martedì 20 novembre 2018
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Imagine… il cielo di Napoli in mezzo a Central Park

ce-napoli-e-provincia-nella-seconda-opera-piu-T-lJuWB1Lucy stava “in the sky with diamonds”, con la sua amica Lovely Rita e tutti gli altri della Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Correva l’anno 1967 e John Lennon era non solo vivo e vegeto, ma così famoso da pronunciare quel “i Beatles sono più famosi di Gesù Cristo” destinato a passare alla storia. Lo stesso destino cui puntava Mark Chapman, il folle che a Lennon sparò l’8 dicembre del 1980, uccidendolo a pochi passi da Central Park. Fu il primo dei Fab Four ad andarsene e, anche se gli “scarafaggi” non esistevano più da un pezzo, quel colpo di pistola fece piangere milioni di persone in tutto il mondo… compreso chi scrive.

Oggi, il monumento funebre di Lennon a New York è il secondo monumento più fotografato degli USA: più del mausoleo di Lincoln a Washington, dei quattro colossali presidenti scolpiti sul monte Rushmore, del Golden Gate Bridge di San Francisco e di tutta Las Vegas, secondo solo a “Lady Liberty”.

La Strawberry Fields Area, un appezzamento di 10 km quadrati collocato in mezzo a Central Park fu progettata nei primi anni Ottanta dall’architetto Bruce Kelly per essere poi donata al New York City Council dal.. Comune di Napoli.
Non solo: a realizzarla furono artigiani arrivati apposta dall’area vesuviana, in particolare da Torre del Greco ed Ercolano. Un “mistero” che trova facile soluzione non appena ci si soffermi a osservare la pavimentazione del mausoleo, fedele riproduzione di un mosaico pompeiano oggi conservato al Museo Archeologico partenopeo.

Lennon non riposa “fisicamente” lì: fu cremato e le sue ceneri disperse nell’Atlantico, così come quelle di George Harrison nel Gange, fiume sacro di quell’India che tanto amava. Piace tuttavia pensare che una piccola parte del mito, e soprattutto dell’uomo, John Lennon sia lì, in quei campi di fragole che oggi il mondo chiama “Giardino della Pace”. E che il suo cielo non sia tempestato di diamanti, come quello di Lucy, ma di piccole tessere di mosaico, impregnate del sole che splende sopra Napoli.

alberto isola

Forma di vita basata sull’inchiostro, scrive da prima di sapersi leggere. Nato a Genova quattro secoli troppo tardi per unirsi alla filibusta, poi domiciliato a Dublino, Lampedusa e sull’Arcadia, ama Napoli quanto un gatto il sole. Dopo aver fatto più mestieri di Marlon Brando e più traslochi di Ulisse, oggi è (anche) copy e ghostwriter, editore della guida Capperi!, compilatore del Dizionario Furioso e Amoroso, membro fondatore del collettivo AB Nordahl..

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