venerdì 19 ottobre 2018
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Rubrica instabile: il Napoli e l’Avellino giocano in Emilia. A Parma gran confusione, mentre a Bologna un arbitro di Littoria…

Trentesima puntata di rubrica pallonara instabile. Il Napoli e l’Avellino, ancora in lotta per qualcosa di importante a tre (Napoli) e due (Avellino) giornate dalla conclusione dei rispettivi campionati, realizzano due pareggi in trasferta, entrambi in terra di Emilia, entrambi utili per la classifica sebbene quello del Napoli ben poco incoraggiante. Due a due fa il Napoli a Parma, contro la locale compagine già da tempo retrocessa e chiusa per debiti nel versante societario. Uno a uno fa l’Avellino a Bologna, contro la compagine più nobile e ricca della cadetteria ancora in ballo per la promozione diretta. Adesso il Napoli è quarto nella generale di serie A, a non molto da Lazio (tre punti) e Roma (quattro punti), occupanti le posizioni buone per accedere alla coppa europea con musichetta di incoronazione di re e bottino più ricco pure del re. Uno strano “triello” in cui, proprio come nel film di Sergio Leone, sembra che nessuno voglia fare la prima mossa, quella decisiva e scatenante il casino. Il Napoli, come detto, ha pareggiato in casa del povero Parma di quest’anno rischiando addirittura di perdere, Lazio e Roma le hanno buscate dalle milanesi misere di quest’anno. Si resta in attesa di segnali di vita dalle tre seconde del campionato, e ben si capisce come mai l’unica prima del campionato li vinca in serie, i campionati, senza mai avere un’antagonista semmai, quando va bene, una vice. A prescindere dagli arbitri e dal potere che anche noi, come tutti gli anti juventini, ci divertiamo a chiamare in causa più per non perdere l’abitudine che per reale convinzione.
L’Avellino dal canto suo risulta settimo in graduatoria, dentro i “pleiof” e con buone speranze di rimanerci stante i due prossimi impegni contro squadre senza più motivi validi per opporre una strenua resistenza. Oddio, anche il Parma contro il Napoli non doveva opporre resistenza eppure…

E allora, invertendo per una volta la sequenza temporale dei fatti, cominciamo proprio dal Napoli che a Parma città ducale, di domenica tardo pomeriggio, ha rimediato una mezza figuraccia sportiva, non tanto per il risultato finale di parità quanto per le accuse di “insulti e tentativi di corruzione morale” che quelli del Parma hanno rivolto agli azzurri a fine partita. Ovviamente noi non possiamo giudicare nessuno perché in campo non c’eravamo, però consideriamo persona seria, fra le più serie del buffonesco circo della pedata, Roberto Donadoni allenatore del Parma e pure ex del Napoli, esonerato all’inizio del campionato 2009/2010 per far posto a Mazzarri. Ordunque, se Donadoni ha fatto le dichiarazioni che ha fatto nel dopogara, secondo noi qualcosa di spiacevole in campo deve essere successo, e se si può pure considerare “parte del gioco” qualche parolaccia, qualche offesa e parola fuori luogo, non si potrebbe né dovrebbe considerare parte del gioco qualche eventuale tentativo di chiedere all’avversario minor tensione agonistica. Per quanto, su quest’ultimo punto, gli accusatori sembrano già sul punto di ritrattare. Ma si sa come funzionano le cose nel mondo del pallone, cosa ne sia il “saper vivere”, ovvero farsi i fatti propri perché il destino è strano, il futuro imprevedibile, e si può sempre avere bisogno di un favore, di un favorino o di un ingaggio da parte di tutti. Ecco perché Zeman il boemo, nel pallone, non può che restare il nostro unico modello. Zeman che, fra le tante battaglie, non ebbe paura di prendere le distanze da una partita farlocca che una sua squadra, il Lecce, stava giocando contro il Parma (vedete il destino strano?). Zeman in quella occasione non denunciò i suoi giocatori, è vero (ed è vero pure, cari indefessi lacchè di Moggi, che magari non lo fece perché non poteva averne le prove), ma nondimeno fece eloquentemente capire…
Tornando a Parma-Napoli ultima scorsa, la partita è stata comunque “vera”, al netto delle allusioni di quelli del Parma. Rafelone Benitèz, comprensibilmente preoccupato dalla partita di giovedì per il ritorno della semifinale di Coppa UEFA (o come cavolo la chiamano adesso), ha mandato in campo undici titolari di cui i titolari veri risultavano tre o quattro. Aggiungendoci il solito approccio presuntuoso che il Napoli troppo spesso adotta nelle partite in provincia, ne è venuto fuori un primo tempo inverosimile, col Parma padrone del campo e il Napoli indifferente alla partita in essere. Dopo il vantaggio dei locali su mischia d’angolo (gol di Palladino Raffaele, mugnanese di Capodimonte) il Napoli ha pure pareggiato, svogliatamente, con Manolo Gabbiadini. Poi, al minuto 33, un tiro dai trenta metri di tal Jorquera, centrocampista cileno del Parma, veniva solo intravisto da Andujar e segnava il due a uno per i padroni di casa. Finito finalmente il primo tempo inverosimile, nel secondo il Napoli ha cominciato a scrollarsi di dosso l’apatia e ad attaccare le linee avversarie. Quattro/cinque occasioni fallite (fra cui un palo di carambola) hanno dovuto precedere il gol del due a due, fatto da Mertens in bella personale. Mancando poco più di un quarto d’ora al termine il Napoli, innervato da Callejon, Higuain e David Lopez, tre titolari titolari, ha provato a vincere, andandoci molto vicino altresì rischiando di prendere il terzo su un paio di contropiede subiti. Rimaneva il due a due, a Higuain il fumantino andava in fumo il cervello e tutto finiva in rissa. Cioè in vacca.
Giovedì sera, nello stadio di Kiev capitale d’Ucraina, il Napoli si giocherà l’ingresso in finale di coppa UEFA (o come cavolo…) contro il Dnipro, squadra della città di Dnipropetrovsk che è sotto assedio russo. I pedatori del Dnipro magari giocheranno veramente per i loro tifosi, oltre che per se stessi. Non sarà facile, comunque sarà da ricordare…

Passando al romanzo dell’Avellino, i lupi di mastro Massimo Rastelli dopo la bella vittoria in casa di rimonta contro il Pescara, nel sabato pomeriggio ormai canonico di serie B hanno strappato un pareggio importantissimo nello stadio del Bologna dei sette scudetti, il glorioso Renato Dall’Ara nato stadio Littoriale. La partita è stata davvero bella, combattuta, avvincente. Giocata davanti a un pubblico numeroso e passionale. Insomma una partita di serie B migliore di tante partite di serie A.
Mastro Massimo, abbandonata la tendenza all’eccessiva prudenza, ha schierato i suoi sottoposti con modulo propositivo fatto di quattro difensivi di cui quelli sulle fasce con licenza di fluidificare, quattro mezzocampisti di cui almeno due buoni nella lotta ma anche nel governo, e due prettamente offensivi. Il Bologna, da pochi giorni guidato da mister Delio Rossi in sostituzione del mai troppo amato Lopez, ha la rosa più forte del campionato e si è ben visto durante la partita contro i verdi d’Irpinia. Portare in panchina pedatori come il portiere Coppola, l’austriaco Garics, Morleo, Bessa, Troianiello, Matuzalem, Cacia e Acquafresca non è possibilità per tutti, in serie B non è possibilità per nessuno. Che poi tale squadrone non sia riuscito a vincere il campionato e nemmeno ad arrivare secondo rientra, e meno male che ancora ogni tanto succede, nell’imprevedibilità delle palle che rimbalzano.
La partita ha raccontato la supremazia territoriale del Bologna, ma pure la ricerca costante dell’Avellino di ribaltamento dell’azione per farsi pericoloso nei pressi del guardiaporta avversario, l’italo/brasiliano Da Costa. Non a caso quindi, al minuto 35 un’ottima proiezione offensiva del terzino sinistro Visconti, quando si dice un terzino sinistro mancino e arrembante, ha consentito alla mezzala Sbaffo di portare in vantaggio l’Avellino e di far immaginare ai quasi duemila irpini al seguito un’altra vittoria bellissima, come e meglio di quella di Livorno nel mese di febbraio. E probabilmente l’Avellino avrebbe vinto la partita se fosse riuscito a resistere all’inevitabile sfuriata del Bologna di inizio ripresa e se un tiro ben eseguito di D’angelo Angelo, coll’Avellino ancora in vantaggio, avesse immobilizzato il citato Da Costa senza più ridargli vigore. Invece, sfortunatamente per noi, il guardiaporta Da Costa poteva riprendere colorito dopo essersi reso conto che quel tiro era finito fuori, di un niente, ma fuori. Così il Bologna pareggiava al minuto 55 con un gol dell’austriaco Buchel, già castigatore dell’Avellino nella stagione passata quando giocava nelle fila della Frentana cosiddetta Lanciano. Mediano molto buono l’austriaco Buchel, di garretti resistenti e di ottima tecnica, destinato l’anno venturo a giocare in serie A, nel Bologna o in altra squadra.
Indi il Bologna, cristianizzato dal pareggio e sospinto dal gran pubblico entusiasta, si lanciava in avanti sfoderando avanguardistiche virtù di coraggio e ardore, e in tal modo toccando le bonificate corde dell’arbitro di Littoria, che in quei ragazzi in camicia da palio e pantaloni alla zuava già doveva immaginare moderni eroi dell’Impero. L’arbitro di Littoria, sempre più rapito dal vibrante orgoglio che trasudava dagli slanci di quella benemerita gioventù felsinea, decideva di assecondare l’insopprimibile senso di parzialità e di regalare a quei valenti un calcio di rigore. Tuttavia il soldato Acquafresca Roberto, troppo imborghesito dalla vita comoda di panchina, si faceva respingere il tiro da tale Frattali Pierluigi, disfattista romano e pertanto subito inserito nella lista dei nemici della rivoluzione patriottica bolognese e soprattutto dei suoi prodigali benefattori Saputo Joei detto Giovanni e Tacopina Joe detto pure Giovanni.
Finiva orbene uno a uno, l’arbitro di Littoria giurava futura e duratura fedeltà alla causa felsinea e soprattutto ai suoi prodigali benefattori, mentre i fanatici del lupo cantavano inni alla gloria e si raccomandavano l’anima a Eupalla perché non gli facesse più incontrare l’arbitro di Littoria sulla strada verso quella gloria.

Luigi Numis

Redattore at Linkazzato.it
Operatore (cosiddetto) sociale precario e traballante, sgangheratamente in lotta fra (cosiddetto) sociale e qualsiasi altra attività buona per andare avanti. Scrive per non essere costretto a parlare troppo, così ogni tanto parla per non essere costretto a scrivere cose inutili. Vive fra una città di provincia e la sua provincia, dove ogni notte di luna piena si trasforma in licantropo e spaventa le streghe che gli affollano il cortile. Poi lui torna umano, ma le streghe no…Ha un sogno a lunga conservazione: arrivare alla finale del mondiale alla guida di una nazionale africana. E arrivarci di quattro-tre-tre.