C’è una linea sottile che separa la tragedia dalla rinascita, e Alex Zanardi è l’esempio più lampante di chi l’ha attraversata più di una volta, trasformandola in un percorso di significati profondi.

Nato a Bologna nel 1966, cresce con la velocità negli occhi e la determinazione nelle mani. Inizia con i kart, dove primeggia con le prime competizioni, arrivando poi alla Formula 1. Ha percorso chilometri per arrivare a quel sogno coltivato con ostinazione e tenacia senza mai smarrire quel sorriso schivo, timido, che lo rendeva unicamente diverso. In ogni sua apparizione palesava non solo il talento, ma una vera e propria fame di vivere, ottenendo vittorie e rispetto da tutti in quella terra, allora troppo lontana, che era l’America, nella CART (Championship Auto Racing Teams).

Poi il 2001. Il rombo dei motori si spezza brutalmente a Lausitzring. L’incidente è devastante, il corpo martoriato, le gambe perdute, un solo litro di sangue in corpo. Cala il silenzio, il buio, che per tutti sarebbe stata la fine di tutto. Per lui, no. In ospedale, tra dolore e silenzi, nasce una nuova idea di vita: “Non conta ciò che ti accade, ma come scegli di affrontarlo”. Zanardi torna. Non come prima, ma sicuramente più grande di prima. Reimpara a guidare, a vivere, a ridere. E poi sorprende ancora: handbike, Paralimpiadi, medaglie d’oro. Non per rivincita, ma per amore della sfida e della solita fame: la vita.

La filosofia che lo ha sempre contraddistinto, la stessa che ha cercato di diffondere a tanti (prima tra tutte a Bebe Vio) non è mai stata eroica nel senso retorico del termine. È concreta, talmente genuina quanto disarmante, perché è accettare senza arrendersi, cadere senza mai restare a terra, anche se le gambe non ci sono più. Ha insegnato che la fragilità non è una colpa, ma una condizione da cui ripartire. Che il limite può diventare direzione.

La passione però, a certi livelli, porta il conto, come nel 2020 in cui un nuovo incidente, questa volta in handbike, riapre il dolore. Lunghi mesi tra ospedali e riabilitazione, notizie frammentarie, il silenzio che avvolge il sorriso genuino di Alex Zanardi. Non esiste, ad oggi, una morte da raccontare, ma una presenza sospesa, quasi simbolica, che continua a interrogare chi resta.

La storia di questo grande atleta, volato in cielo il 1 maggio scorso, non narra solo di sport ma quanto più di come andrebbe vissuta la vita. Spostando l’ottica in cui è importante il valore del percorso in cui la vita non si riduce a ciò che perdiamo, ma si espande in ciò che troviamo il coraggio di diventare. Alex Zanardi è come una strada che non finisce all’orizzonte ma si piega, invisibile, oltre lo sguardo, con la sua traiettoria che continua altrove, dove non è più una corsa contro il tempo, ma è la direzione che resta, segnata dentro chi ha imparato a non fermarsi.

Fonte immagini: Google

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