giovedì 8 Dicembre 2022
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Il coraggio è quello che sarà: la compagnia Murìcena incanta il teatro con il “No, Grazie!” di Cyrano de Bergerac

Il coraggio è quello che sarà, non occorre dargli un nome: può essere il prossimo inverno o il nuovo viaggio atteso, l’amore che trafigge il cuore o la desolante povertà di alcuni. Lui non è stato, come ciò che passa ma corre con noi fino alla prossima stagione, fino a quello scarto improvviso, a quello slancio di muscoli e cervello.

Il coraggio è quello che verrà, e se a parlarne nell’orgoglio di restare se stessi sono tre giovani ragazzi, il risultato non può che essere trionfante. La compagnia teatrale Murìcena ha deciso di portare in scena un’ancestrale storia di amore e coraggio: “Cyrano de Bergerac“, celebre commedia di Edmond Rostand con quarantadue personaggi, che per l’occasione si tramuta in un riadattamento per attore solo, con il poeta guascone ribattezzato Ciro Ercole Savignano, detto ‘o Bergerac; la storia dello spadaccino perdutamente innamorato della bella Rossana, a sua volta affascinata dal bellissimo Cristiano; Cyrano, eroe romantico e solo, costretto e tormentato dall’amore, da quel sentimento da cui si nasconde celando se stesso, perché non si fa riconoscere e non si svela. Il sipario aperto sulle note de “La vie en rose“, Villeneuve tramutata in Casalnuovo; a fare da sfondo la cornice di immagini curata da Anna Camerlingo, le cui fotografie equivalgono a vere e proprie opere d’arte.

Protagonista Adriano Falivene, la cui disarmante umanità (oltre che il suo indiscutibile talento) nell’interpretazione del personaggio di Bambinella de “Il Commissario Ricciardi” è ormai impressa nel cuore di tutti; alla regia un amico fraterno di Adriano, Antonio Perna, mentre a curare la drammaturgia dello spettacolo sono Adriano Falivene e Raffaele Parisi (altro volto noto del Commissario Ricciardi, nei panni dello sgradevole ed ignorante Sebastiano Fiore) e lo stesso Antonio Perna.

L’emozione la si percepisce nitida e forte dai loro occhi, dagli sguardi sinceri ed umili che solo i grandi maestri dell’arte riescono ad assumere; tutti e tre hanno accettato di rilasciare un’intervista per parlare dello spettacolo, che ha debuttato il giorno 18 febbraio al teatro De Rosa di Frattamaggiore, e che vedrà all’attivo altre due date: venerdì 25 marzo al Teatro Summarte di Somma Vesuviana, e il 4 marzo al Teatro Ricciardi di Capua.

Adriano Falivene nei panni di Ciro Ercole Savignano in un bellissimo scatto della fotografa Anna Camerlingo

  • La storia del Cyrano ci costringe a confrontarci con il “Brutto”, il “Diverso”, colui che non avendo un bell’aspetto vive questo suo stato fisico come una vergogna, un peso che lo porta all’autoisolamento e al non saper confessare il suo amore a colei che profondamente ama perché si sente inappropriato, fuori luogo, escluso. Tanta mitologia e letteratura, anche per bambini, ci hanno insegnato che il buono è sinonimo di bello, mentre il cattivo è brutto, disarmonico se non deforme. Napoli è una città, una civiltà anzi che accoglie da secoli tutti come una grande madre, anche gli esclusi (basti pensare al “Femminiello” napoletano) e a tanta umanità pittoresca partorita dai suoi vicoli. Si sposa bene un autore come Rostand, che è stato fra pochi a rendere protagonista un brutto e a trattare il tema della bruttezza in modo poetico con Partenope, città contraddittoria ma ospitale, “Città d’amore”, come affermava De Crescenzo?

Adriano: “L’idea, che non è stata neppure un’idea bensì un’esigenza, di portare Cyrano a Napoli nasce proprio dalle parole del “No, Grazie!”, che rappresentano una bellezza d’animo, e dunque anche in tal caso la bellezza è accostata all’eroe; si parla di “Bellezza d’animo”, anziché di una bellezza superficiale. Perché Napoli? Napoli possiede la capacità di essere un grande contenitore di tutte le tipologie di umanità, come se in una piccola zona vi fosse la più grande ricchezza di biodiversità culturale; non a caso siamo sullo stesso parallelo di New York, abbiamo anche un’etimologia simile: Neapolis significa “Nuova città”, e qualcosa che ci lega rispetto al parallelo è che New York è intesa come la grande mela proprio per la ragione di cui sopra, inglobare moltitudini e pluralità umane. Oltretutto la lingua francese ha questa nobiltà che però preserva un ritmo e il sangue della strada, cosa che invece in italiano io ho sempre reputato un pò tradita; nel napoletano, invece, sussiste quella nobiltà, quella capacità di esprimere frasi e concetti molto complessi con poche sillabe restituendole la carne ed il sangue“.

Antonio:” Il periodo storico di cui parliamo si può collocare a Napoli perché nello stesso lasso di tempo in Francia e a Napoli avevano luogo i medesimi accadimenti: il susseguirsi di rivoluzioni, eroi, invasori, e dunque quale città meglio di Napoli avrebbe potuto fungere da specchio per raccontare tali spaccati? Noi siamo stati invasi da tutti, soltanto i Visigoti non ci hanno ancora raggiunti!”.

Adriano:” Tu hai citato De Crescenzo, e pensavo che Cyrano è proprio l’eccezione forse, perché non è nè un “Uomo d’amore”, né un “Uomo di libertà”, ma è un uomo che ama la libertà, dunque i due aspetti coincidono: il suo grande amore verso questa libertà che chi non è mediocre nell’anima può vivere liberamente senza preoccuparsi di essere odiato“.

Raffaele:” Probabilmente anche la scelta dell’uso della maschera non è stata casuale: essa è una personificazione di Pulcinella, anima un pò ribelle e cuore pulsante di questa città. Cyrano non è altro che un poeta ribelle, spadaccino, in cerca della sua libertà, in nome dell’amore più puro“.

Antonio:” E’ tutto e il contrario di tutto, perché per quanto sia ribelle e coraggioso si nasconde dinanzi all’amore di Rossana, temendo la sua bruttezza“.

Adriano:” Nonostante Cyrano sia contrario al compromesso, alla fine egli cede ad un compromesso da lui stesso architettato; l’unico a non tradire, in questo caso, è proprio Cristiano, che nella sua ingenuità comprende che l’amore di Cyrano va oltre l’amicizia ed un grado di parentela non paragonabile all’epoca ad un incesto (infatti noi non specifichiamo mai che Rossana è la cugina di Cyrano, proprio perché non ci siamo mai soffermati su questo aspetto, preferendo definire Cyrano un amico fraterno di Rossana). Il guascone spadaccino attua tale tradimento in virtù di una bruttezza fisica, come dicevi tu all’inizio, da lui non tollerabile; d’altronde non sappiamo, se Rossana avesse scoperto prima la verità su Cyrano, che cosa avrebbe deciso. Non possiamo saperlo: come è scritto nel testo e come noi fedelmente riportiamo, quando lei ha il colloquio con Cristiano, il quale decide di parlarle da solo, gli dice “Diventi sciocco del tutto e questo mi dispiace come se diventassi brutto”, proprio perché lei non è una donna superficiale, e non è ciò che noi vogliamo raccontare: non è una donna stupida, tanto è vero che si lascia ammaliare dalle parole di Cyrano”.

  • Cyrano come simbolo e incarnazione della ribellione a tutto ciò che è sopruso e tirannia, il gesto estremo del guascone poeta così simile all’animo napoletano e al suo rifiuto delle regole ingiuste, così anarchico e solitario; una specie di eroe romantico e triste, un anti eroe, che poteva essere figlio di Partenope, un Masaniello colto e spregiudicato. Qual è la differenza di impatto su un pubblico che un Cyrano de Bergerac trapiantato in dialetto napoletano può avere rispetto alla versione originale?

Antonio:” Finora l’impatto è stato positivo, noi abbiamo debuttato venerdì scorso al Teatro De Rosa di Frattamaggiore; crediamo che il testo si presti tanto a questo riadattamento, infatti Raffaele e Adriano lo hanno riprodotto direttamente dal francese al napoletano, rendendosi conto che era molto più facile che tradurlo dall’italiano, essendo la matrice napoletana molto simile a quella francese“.

Raffaele:La stessa costruzione del testo è molto simile, per questo abbiamo voluto utilizzare la lingua napoletana“.

Antonio:” Crediamo che si presti tantissimo, probabilmente se il testo originale fosse stato scritto in lingua inglese o in lingue più nordiche non so se avrebbe avuto la medesima efficacia, ma il francese a nostro avviso si è prestato tantissimo a questo riadattamento“.

Adriano:” Noi abbiamo ricevuto la sorpresa di Alessandro D’Alatri, che è il nostro maestro, con il quale io e Antonio abbiamo recentemente affrontato l’esperienza teatrale con la messa in scena di “Mettici la mano”, in cui Antonio era l’aiuto regia; Alessandro è stata una della cause dell’esigenza di cui parlavo all’inizio, il suo essere se stesso a nostro avviso lo rende ispiratore delle stesse emozioni che suscita Cyrano, in questa lotta contro la mediocrità: Alessandro, romano ma napulegno, come è solito definirsi, ha apprezzato tanto proprio il napoletano, come vestito più idoneo ad una traduzione dal francese, per assurdo forse anche più internazionale dell’italiano; se dovessimo andare in giro per il mondo lo spettacolo sarebbe più compreso in napoletano che in italiano, e paradossalmente anche in francese. Si ha davvero la sensazione che attraverso questa lingua antica, magicamente anche persone che abitano in tutt’altro luogo comprendano ciò che si sta mettendo in scena: io ne ho avuto la prova durante la tournée di Filumena Marturano, in Argentina: il pubblico comprendeva totalmente il napoletano, mentre durante tutti gli altri appuntamenti comici vi era una sola persona che capiva l’italiano“.

Antonio:” Nelle prossime date verranno persone che vivono al Centro e al Nord Italia, e verificheremo anche con loro l’efficacia di questa scelta; per ora possiamo sicuramente affermare che Alessandro è riuscito a capire davvero tutto lo spettacolo, ma come poc’anzi diceva Adriano, Alessandro è più napoletano di noi“.

  • L’opera di Rostand è anche un attacco al potere, ai soprusi, al dominio. “Far l’arte del buffone pur di vedere alfine le labbra di un potente, schiudersi ad un sorriso benigno e promettente?”. E’ in un certo senso l’eroe solitario, che combatte per sé, ma anche per un mondo migliore, che con la spada cerca giustizia e amore, tra personaggi mediocri e vigliacchi. Un poeta che ha capito che solo la poesia può salvare il mondo dalle sue bruttezze, perché è purificatrice, palingenesi, è medium potente tra gli uomini. Un eroe che combatte per amore, solo per amore. Non trovate?

Antonio:” Io credo che lui lo dichiari apertamente nei versi del monologo che hai appena citato: la poesia è l’unico modo per andare avanti, crescendo, perché la rinuncia al compromesso equivale alla crescita; un altro importante passo del “No, Grazie” recita:” Orsù che dovrei fare…? Cercarmi un protettore, eleggermi un signore, e come l’edera, che dell’olmo tutore accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza, arrampicarmi, invece di salire per forza?”; Cyrano rifiuta il compromesso, vuole salire con le proprie forze, e lo dichiara esplicitamente: non essere quercia o pino forzuto, ma salire di poco senza aiuto“.

Raffaele:La necessità di mettere in scena un testo del genere, a mio avviso, è partita anche da una necessità di compagnia, di rivoluzionare un pò le cose da dentro, dato che oggigiorno il mondo dello spettacolo è pieno di compromessi, e noi almeno adesso abbiamo deciso di perseguire questa strada e di dire al pubblico “No, Grazie!”, preferiamo andare per la nostra strada“.

Antonio:” Credo non ci sia un senso al compromesso, e Rostand lo dice in mille modi all’interno del “No, Grazie!”: che senso ha pagare un editore per vedersi scrivere i propri versi rinunciando a se stessi? Eppure esistono autori che fanno acquistare milioni di copie dei loro libri pur di scalare le classifiche“.

Adriano Falivene, in un altro bellissimo scatto di Anna Camerlingo

  • Il personaggio di Rostand è servito da spunto per una bellissima canzone di Francesco Guccini, in cui lo spadaccino poeta viene rappresentano come un uomo stanco che punta il dito contro un’umanità indolente, cinica e vigliacca. Oltre alle critiche alla società moderna, a una certa tipologia umana. Nei versi di Guccini c’è l’amore e la solitudine. L’amore vissuto dal protagonista, solo individualmente, non corriposto, silenzioso, e la solitudine derivata dal suo aspetto e quella imperfezione fisica. Quanto c’è dell’anarchico in Cyrano, nel suo essere contro le regole e a volte il buonsenso dei benpensanti?

Adriano:Sicuramente l’anarchia è meno concettuale come presa di posizione, è spontaneo il desiderio di salire, poco ma salire: la strada alternativa, sebbene conduca più in alto apparentemente, sarebbe in realtà una discesa per Cyrano, una discesa verso gli inferi, arrivare a ricoprire anche una carica istituzionale senza alcun merito e dover poi sottostare a determinate dinamiche malate, che impediscono di fatto di sognare, di cambiare le cose, di portare poesia nel mondo. E’ lì che in quel caso, forse concettualmente, vi è una maggiore anarchia: può sembrare di avere maggiore potere al di fuori, ma non lo si possiede affatto; non vi è la possibilità di governare, un mondo del genere è ingovernabile verso il bene, si andrà sempre verso la soluzione più comoda. Di certo non si tratta di una motivazione nobile; più che un anarchico è un filosofo, un esteta dell’anima, non è un’anarchia bellicosa”.

Antonio:Cyrano paga anche le scelte che compie: all’inizio del testo di Rostand egli devolve tutti i suoi soldi affinché si fermi l’opera, e rinuncia a tutti i suoi averi, tanto da cenare con un biscotto; pur di svecchiare il teatro egli è pronto a rinunciare ai suoi averi; pertanto egli paga le conseguenze delle sue azioni, facendo i conti con la realtà, sempre: sa di mettersi contro il potere, ma lo fa con consapevolezza, forse non con coscienza, ma con consapevolezza sicuramente“.

  • Cyrano nasconde il suo amore, lo rinchiude nel suo cuore senza renderlo palese alla donna amata e così facendo nasconde se stesso. Ecco la maschera, tema caro a Nietzsche e Pirandello. Ecco il nascondimento di ognuno, per apparire altro da sé, per nascondersi nelle profondità di se stesso. La vita diventa semplice finzione, una sfilata di maschere e travestimenti che servono a sopravvivere. Cyrano inoltre possiede l’assenza di coerenza tra forma e contenuto, per cui la forma diviene travestimento. Un travestimento che viene assunto per combattere le proprie insicurezze e paure, nel caso del guascone Cyrano per il suo difetto fisico, per lui mutilante. Cyrano ha qualcosa del personaggio decadente? Non trovate vi sia anche Nietzsche in Cyrano?

Adriano:” Il discorso della maschera è particolare, perché in taluni casi è un concetto che porta alla sofferenza, come per Cyrano; in altri casi è un suo punto di forza:” Io amo essere odiato”, egli adora incutere timore, come un mostro, nell’animo di chi è un mediocre, di chi non è capace di sognare, anche nei potenti, che hanno un altro tipo di maschera, che nasconde delle perversioni, la volontà di avere una donna attraverso un compromesso, come De Guiche o Valvert, ma lo stesso Montfleury, l’attore cane dell’inizio; è un altro tipo di maschera, quella di Cyrano divene tale quando si affaccia alla porta dei sentimenti, per paura; quest’ultima lo rende umano, è tutt’altro che una maschera, è come se in realtà privandosi di quella maschera orribile ne uscisse un volto orribile, di cui lui ha timore. E ripeto, non è detto che Rossana non potesse innamorarsi di Cyrano: io ho sempre intravisto questo aspetto nel finale, perché quando lei capisce l’inganno, si rende conto di essere innamorata del poeta guascone. In fondo tutti diventiamo brutti, superata un’età; l’anima è qualcosa che se è bella resta bella, se fossimo brutti con un’anima brutta sarebbe una tragedia!“.

Antonio:” Ritorna anche il tema della consapevolezza, come diceva Adriano, Cyrano non si nasconde, piuttosto mostra con fierezza ai quattro venti la sua maschera, finché non deve affacciarsi alla porta dei sentimenti“.

Adriano:” Vi è un punto del monologo del naso, in cui Cyrano dice proprio “Avere naso è segno di intelligenza, di intuito”, dunque paradossalmente egli si vanta di avere un naso enorme; questa filosofia viene tradita dall’uomo Cyrano, altrimenti sarebbe un eroe fino in fondo; ciò che lo rende un eroe decadente, è la fine che gli fa fare Rostand. E’ un pò come dire: la realtà è questa, chi come noi, compagnia teatrale pulita, si oppone, è probabile che abbia una vita difficile, perché può arrivare qualcuno che tanti scrupoli non se li crei. La grande lezione che dà Rostand credo sia questa: se lui avesse accettato anche questa cosa, e alla fine Cristiano non fosse morto, e vi fosse stato lo scioglimento di un nodo con un lieto fine, avremmo perso il contatto con la realtà. E’ la realtà ad essere decadente, non Cyrano; per fortuna ci sono uomini capaci beccarsi pizzoni dietro la schiena e di morire felici, piuttosto che nelle loro ville costruite senza merito”.

  • Parlare d’amore è importante, fondamentale per conoscere se stessi e gli altri. Lo aveva ben capito Platone quando scrisse il Simposio e Pier Paolo Pasolini che nei suoi “Comizi d’amore” lamentava il fatto che spesso il popolo non tratta questo enorme sentimento, non ne parla. Ci sono tante opere d’arte che affrontano questo discorso amoroso, ma una su tutte è il Cyrano de Bergerac. Sono certa che comunque se ne voglia parlare, che se anche l’opera tratti di amicizia, ribellione, solitudine, il tema centrale sia l’amore, quello vero, disperato e tormentato, quello di un guascone poeta per la bella Rosanna. Un amore non dichiarato, celato, ma in ogni caso vero e vissuto come tormento. C’è la mancanza, il nascondimento, ma sono peccati che ci sentiamo di assolvere per il semplice fatto che sono commessi per amore, solo per amore. Nietzsche scrisse che “Tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male”. Quanto è difficile oggi parlare di “Pudore dei sentimenti”? A vostro avviso un personaggio come Rostand potrebbe esistere ed agire nella contemporaneità?

Adriano:” Io credo che la difficoltà per esseri che sono sempre esistiti e che vivono tutt’oggi con questo tipo di valore sarebbe quella di fare il contrario, non essere se stessi: sicuramente la natura ci offre questo tipo di anime, e noi ne abbiamo come dicevo prima una prova in Alessandro; peraltro siamo una compagnia che si tiene stretta grazie a questi ancestrali valori. L’amicizia viene fuori quando Cyrano, di fronte alla morte di Cristiano, decide di non rivelare, perché su quella lettera c’è sia il suo pianto che il sangue di Cristiano, quindi si passa inevitabilmente dalla rivalità all’amicizia, e sempre per la sua anima non mediocre per lui è impossibile fare altrimenti; allo stesso modo, nella realtà, le persone come lui fanno questo, per loro sarebbe difficile il contrario, come per Cyrano sarebbe difficilissimo scrivere poesie per il cardinale Richelieu; oggi è difficilissimo per una persona non mediocre tradire un amico, o non aiutarlo se può“.

Raffaele:” Nella nostra società è difficilissimo mettere a nudo i propri sentimenti, chi li mostra viene visto come un debole, mentre i sentimenti sono proprio la forza che ci rende vivi ed umani; lo stesso Cyrano è un grido all’amore, anche all’amore platonico, oltre che alla libertà. Cyrano fa tutto ciò che racchiude l’amore, il senso dell’amore: si traveste da un altro pur di far vincere l’amore, fino alla fine della sua storia. Non è qualcosa di razionale, lui fa tutto ciò che l’amore costringe a fare“.

Adriano:” C’è anche una fede, non si parla mai di religiosità, perché è diverso l’argomento: si parla di fede, che è sempre qualcosa nella quale la ragione c’entra poco, d’altronde se sussiste la ragione non può esistere la fede, si crede in qualcosa senza avere una prova; Cyrano crede in questo amore per la libertà, per essere non mediocri, e torna anche il discorso di Herman Hesse, che in amicizia e in amore non ci può essere la mediocrità, perché un essere mediocre non avrà mai la possibilità di ricevere o dare questi due grandi valori; ecco perché rispetto all’anarchia non c’è una razionalità, è un sentire quello del Cyrano, ed è inevitabile che sia così“.

  • Voi avete scelto di portare in scena uno spettacolo ad attore solo; questa scelta si è rivelata più efficace rispetto ad una trasposizione con quarantadue attori?

Raffaele:” Tutti i personaggi che Adriano interpreta sono costruiti dalla regia in modo che coabitino in una situazione scenica, compagni che anche se inanimati è come se ci siano“.

Antonio:” Una cosa che dicevo sempre ad Adriano durante le prime prove, quando lui tendeva a correre per ricoprire tanti personaggi: i fili, la trombetta, un cappello, hanno una propria battuta, sono i tuoi compagni di scena, e tu devi dargli spazio! Più che una sifda è stata una visione: mi sono affidato al mio grandissimo amico ed attore Adriano, dotato di tantissime competenze, grandissime qualità, che io ho cercato di mettere in luce. Ho costruito uno spettacolo ad attore solo perché è venuto da me Adriano Falivene, magari con un altro attore non sarei riuscito a fare questo lavoro, e avrei preso quarantadue attori, come l’opera originale prevedeva, più le comparse, i ballerini; invece è stata una visione che Adriano ha reso possibile, certo abbiamo dovuto scegliere quali temi affrontare, omettendo ad esempio il tema della guerra, ma io credo che siamo riusciti a trasporre l’essenza di questo testo“.

Raffaele:” Cyrano, anche come operazione artistica, è un testo molto rappresentato, dunque anche trovare un prodotto che racchiudesse diversi linguaggi, ad esempio il teatro di figura, della commedia dell’arte, della prosa, non è stato scontato“.

Antonio:” Io non trovo interessante, nel 2022, siccome il mondo viaggia ad una velocità inarrestabile e noi non riusciamo a stargli dietro, fare un teatro solo ed esclusivamente di parola, di prosa, come invece creare delle immagini, delle suggestioni; venne a trovarci durante una prova aperta la madre di un nostro amico, e lei nella scena in cui Cyrano va sulla luna ha intravisto un suicidio; magari non è ciò che dice Rostand, però siamo riusciti a creare un’immagine, una riflessione, mettendo in moto il cervello. Per me è quella la vera vittoria: stimolare le menti a crearsi delle proprie suggestioni, delle proprie immagini; chissà tra dieci, vent’anni, magari ci sarà qualcuno che farà un Cyrano senza neanche un attore“.

Raffaele:Per rendere più accattivante il prodotto artistico, più originale, ci siamo indirizzati verso la direzione di un unico attore, il che si è rivelata una vera e propria scommessa“.

Adriano:” Prima della pandemia, questo testo è stato messo in scena sempre da Murìcena, in collaborazione con Musidantea, con dodici attori che interpretavano diciotto personaggi; la stessa traduzione che abbiamo fatto, salvo una scena che ha aggiunto Antonio, prevedeva tanti personaggi. Nell’opera originale di Rostand tutto questo mondo ricorda proprio Napoli nell’età dell’oro, così come Parigi con carrozze, viavai di persone, passando dallo spazzino per tutte le classi sociali; ciò che ne emerge è sempre questa solitudine, di un uomo diverso da tutti gli altri. In quest’ottica ha avuto più senso fare un focus totale su Cyrano in questo isolamento, in questa bolla, come se fosse già in qualche modo sulla luna, in un altro luogo, come se già fosse accaduto tutto, e lui lo rivivesse e lo raccontasse a persone che non conoscono la sua storia andando in un loop; però, come diceva Antonio, è come se per magia alla fine della nostra rappresentazione Cyrano decidesse di andare avanti, arrivando a quello che può essere letto come un suicidio: noi diciamo solamente “Ciro Ercole Savignano, cu’ nu’ colp ‘a tradiment murett pe’man ‘e n’omm e nient!”, ma si tratta di una battuta, ciò che mostriamo è soltanto che dopo questo bacio, dopo questa consapevolezza di impossibilità di raggiungere quell’amore, lui decide di andarsene sulla luna. E’ come se Cyrano giocasse con il teatro, avendo a disposizione il teatro per raccontare la sua storia“.

Antonio:” E’ come se Cyrano ogni giorno rivivesse la sua storia, tutto quello che è successo, fino al bacio; egli non accetta il compromesso del tacito silenzio, di vedere come va questa storia, essendo totalmente, come dicevi tu, anarchico; piuttosto che vedere questo amore che non può avere va sulla luna, non vuole stare con gente che si svende e senza la persona amata. Preferisce andarsene sulla luna“.

  • No, Grazie!” è il monologo famoso del Cyrano e rappresenta il rifiuto di ogni compromesso, di ogni ruffianeria cialtronesca, del facile arrivismo, della vanagloria che si ottiene rinunciando a se stessi. “Pubblicare presso un buon editore, pagando, i propri versi! No, grazie dell’onore!”Cyrano rifugge la mercificazione, il conformismo bigotto dell’arte codina dell’inciucio. Credo si sposi molto bene con l’anima vera di Napoli, da sempre anarchica, ribelle, dominata ma non conquistata, seria ma non servile, dolce ma che sa essere feroce nel rifiuto e nella ribellione. “Ribellarsi è giusto”, affermò Sartre, esiste un filo che lega Napoli e Cyrano nel rifiuto e nel voler combattere ciò che è ingiusto?

Antonio:” Napoli è, come hai detto tu, una città che è stata capace, con le sue Quattro Giornate, di liberarsi da sola e non accettare imposizioni, ponendosi quel limite che non si può superare“.

Raffaele:” Questo lato di Napoli incarna molto lo spirito francese“.

Adriano:” Una volta era così, per riagganciarmi al pensiero di Raffaele, e lo vediamo già dai “Gilets jaunes”; questo mi fa pensare che Cyrano sia proprio l’animus partenopeo della ribellione, però solo: mentre in Francia vediamo una grande partecipazione alla ribellione, qui invece si è soli nella lotta, spesso, ancora di pù oggi. Le prime parole che abbiamo tradotto, e che in italiano reciterebbero “Orsù che dovrei fare, cercarmi un protettore”, le abbiamo trasposte come “E c’ avessa fa’?”: è qualcosa che mi risuona subito, da napoletano, in tante circostanze ingiuste, anche rispetto a ciò che viviamo oggi o che abbiamo vissuto fino a qualche tempo fa si pensa “E c’ avessa fa’?”. In determinate circostanze, determinate leggi, determinati comportamenti, il napoletano pensa a trovare un escamotage; l’arte di arrangiarsi, di cui parlava anche De Crescenzo, in realtà è l’unica speranza in un mondo in cui il progresso ci si sta rivoltando contro, perché è proprio l’arte di arrangiarsi che impone la socialità, lo stare insieme, cosa che adesso noi stiamo vivendo al contrario. La più grande tragedia del nostro tempo è proprio l’asocialità, in cui l’escluso, l’isolato, non è solo Cyrano, ma sono anche tutti quanti gli altri, dove magari Cyrano trova la forza per andare avanti mentre altri soccombono, perché non esiste più lo spirito di andare avanti. In quelle prime parole “E c’ avessa fa’?”, io ci rivedo quell’anarchia non concettuale; probabilmente è contro la società un atteggiamento del genere, ma la direzione in cui stiamo andando ci rende civilmente soli: siamo tutti, in maniera molto civile, anche in virtù di un’emergenza che stiamo vivendo, soli; più si seguono le regole, più si è soli in questo momento. Chissà Cyrano oggi che cosa farebbe”.

Cyrano, alias Adriano Falivene, sfiora la luna, in un sublime scatto della fotografa Anna Camerlingo

  • Il vostro spettacolo rappresenta un grido di dolore e un’invocazione. Il grido munchiano di chi denuncia il deserto di valori in cui ci tocca vivere come viandanti, navigando a vista in un’epoca segnata dalla disillusione, dal nichilismo passivo, dal dominio della tecnica. Un periodo storico in cui l’uomo, anzi l’umanesimo, è relegato ai margini della storia. L’invocazione è a crederci, a non mollare, affermando sartraniamente che “Il futuro dell’uomo è l’uomo”; un uomo che deve continuamente affermare se stesso e i propri valori, la propria umanità oscurata dal mito tecnico, e riscoprire quella dignità che gli consenta, quando è necessario di dire “No, grazie”. Condividete la massima di Sartre?

Antonio:” Io non la trovo connessa soltanto a questo spettacolo, io trovo la frase di Sartre ideale proprio a descrivere i tempi moderni: siamo noi l’unica speranza per costruire e per sopravvivere“.

Adriano:” Etimologicamente ribellarsi significa RITORNARE AL BELLO: avere delle estensioni, per quanto siano un potenziamento della nostra memoria, della nostra capacità di viaggiare, in questa tecnologia che ci rende meno belli in quanto esseri umani“.

Raffaele:” Sembriamo più belli ma siamo meno belli“.

Antonio:” Ci preoccupiamo dell’apparire e non dell’essere“.

Raffaele:” Io credo che questo spettacolo sia basato proprio su quella che oggigiorno dovrebbe essere la funzione del teatro, e sul perché il teatro dovrebbe esistere; in questa società così tecnologica abbiamo perso la luce, il faro. Noi lo notiamo quando lavoriamo con i ragazzi, molti dei quali non conoscono Eduardo o Pirandello, autori che non vengono più studiati oppure vengono studiati male, in maniera mnemonica per poi essere dimenticati. Gli stessi ragazzi non vanno a teatro, non vengono stimolati. Noi in questo spettacolo raccontiamo una storia d’amore, un qualcosa di molto semplice, che non va scarnata o sciolta: lui, lei, l’altro. E quello che vogliamo dire, attraverso l’arte, è proprio divulgare l’informazione, far nascere un pensiero: per i Greci esisteva il teatro, e i bambini greci andavano a teatro, vi erano i maestri privati, gli educatori, e il teatro aveva una funzione di istruire. Noi dovremmo riprendere quella funzione paideutica: oggigiorno il teatro non ha ragione di esistere, non si colloca, non ha una posizione importante come lo è stata finora. Noi a livello di compagnia percepiamo un pericolo per il teatro, ragion per cui dobbiamo agire, attraverso l’unica arma che abbiamo, quella del nostro pensiero, ovvero che attraverso lo spettacolo si possono comunicare tanti concetti e plurime sensazioni, arrivando anche ad un pubblico più giovane, e questa è una nostra responsabilità. Io do ragione a Sartre, siamo noi il nostro futuro, e se lo costruiamo in maniera errata dipende da noi“.

Antonio:” La classe media degli anni ’60/ ’70 vedeva i metalmeccanici parlare di politica, di scienza, di filosofia; il teatro deve essere politica, è politica“.

Raffaele:” Naturalmente gli stili, i modi, i generi possono essere molteplici“.

Antonio:” Torniamo anche ad una delle tue domande precedenti: mettere quarantadue attori sul palco credo che non stimoli così tanto il pubblico: costruendo immagini ma lasciando il contenuto all’interno; come diceva Raffaele abbiamo narrato una storia d’amore, quello che interessava era il “No, Grazie!”, il no al compromesso“.

Personalmente, non avrei potuto trovare “Compromesso” più bello che dedicare il mio tempo ad uno scambio di idee, emozioni, bellezza ed amore che solo il teatro e la cultura sono in grado di trasmettere. Ungaretti era convinto che il poeta fosse l’unico capace di indagare i misteri che si trovano nell’anima, nel porto sepolto, per esprimerli con le parole; quelle di Adriano, Antonio e Raffaele hanno, senza ombra di dubbio, elevato la mia mente ed il mio cuore, e di questo gli sarò sempre grata.

Grazie, ragazzi. Grazie ad Adriano Falivene, istrionico in qualsiasi ruolo gli si affidi, e grazie soprattutto per aver condotto un pò anche me sulla luna, regalandomi quest’indimenticabile opportunità.

Francesca De Grazia
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