sabato 17 novembre 2018
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Addio a Grass e a Galeano, poeta del calcio

Capita, che due grandi scelgano lo stesso giorno per salutare. Il 23 aprile 1616 scomparvero Shakespeare e Cervantes; ieri, ancora aprile, Günter Grass e Eduardo Galeano. Il primo, tedesco se pur nato a Danzica, allora città-stato autonoma, è stato scultore, drammaturgo e scrittore insignito nel 1999 del premio Nobel. Quanto al secondo…

Se sul muro di un locale di Madrid c’è un cartello che dice “È proibito il canto flamenco”, e su quello dell’aeroporto di Rio un altro che dice “È vietato giocare con i carrelli porta valigie”, ebbene vuol dire che al mondo c’è ancora gente che canta, e c’è ancora gente che gioca.  

…ecco chi era, Eduardo Galeano, classe 1930, uruguagio di Montevideo: uno dei più ispirati cantori dell’America Latina e di tutti i Sud del mondo, si trattasse di politica e storia o dell’altra grande passione del continente: il futbol. Non a caso, tra i primi a piangerne la scomparsa ieri è stato un altro grande poeta del calcio, colui che sul prato verde metteva in opera le magie che a don Eduardo per sua stessa ammissione riuscivano solo la notte, in sogno.

“Grazie per avermi insegnato a leggere il calcio” ha scritto su twitter Diego Armando Maradona: argentini e uruguagi non si amano, di solito, ma la straordinaria penna di Galeano aveva ali per passare sopra ogni frontiera o pregiudizio. Fumettista già a 14 anni, e poi reporter di denuncia e saggista di prima linea, sovente braccato dalle policias e costretto a ripetute fughe ed esili, Galeano è stato spesso accostato per impegno sociale e stile al gigante della letteratura del Cono Sur, Gabriel Garcia Marquéz. Come lui, don Eduardo era maestro nel tratteggiare “figurine” di eroi e pezzenti, despoti e rivoluzionari, hombres e desperados. “Gabo”, tuttavia, solo di rado scrisse di sport; l’ardente passione per il pallone, se mai, avvicinava Galeano a colui che scrisse “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”. Era Jorge Luis Borges, un altro argentino… ma il calcio dei fanciulli, come la poesia, non ha bandiera.

alberto isola

Forma di vita basata sull’inchiostro, scrive da prima di sapersi leggere. Nato a Genova quattro secoli troppo tardi per unirsi alla filibusta, poi domiciliato a Dublino, Lampedusa e sull’Arcadia, ama Napoli quanto un gatto il sole. Dopo aver fatto più mestieri di Marlon Brando e più traslochi di Ulisse, oggi è (anche) copy e ghostwriter, editore della guida Capperi!, compilatore del Dizionario Furioso e Amoroso, membro fondatore del collettivo AB Nordahl..

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