sabato 17 novembre 2018
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Rubrica instabile: Napoli e Avellino vincono in casa e restano decisamente in gioco

Ventinovesima puntata di rubrica pallonara instabile, in fin dei conti ben attagliantesi all’instabilità di condotta del Napoli e dell’Avellino, le due compagini pedatorie onorate dalla rubrica medesima. I campionati di serie A e di serie B, ormai sgasanti verso la fine e nell’ultima settimana ancora più compressi, presentano classifiche non ancora definitive nei particolari ma definitive nella generalità della divisione in comparti. In serie A, pertanto, il comparto “scudetto” è occupato dalla Juventus, vedetta definitiva e solitaria già da cinque mesi; il comparto “cembions lig” racchiude solo Roma, Lazio e Napoli; il comparto “europa lig” comprende Fiorentina, Sampdoria, Genoa, Inter, Torino. Gli altri comparti fortunatamente non possono interessarci…
Più o meno uguale segmentazione nella generale della serie B, col comparto “promozione diretta” occupato definitivamente dal Carpi e quasi definitivamente dal Frosinone, proprio la coppia auspicata e sostenuta da Lotito…Il comparto “pleiof” contiene sostanzialmente sette compagini, una più del lecito, e le ultime tre giornate di campionato serviranno a decretare i piazzamenti finali (molto importanti) e la squadra esclusa dal mini torneo di giugno. Anche in serie B, per fortuna, del resto della consorteria poco ce ne può calere…
Il Napoli di Rafelone Benitèz, che ancora mantiene il riserbo o forse coltiva il dubbio sul suo futuro professionale, dopo la brutta scoppola di Empoli nel turno infrasettimanale vince in casa tre a zero contro il misero Milan di questi tempi. L’Avellino di mastro Massimo Rastelli, in crisi di gioco e di risultati già da un paio di mesi, perde male a Crotone nel turno di metà settimana ma poi vince in casa, tre a due, contro il Pescara. Adesso il Napoli, a quattro partite dalla fine, è stabilmente quarto in graduatoria e può ancora giocarsela per il terzo/secondo posto finale e per il diritto di partecipazione alla coppa europea con musichetta di incoronazione di re e bottino più ricco pure del re. L’Avellino, a tre partite dalla fine che si spera fine non sarà, risultando settimo in graduatoria deve giocarsela per concludere almeno settimo/ottavo e così partecipare agli spareggi promozione, seppur in posizione di svantaggio regolamentare rispetto alle altre.

Replicando sempre la cronologia degli avvenimenti, l’Avellino, nel primo pomeriggio di domenica, ha avuto da affrontare il (Delfino) Pescara, avversario “storico” dei lupi e per giunta squadra data in gran forma. La partita era molto importante, uno spareggio per accedere agli spareggi, e l’Avellino era obbligato a vincere. Ha vinto, l’Avellino, sfoderando carattere e grinta, ma pure rischiando seriamente di perdere e subendo per un’ora di cimento la superiorità tattica e di equipaggiamento degli ospiti. Mastro Massimo, temendo molto l’impostazione offensiva dell’avversario, schierava i suoi sottoposti in maniera teoricamente coperta, allacciante cinque difensivi con tre mediani e due offensivi. Senonché, da subito o quasi, la squadra appariva sfilacciata e poco sincronizzata nei movimenti, con i due terzini di fascia (in particolare) spesso in posizione inadeguata, inutile per la difesa e men che meno per l’offesa. Nel mezzo, i tre mediani poco riuscivano a seguire i fraseggi rapidi e ben eseguiti di quelli del Pescara e davanti, inevitabilmente, Gigione e Marcellino giocavano più a rincorrere gli avversari che a farsi rincorrere. La prima risultanza del confronto consisteva in un ripetuto varco centrale in cui quelli del Pescara si lanciavano all’assalto della porta dell’Avellino; dopo un paio di tentativi non riusciti per errori di calibro nei passaggi e nel tiro, al minuto 14 il gol pescarese si concretizzava, fatto da Pettinari Stefano, giovane attaccante romano di nascita e romanista di crescita. La restante mezzora del primo tempo trascorreva col Pescara a tentare il raddoppio e l’Avellino a tentare perlomeno di serrare le fila e tamponare le incursioni nella propria difesa. Il capro espiatorio veniva individuato da mastro Massimo nel vecchio stopper Fabbro, sostituito prima del ’30 e rimpiazzato da Zito. Verso la fine del tempo il lupo cominciava ad affrancarsi dalla privativa di gioco del delfino e perfino a provare qualcosa, con Marcellino, nei pressi della porta avversaria.
Durante l’intervallo, (sur)riscaldati da un sole quasi estivo, i seguaci del lupo sugli spalti battibeccavano se fosse opportuno incoraggiare la squadra o se, ormai, tutto fosse perduto. Alla ripresa mastro Massimo mandava in campo la mezzala Sbaffo per il terzino Bittante e ridisegnava il modulo tattico su canoni più contemporanei. Il tempo che il Pescara sprecasse altre due opportunità per fare il secondo, ovvero il tempo che il guardiaporta Frattali impedisse al Pescara di fare il secondo, che un’azione portata in area pescarese da Zito veniva interrotta da un ingenuo quanto inutile fallo di mano di Salomon, difensore polacco del Pescara. Fallo inutile per modo di dire, per l’Avellino si rivelava utilissimo. Gigione segnava con perizia il rigore e poi, nei venticinque minuti rimanenti, l’Avellino trovava baldanza mentre il Pescara si appaurava di brutto. Il pubblico del Partenio-Lombardi decideva di tornare unito e il lupo azzannava altre due volte il delfino. Il gol del sorpasso lo siglava Zito, a coronamento della sua ottima performanza di giornata, sebbene gran parte del merito fosse di Gianmario che, da quattro minuti in campo in luogo di Marcellino, si lanciava a mo’ di centravanti d’altri tempi su un cross non difficile per il guardiaporta pescarese in tal modo rendendolo difficile, contendendogli il pallone con tale impeto che il guardiaporta non riusciva a bloccarlo e, vagando il pallone nell’area piccola, Zito accorrente da chissà dove poteva spingerlo in rete. Il terzo era fatto del centrocampista Kone, finalmente a segno al termine di una tipica azione dell’Avellino di Rastelli, in stile francese, “alla sanfrasòn”…Finiva tre a due per il lupo, perché ancora il Pettinari segnava nell’ultimo minuto di recupero. Gigione, da solo, andava euforico sotto la curva ma se ne ritirava in lacrime. Le versioni divergono.

Nel posticipo della domenica sera, che ormai tanto posticipo non è più, il Napoli al San Paolo ha abbattuto il Milan (ovvero a Napoli “Milàn”) giocando con impeto e senza stravaganze. La vittoria era obbligata per gli azzurri, se volevano continuare a competere per il terzo/secondo posto con le romane. Vittoria è stata, larga nel punteggio, nel gioco e nelle occasioni. Rafelone, ampliando l’orizzonte alla semifinale di andata di coppa UEFA (o come cavolo…) di giovedì, ha schierato le riserve del centrocampo e i titolari di difesa e di attacco. Il Milàn, compagine pedatoria in chiara smobilitazione altresì comandata da un allenatore mantenuto nel ruolo solo per un fatto di rassegnazione e forse per affetto padronale, mancava di alcuni titolari in difesa e del migliore attaccante a sua disposizione (Menez), oltre a mancare della consueta nobiltà di classifica. È ritornato il simpatico Milan dei “casciavit”. Un povero diavolo al cospetto di un grande ciuccio, che ha cominciato ad incalzarlo subito subito. Nemmeno un minuto di gioco e la partita già cominciava a finire. Calcio d’inizio, lunga serie di passaggi del Napoli che sembrava l’Olanda della finale mondiale 1974, rigore per il Napoli fischiato dall’arbitro per un’entrataccia del terzino De Sciglio sui polpacci di Hamsìk in procinto di mulinare un gol precoce. Al rigore, sacrosanto, l’arbitro aggiungeva l’espulsione, notarile, del milanista. A parer nostro, nel gioco della pedata l’arbitro non può espellere nessuno dopo un minuto di gioco al primo fallo di gioco e dopo aver già assegnato un rigore. A parer nostro l’arbitro bravo è quello che, almeno per salvaguardare la regolarità del confronto, non applica ottusamente una regola bensì la piega al buon senso di giustizia sportiva. Ma noi, purtroppo, siamo fuori moda. Fatto sta che al minuto 1 il Napoli poteva disporre di un rigore e della prospettiva di giocare tutta la partita in superiorità numerica. Il Napoli non approfittava della prima circostanza ma faceva in modo di non sperperare la seconda, più decisiva di quell’altra. Gonzalo non era Neeskens del 74 e si faceva parare il rigore dal bravo portiere spagnolo del Milàn, ma poi il Napoli si organizzava per attaccare la difesa a oltranza che gli ospiti per forza di cose mettevano su. In verità nel primo tempo il Napoli gigioneggiava più che attaccare seriamente, e addirittura gli ospiti andavano molto vicini al gol del vantaggio con tiro di capoccia di Jack Bonaventura che lambiva il palo destro della porta di Andujar. Era nel secondo tempo che il Napoli decideva di stringere d’assedio i milanisti, velocizzando l’azione e cominciando a sbrecciare il muro avversario centralmente e sui lati. Hamsìk coglieva un palo durante l’assalto prima di far cadere la resistenza ospite al minuto 70 della serata con un inserimento dei suoi e con un tiro analogamente. Hamsìk sembra essere definitivamente tornato ai livelli di gran pedatore che gli competono, e forse non è un caso che la squadra ha preso a giocar meglio da quando lo slovacco/napoletano ha ritrovato corsa e coraggio. Il gol del vantaggio ovviamente facilitava il compito del Napoli e impossibilitava definitivamente quello del Milan. Pippo Inzaghi magari non chiedeva ai suoi tapini una reazione immediata ma quelli ci provavano lo stesso, e il Napoli non chiedeva di meglio. Nei sei minuti successivi al gol di Hamsìk il Napoli ne faceva altri due, con Gonzalo e Manolo che ormai potevano entrare molto comodamente nell’area milanista per scagliare sentenze verso l’indifeso guardiaporta Diego Lopez, che tuttavia non si difendeva male.
Giovedì sera, al San Paolo, il Napoli ha un’emozionante appuntamento con la storia pallonara, e il popolo azzurro non vede l’ora di affollare di passione la nuova pagina del libro. Si preannuncia una serata da ricordare, sperando che dolce potrà essere il ricordo.

Luigi Numis

Redattore at Linkazzato.it
Operatore (cosiddetto) sociale precario e traballante, sgangheratamente in lotta fra (cosiddetto) sociale e qualsiasi altra attività buona per andare avanti. Scrive per non essere costretto a parlare troppo, così ogni tanto parla per non essere costretto a scrivere cose inutili. Vive fra una città di provincia e la sua provincia, dove ogni notte di luna piena si trasforma in licantropo e spaventa le streghe che gli affollano il cortile. Poi lui torna umano, ma le streghe no…Ha un sogno a lunga conservazione: arrivare alla finale del mondiale alla guida di una nazionale africana. E arrivarci di quattro-tre-tre.