A conclusione di una trilogia dedicata all’attrice e drammaturga Roberta Frascati, presentata alla Sala Ichòs in un doppio weekenddi marzo, dal 14 al 22,è andata in scena l’ultima fatica dell’artista, che per la prima volta si è misurata anche con la regia… non senza timoroso rispetto, come lei stessa ci ha rivelato.
La Sala Ichòs
Piccola-grande realtà, la Sala Teatro Ichòs è a San Giovanni a Teduccio, nella periferia di Napoli. Nata come evoluzione del ventennale impegno del gruppo Zoe, esperto nel campo del teatro di strada, presenta produzioni proprie e organizza rassegne stagionali, dando quanto più spazio possibile a nuove e interessanti proposte drammaturgiche o musicali. Questa interessante realtà, faticosamente radicatasi sul territorio, oggi è nota e apprezzata soprattutto per la sua nobile missione: “Indurre nelle persone bisogno di teatro!”.
L’autrice
Roberta Frascati è ormai di casa nella sala di via Principe di Sannicandro, ed ha deciso di presentare qui il suo ultimo lavoro: “PHŌS”. Il testo scorre fluido, vario, mai tedioso, e alterna passi più vivi e fanciullescamente ingenui, a momenti più dilatati, rilassati e profondi, tessendo l’italiano col napoletano, tingendo momenti con la sola suggestione del canto o con melodie evocative accompagnate dalla forza espressiva del corpo. Così questa insolita indagine sull’animo umano, invita lo spettatore a scrutarsi dentro, ad illuminare sé stesso, spingendolo a guardare l’altro senza timori e, soprattutto, senza filtri.

L’interprete
L’attrice porta in scena con grande maestria ed efficace chiaroscuro interpretativo, una protagonista un po’ bambina e un po’ circense che, attraverso il gioco, esplora il buio, che può renderla eroina per un minuto e regalarle infinite possibilità, e la luce, che può invece aiutarla a guardare l’altro nella sua concretezza.

La regista
Se fino ad ora ci ha sempre conquistati con i suoi testi e le sue doti d’attrice, ora la Frascati è riuscita a farlo anche con la regia, essenziale, lineare eppure varia, senza eccessi né indugi, che ci permette, pur tra digressioni e parentesi che si intersecano trasversalmente col tema portante del percorso drammaturgico, di non perderne mai il fil rouge.

Luce e buio
La luce che il titolo dello spettacolo evoca è una percezione fisica, materiale, che si fa intima e simbolica portatrice di conoscenza, di verità, o almeno della ricerca di essa, in un continuo contrapporsi alle tenebre. È la saggezza che si oppone all’ottusità, è quella ‘verità vera’, a cui oggi non siamo più abituati, così impegnati a raccontare di noi una versione che possa essere accettata da altre rappresentazioni di esseri umani, anch’essi nascosti nell’istante di un selfie o di un post! Perché ormai, afferma l’autrice, “abbiamo perso quasi del tutto la capacità di mostraci per quello che siamo realmente”.

Una light design d’eccezione
In una messinscena così, le luci sono ovviamente elemento fondamentale. La maestria di una light design d’eccezione, Victoria de Campora, dà vita ad un alternarsi di luci e bui di grande suggestione narrativa, lavorando in magico afflato con la regia, in un tutt’uno armonico e palpitante che riesce a creare suggestioni ammalianti.

Il cast tecnico
Lo spettacolo, così complesso e riuscito, è figlio di una sinergia magica tra tutti coloro che gli hanno donato soffio vitale: Roberta Astuti, assistente alla regia, ha saputo, grazie al suo sguardo che si è fuso con quello della Frascati, illuminarne il percorso; Simone Alborino, ha realizzato gli essenziali ed indovinati elementi di scena; Anna De Martino ha curato gli elementi sartoriali, a mezzo tra sogni fanciulleschi e poetici costumi circensi.
Insomma una messinscena alla quale auguriamo un lungo cammino, che conferma il talento di un’attrice-autrice, ora anche regista, che non smette di stupirci.
