Cesariello, Anna Borrelli, Maria Teresa Sisto, Alessandro De Frede.

E’ con immensa gioia ed orgoglio che, poco prima dell’inizio dello spettacolo, mi accingo ad intervistare la compagnia:

  • L’avaro, attraverso il denaro pensa di controllare il futuro e tutti i suoi imprevisti, ma così facendo si condanna ad un immobilismo totale: nessun divertimento, pochi rapporti sociali, una vita misera e triste. Egli si sente quasi un “Dio minore”, pronto ad affrontare l’imprevedibilità della vita, e la paura della morte è soprattutto paura del distacco dall’oggetto del suo amore. Pensiamo al Verga de “La Roba”. “Roba mia, vientene con me!”. L’avaro è come se fosse già morto. A vostro avviso, l’avaro è un personaggio tragico?

Monica :”Assolutamente si; comico per chi lo guarda, ma tragico per chi lo interpreta“.

  • Il desiderio dell’avaro, come afferma Galimberti, non va mai al di là del denaro, perché ai suoi occhi il denaro non è un mezzo per soddisfare i bisogni, ma un fine: l’avarizia ha trasformato il mezzo in fine, come già avvenuto con grossi accumuli di ricchezza, e come avvenuto con le grandi società finanziarie. Oggi questo accade con la tecnica: il denaro, puro strumento per acquisire beni, diventa l’unico scopo. I Greci condannavano l’avarizia, un eccesso nel trattenere, così come qualsiasi altro eccesso, ritenendo che bisognasse vivere katà mètron, secondo misura. Paolo Battimiello, ex preside di scuola ed oggi protagonista principale della commedia di Peppino, crede che negli istituti sia possibile insegnare a non considerare il denaro come generatore simbolico di ogni valore?

Paolo :”Non è certamente la scuola che da sola dovrebbe insegnarlo, piuttosto questo spetta alla società, sia la famiglia o il resto. La scuola può fare la sua parte, ma essa non è un’isola felice, purtroppo: Bartolomeo è un avaro e soprattutto una persona sola, capace di interagire esclusivamente con il denaro, reduce probabilmente da un’infanzia sofferta; egli colma la sua solitudine con l’accumulo di ricchezza, malgrado in fin dei conti ami la moglie, la figlia. Ha un fratello, una sorella, verso i quali in qualche modo nutre anche affetto, tanto è vero che la sorella la accoglie in casa; eppure non riesce a vincere l’ossessione per il denaro, restando imprigionato nella solitudine, fino alla fine della storia”.

  • L’avarizia è il più stupido dei vizi, perché chi la detiene penalizza soprattutto se stesso, non solo, ma l’avaro vuole accumulare denaro (tra le altre cose) che serve per possedere oggetti e beni che non avrà mai, in quanto dovrebbe per acquistarli diminuire la propria ricchezza. Maurizio Cozzolino, lei è d’accordo? Come è stato calarsi nei panni del personaggio di Don Carlo, e quali analogie e/o differenze ha riscontrato con il personaggio di Bartolomeo Saraco?”

Maurizio :”Condivido pienamente tale affermazione, difatti l’avaro non riesce a godersi alcunché per paura di perdere il denaro, entrando a far parte di un circolo vizioso senza via d’uscita; per quanto concerne il personaggio di Don Carlo, posso dirti che è stato molto difficile da interpretare, giacché non mi ci rispecchio: egli è convinto di poter acquistare qualsiasi cosa, a qualsiasi prezzo, attribuendo un forte valore al denaro; valore tuttavia differente da quello che gli attribuisce Bartolomeo, che lo trattiene non riuscendosene a distaccare. Don Carlo, invece, ne utilizza a dismisura senza porsi alcun problema, e pur rappresentando un personaggio infido prende le distanze dalla meschinità di Bartolomeo”.

  • “L’avarizia è una caratteristica che pervade un invidivuo fino a plasmarlo. Molière ci insegna che l’avaro tende a trattenere tutto senza dare nulla, come afferma anche il personaggio dell’Aulularia, la commedia della pentola scritta da Plauto, il cui protagonista è il vecchio Euclione che, dopo aver trovato una piccola pentola piena d’oro ed aver avuto cura di sotterrarla per avarizia, vive nella paura ossessiva che gli venga sottratta.in molti casi anche per i sentimenti: Monica Varriale, regista e Capitano indiscusso di questo meraviglioso equipaggio artistico, a suo avviso perché nella società post moderna siamo avari di sentimenti e non riusciamo ad esprimerli? A cosa attribuisce questo “Analfabetismo emotivo?”

Monica :”Il teatro indubbiamente è un ottimo vademecum per tentare di esternare ciò che nel quotidiano risulta difficile esprimere: temo che, purtroppo, non tanto gli adolescenti di oggi, bensì le persone adulte abbiano maggiori disagi ad esprimere i loro sentimenti, essendo più avare di emozioni; parlo alla luce di esperienze vissute a livello personale. Credo non si possa generalizzare; un ruolo preponderante è giocato dall’utilizzo della tecnologia, causa principale della riduzione del contatto umano, e forse anche di una forte avarizia in ambito sentimentale; i quindicenni, i sedicenni, invece li reputo (e spero sia così) più capaci di relazionarsi tra loro, malgrado siano coloro che usufruiscano maggiormente della tecnica. Sono fiduciosa, forse il malessere dei giovani è connaturato ad un fattore generazionale, come quelli della mia generazione vivevano il loro: si tratta di corsi e ricorsi storici, ogni epoca ha un malessere legato ad un periodo della società. Io ho una figlia di sedici anni, e come lei è corretta, educata, rispettosa, penso possano esserlo tante altre sue coetanee. E’ un qualcosa di prodigioso, che ripaga tantissimo a livello umano“.

  • Dante Alighieri colloca gli Avari e i Prodighi nel quarto cerchio dell’Inferno, mentre il Cristianesimo colloca l’avarizia tra i sette peccati capitali; da qui un celebre passo evangelico:”E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”; anche in epoca pagana l’avaro è condannato, pensiamo a Creso, che per questa caratteristica viene punito dagli dei e condannato a trasformare in oro tutto ciò che tocca. Maria Teresa Sisto, è doveroso ricordarle quanto sia preziosa la sua presenza per la compagnia, e quanto lodevole sia la sua carriera artistica: attrice, regista, docente di regia presso l’Accademia del Teatro Il Primo di Napoli, dirigente della compagnia teatrale “Il Guazzabuglio”; a suo avviso, perché l’uomo ha barattato la propria libertà e la propria felicità con dei soldi?

Maria Teresa :“La ringrazio per esser stata prodiga di elogi, e le ricordo che il fatto di avere alle spalle una carriera teatrale non osta il mio continuo imparare: io sono felice di essere qui, in questa compagnia, con Monica, perché se Eduardo disse “Il teatro è gelo”, io rispondo che qui di gelo non esiste nulla; il teatro qui è calore. Tornando alla sua domanda, credo che più che barattare vi sia un’identificazione: il denaro è la felicità; chi possiede denaro è felice, perché a mio avviso noi tendiamo a chiuderci, a comunicare con noi stessi. E come comunichiamo con noi stessi? Tentando di sottrarre la maggior quantità di cose agli altri, illudendoci così di essere felici; alle volte si dice “Il denaro non compra la felicità, né la salute”. Un motto popolare recita che l’avaro è come il porco, e che la sua morte renda tutti felici: oggi, al di là dell’incomunicabilità, del fatto che le nuove generazioni dipendano dalle vecchie generazioni, queste ultime non sempre tanto affidabili, si va un po’ oltre; oggi non abbiamo tempo, e come all’inizio affermava Paolo la scuola non può fare tutto da sola: oggi siamo a corto di tempo perché ci preoccupiamo di spenderlo in oggetti ed attività inutili: il telefonino, la macchina, tendendo ad impossessarci di beni materiali e non possedendo il senso della felicità, né il concetto; la felicità la identifichiamo nei beni materiali, ma non è qualcosa di materiale. La felicità è un sentimento, il sentimento di “Cogliere l’attimo“.

  • Ti dico la disperazione di chi non trova l’occasione per consumare un giorno da leone, di chi trascina la sua vita in una mediocrità infinita, con quattro soldi stretti tra le dita: Claudio Lolli, cantautore e poeta della generazione anni ’70, apostrofava con questi versi la meschinità umana; l’avarizia è una condanna, perché l’avaro si autoassolve e in un certo senso appartiene ai personaggi della tragedia: è convinto di essere “Attento, parsimonioso”. L’avarizia è un autismo in senso negativo, una sorta di “Malattia dell’animo”. L’avarizia è un eccesso nel trattenere; l’avaro non vede e sente nulla, finisce col fatto che deve accumulare sempre di più. Non dà amore, resta solo, per paura della miseria vive in miseria. Il denaro, per colui che è avaro, è potere, la forma suprema di un potere sterile mai esercitato. Attraverso il denaro l’avaro crede di controllare il futuro e forse anche la morte. La morte non è solo l’atto finale ed estremo, non revocabile della nostra vita, ma è un evento che conosce mille anticipazioni, attraverso il dolore ed ogni desiderio inappagato. L’avaro schiva qualsiasi inconveniente, trattenendo sentimenti ed accumulando denaro non speso, ma così facendo muore due volte, non solo biologicamente, bensì rinunziando all’unica vita che la sorte gli ha concesso; siete d’accordo?

Giuseppe Dolce :”Non inizia mai a vivere, che è diverso: non vive mai appieno per paura appunto di dare agli altri, quasi temesse la felicità“.

Saluto la compagnia con gli occhi grondanti di lacrime ed il cuore gonfio di orgoglio e di gioia: ogni intervista mi emoziona come fosse la prima volta, specialmente se ad accogliermi è uno dei luoghi in cui meglio si esprime la mia fiammella di eternità: il TEATRO!

Grazie, Monica, e grazie a tutti voi per avermi fatto sentire parte integrante della vostra incantevole dimora artistica.

La compagnia al completo con la giornalista Francesca De Grazia

Francesca De Grazia
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