mercoledì 14 novembre 2018
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Rapporto annuale ISTAT 2014: numeri e tendenze

Altro bel colpo assestato alle aspirazioni di ripresa economica e sociale del Belpaese. Lo stoccatore spietato anche questa volta è l’ISTAT che, nel suo corposo rapporto annuale 2014 sulla situazione del Paese, utilizza numeri e statistiche per non fare sconti alla politica e all’economia di propaganda e per gettare luce vivida sulle condizioni un po’ miserabili in cui si trova quella che una volta era la sesta potenza industriale del mondo.
La ventiduesima edizione del rapporto dell’istituto di statistica, oltre a documentare disastri, cerca anche di offrire scenari per la definizione di politiche a sostegno della ripresa. Solo scenari però, anche un po’ oscuri nei tratteggi fatti quasi sempre di numeri in proiezione. E sennò non sarebbe statistica.

Dal rapporto emerge un’Italia in grande sofferenza a causa della crisi economica che ha messo a dura prova il tessuto sociale, alcuni dati sono impressionanti e ci lanciano un messaggio di allarme che dovrebbe indurre a dare risposte immediate”, parole non proprio di circostanza pronunciate della presidente della Camera Laura Boldrini, a Montecitorio, nel corso della conferenza di presentazione del rapporto annuale.
Noi ne offriamo una necessariamente sintetica divisione in argomenti.

 1) Il quadro macroeconomico nazionale e internazionale del 2013 presenta una ripresa frammentata, buona soprattutto in Giappone e Stati Uniti. In Italia invece il PIL si è contratto nuovamente in volume tornando, in termini reali (il PIL è notoriamente farlocco), ai livelli del 1996. Negli ultimi anni, in Italia, la dinamica macroeconomica è stata caratterizzata da una forte contrazione di consumi e investimenti (rispettivamente -2,2 e -4,7% nel 2013); al contrario, la domanda estera netta ha fornito contributi positivi seppure non sufficienti a bilanciare la caduta delle componenti interne di domanda. Traduzione: aumenta la povertà dei cittadini italiani e a nulla serve qualche nuova commessa dall’estero.

2) L’occupazione nel corso del 2013 ha perso 478.000 lavoratori, passati a nero o a disoccupazione nera. L’emorragia occupazionale è maggiore al Sud (tanto per cambiare) dove ormai solo tre giovani su dieci hanno un lavoro serio. In marzo ci sono stati timidi segnali di ripresa dell’occupazione, molto timidi visto che siamo su livelli del +0,1%…Nel 2012 – fa sapere l’Istat – gli emigrati erano 68.000, il 36% in più del 2011, “il numero più alto in dieci anni”. Nello stesso anno, oltre 26 mila giovani italiani (tra i 15 e i 34 anni) hanno lasciato il Paese, 10.000 in più rispetto al 2008, meno di quanti sono rientrati. Il rapporto spiega che negli ultimi cinque anni se ne sono andati quasi 100.000 (centomila) giovani e che il flusso di uscita dei laureati è di 6.340 unità. Le mete di emigrazione privilegiate sono Regno Unito, Germania e Svizzera. La crisi frena anche gli immigrati stranieri in Italia: nel 2012 gli ingressi sono stati 320.000, -27,7% rispetto al 2007. Aumenta invece il numero di stranieri che se ne vanno (+17,9%) e che stupidi non devono essere.

3) La finanza pubblica gode di buona salute dopo i tagli lacrime e sangue degli ultimi anni: avanzo primario più alto fra i Paesi UE e drastica riduzione della spesa pubblica. Tutto per la gloria della troika.

4) La stagnazione della produttività continua il suo impaludamento cominciato nei primi anni del nuovo secolo; secondo la simpatica Banca Mondiale, avviare un’impresa in Italia richiede tempi simili a quelli dei principali partner europei, ma costa il triplo rispetto alla media Ue in termini di capitale minimo e di costi procedurali. Tempi e costi della giustizia civile, inoltre, sono ancora penalizzanti per le imprese italiane. Di conseguenza la capacità del “sistema Paese” di attrarre investimenti esteri è molto limitata. Senza approfondire i significati più retrò che l’espressione “sistema paese” assume nel Paese…

5) Calano sia il lavoro standard sia quello atipico e diminuisce pure la durata dei contratti atipici (nel 2013 poco più della metà degli atipici ha un contratto per meno di un anno); un quinto degli atipici permane nella situazione di atipicità da almeno cinque anni, con incidenze più elevate tra i collaboratori e tra chi lavora nei servizi generali della Pubblica Amministrazione e nell’Istruzione. Il lavoro atipico e bizzarro continua ad essere molto diffuso tra i giovani di 15-34 anni, tra i quali un occupato su quattro ha un lavoro a termine, una collaborazione o una stage a pagamento (dello stagista), con una percentuale che sale al 31,7% tra i laureati. Non a caso, l’unica forma di lavoro in crescita è il lavoro parzialmente standard (vale a dire il lavoro permanente a tempo parziale) che aumenta, rispetto al 2008, di 572.000 unità. Il ricorso al lavoro a tempo parziale è una delle strategie delle aziende per far fronte alla crisi, tanto che tutto l’incremento complessivo di questa forma di lavoro è di tipo involontario, nel senso che neanche le aziende sanno spiegarsi il fenomeno, semplicemente dovuto alle agevolazione fiscali sugli assunti inoccupati o disoccupati di lungo termine. Con la crisi è aumentato il fenomeno della “sovraistruzione”, ovvero sono aumentate le persone che accettano occupazioni meno qualificate rispetto al proprio titolo di studio. Oh per Bacco, diciamolo alla Fornero ex ministro choosy e vediamo l’effetto che fa. Il fenomeno dell’impiego al ribasso è più diffuso tra le donne (25,3% contro il 21,2% degli uomini), tra i giovani 15-34enni (34,2%) e tra gli stranieri (40,9%). Insomma, la Fornero aveva capito tutto…

Le donne risultano ancora sottoimpiegate rispetto agli uomini e rispetto alla media europea, ma ciò non limita l’aumento delle famiglie “breadwinner”, cioè quelle in cui la donna è l’unica ad essere occupata (dal 9,4% al 12,2%). Aumentano anche le famiglie brutte, sporche e cattive senza occupati e senza pensionati da lavoro, e oltre la metà di queste famiglie risiede nel Mezzogiorno. Il rischio povertà è in altalenante aumento, anche al Nord, passando dal 6.9% del 2010 al 12,5% del 2013. I trasferimenti sociali (sussidi pubblici), che nell’anno 2012 hanno riguardato il 38% delle famiglie, non riescono a intaccare la componente strutturale della povertà; traduzione: sono una miseria.

6) La popolazione italiana è in costante invecchiamento, sia per il tasso sempre più basso di nascite sia per il tasso sempre più alto di anni di vita dei cristiani. Il rapporto disegna anche uno scenario per i prossimi trenta anni: “l’inasprirsi del processo di invecchiamento sarà ancora più accentuato nel Mezzogiorno dove, dal 2011 al 2041, la proporzione di ultrasessantacinquenni per 100 giovani con meno di 15 anni risulterà più che raddoppiata passando da 123 a 278. Nello stesso periodo, al Centro-Nord l’indice di vecchiaia aumenterà di oltre una volta e mezza, da 159 a 242.” Alle sfide che la globalizzazione e le sue crisi finanziarie impongono ai sistemi paese, l’Italia si presenterebbe quindi con una struttura per età fortemente squilibrata, in termini di rapporto tra popolazione in età attiva e non, e con una dinamica demografica che incrementerà il processo di invecchiamento, a meno di politiche sociali in grado di mutare in profondità i comportamenti individuali e sociali. Traduzione: senza politiche concrete e sonanti di incentivi e sostegni alle famiglie (e non i family day) figli non se ne faranno più, a scuola andranno solo i ripetenti storici e a lavorare andranno solo stranieri e pensionati volontari.

7) Il Paese è vecchio, l’assistenza pubblica va sotto sforzo. Cresce il ruolo del non profit nella sanità e nell’assistenza sociale. Il settore del non profit svolgerebbe un ruolo crescente nell’ambito della sanità e dell’assistenza sociale sminuzzate e mercantizzate, emergendo però nuove criticità. In particolare, troppa eterogeneità nella distribuzione territoriale e nella dimensione delle istituzioni, misurata in termini di numero di dipendenti. Aumentano anche le disuguaglianze nelle prestazioni (è il mercato, nonnetto), per le quali gli indicatori segnalano persistenti divari di genere, sociali e territoriali, sia in faccende di esiti di cure che di accessibilità delle cure. Andrebbero arginate (in banale ottica socialdemocratica) le conseguenze della riduzione della spesa sanitaria pubblica e le difficoltà dimostrate dalle famiglie a far fronte con risorse proprie alle cure sanitarie. Un indicatore importante al riguardo è costituito dalla rinuncia alle cure. Nel 2012, la quota di cittadini che ha rinunciato alle cure si attesta all’11,1%, in maggioranza donne; a livello territoriale gli esistenzialisti della salute sono di più nel Mezzogiorno (14,8%) dove, si sa, la sanità è politica e il fatalismo è rinunciatario.

Si spera nella ripresa.
(Pubblicato in data 3 giugno 2014)