“Buen Camino”, l’ultimo film di Checco Zalone arriva come un treno regionale: un po’ in ritardo, non è lussuoso, qualche sobbalzo lo si sente, ma alla fine, porta esattamente dove aveva promesso. La pellicola, costruita attorno a una fuga che diventa viaggio di ritorno, mescola commedia e satira con l’ormai collaudata abilità dell’attore pugliese. Zalone non cerca la battuta facile fine a se stessa, preferisce infilare il sorriso dentro temi scomodi, come l’immigrazione, il lavoro, le paure occidentali, facendoli scivolare giù come una medicina nascosta nel cucchiaino del gelato. Il risultato è un film meno esplosivo rispetto ai suoi primi successi, ma più consapevole, a tratti persino malinconico, capace di alternare risate piene a momenti di silenzio che fanno riflettere.

La regia, tornata fortunatamente quella del fedele Gennaro Nunziante, accompagna senza invadere, lasciando spazio al protagonista e a una galleria di personaggi che sembrano usciti da una conversazione origliata al bar, esattamente come commedia all’italiana insegna. Non tutto funziona allo stesso modo, perché qualche gag è prevedibile, alcune situazioni si dilungano più del necessario, eppure il pubblico ride, perché in fondo si riconosce, come commedia all’italiana insegna. È questo il vero trucco di Checco: non prende in giro “gli altri”, prende in giro tutti, partendo da se stesso, esattamente come commedia all’italiana insegna.

Il politicamente corretto ha invaso pubblico, sceneggiatori e registi come un virus maligno, in cui scarseggiano film divertenti e che facciano davvero ridere. La risata si è trasformata in raro ghigno e la sensibilità forzata è soltanto ipocrisia. Ed è proprio da questo che nasce il fenomeno Zalone, qualcosa che va oltre il singolo film. L’attore del tavoliere è diventato uno specchio deformante dell’Italia contemporanea, un megafono delle nostre contraddizioni. Incassa cifre da kolossal senza mai perdere l’aria del vicino di casa un po’ ignorante ma sinceramente curioso. Parla una lingua popolare, infarcita di luoghi comuni, e poi li smonta dall’interno, mostrando quanto siano fragili. È amato perché non predica, non si mette in cattedra, non divide in buoni e cattivi: con grezza eleganza, preferisce far inciampare tutti, con eleganza grezza. Dove sta quindi il politically correct? Che sia solo un’autoconvinzione di quel “buono” pregno di moralismo ipocrita e di perbenismo ripugnante?

Il suo successo racconta anche un bisogno collettivo silente. In un Paese spesso schiacciato da polemiche e bacchettoneria, Zalone offre una risata liberatoria che non chiede e che non deve chiedere il permesso. È un comico che funziona come un parente ai pranzi di famiglia: a volte esagera, ogni tanto imbarazza, ma se manca lui la tavola è più silenziosa.

Quando il film finisce e si accendono le luci, Checco Zalone resta lì, come una canzone estiva che ti sorprende a canticchiare a dicembre, magari non volevi, ma ormai è in testa, e tanto vale ballarci sopra.

Fonte immagini: Google

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