Certe persone sembrano esser rinati più volte.
Alex Zanardi è riuscito nell’impresa quasi impossibile di vivere tre vite dentro una sola. Quella del pilota, quella dell’uomo sopravvissuto all’abisso e quella dell’atleta che, dopo aver perso tutto, è tornato a vincere più di prima.
Il mondo dello sport oggi piange la sua scomparsa. Zanardi è morto a 59 anni, come annunciato dalla famiglia nella notte tra il 1° e il 2 maggio 2026.
Nato a Bologna nel 1966, Alex cresce tra l’odore della benzina e il rumore dei kart. La sua carriera prende velocità rapidamente. Prima Formula 3000, poi il grande salto in Formula 1 all’inizio degli anni Novanta. Corre con Jordan, Minardi, Lotus e Williams. Non avrà mai la monoposto giusta per conquistare il titolo mondiale, ma è talento puro, spettacolare.
Ma è sui CART americani che diventa leggenda. Guida come se ogni curva fosse una sfida personale. Sorpassi impossibili, staccate feroci e un carisma contagioso. Con il team Ganassi conquista due titoli consecutivi nel 1997 e nel 1998, entrando nel cuore dei tifosi americani.
Poi arriva il giorno che avrebbe fermato chiunque. Il 15 settembre 2001, sul circuito tedesco del Lausitzring, la sua monoposto perde il controllo dopo un pit stop. L’impatto è devastante. Zanardi perde entrambe le gambe e rischia di morire dissanguato in pista.
La sua storia sportiva poteva finire lì. Per lui, invece, comincia un’altra vita. Dopo mesi di operazioni e riabilitazione, Alex torna a guidare. E già questo sembra un traguardo impossibile. Ma lui va oltre.
Scopre l’handbike. Da ex pilota diventa atleta paralimpico. Da simbolo di resilienza diventa IL campione assoluto.
Alle Paralimpiadi di Londra 2012 conquista due ori e un argento. A Rio 2016 aggiunge altri trionfi. In totale vincerà quattro medaglie d’oro e due d’argento, oltre a numerosi altri titoli mondiali.
Ma i numeri non possono bastare per raccontare il campione che è stato e che è destinato a restare per tutti noi ben oltre le medaglie.
Zanardi è stato un antidoto vivente al cinismo. Sorrideva quando avrebbe avuto il diritto di arrabbiarsi col mondo. Scherzava sulle proprie ferite. Parlava della disabilità senza retorica, con una leggerezza capace di disarmare la pietà.
Una sua frase è rimasta scolpita nella memoria collettiva: “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa.”
Poi nel 2020 un altro terribile incidente, durante una staffetta benefica in handbike sulle strade toscane, lo ha riportato di nuovo tra la vita e la morte. E da quel momento è iniziato un lungo silenzio, fatto di cure, riabilitazione e riservatezza.
Oggi quel silenzio si è trasformato in lutto. Sembra quasi impossibile che quest’uomo straordinario, che si è caparbiamente trasformato in un inno alla vita, possa non esserci più.
E’ un lutto questo che va ben oltre il mondo dello sport perché alcuni atleti vincono gare, altri riescono a cambiare proprio il modo in cui guardiamo la vita.
Eppure la sensazione è che Alex Zanardi continui ancora a sfrecciare da qualche parte, con la capacità rarissima di rendere umana perfino la tragedia.
