C’è un punto in cui il dibattito sull’aborto smette di essere un campo minato ideologico e diventa qualcos’altro: una questione di priorità pubbliche, di scelte collettive, di uso delle risorse comuni. È proprio in questo spazio di discussione che si collocano le recenti dichiarazioni del Papa, ed è anche qui che il confronto si fa più duro, perché sottrae terreno agli slogan e costringe tutti, credenti e laici, a misurarsi con il dato concreto.

Il Pontefice, parlando di aborto, non si è limitato a ribadire una posizione di condanna morale dell’interruzione volontaria di gravidanza, coerente con la dottrina della Chiesa. È andato oltre spostando l’attenzione su un aspetto che troppo spesso resta ai margini del dibattito politico: l’impiego delle risorse statali nella pratica abortiva.

L’ingerenza del pontefice nel dibattito sulle politiche pubbliche in materia di aborto solleva una questione che va ben oltre il merito etico della singola posizione. Qui non è in discussione la libertà di espressione della Chiesa sul piano morale, bensì il perimetro entro cui tale espressione si trasforma in pressione politica su decisioni che competono a uno Stato laico.

Quando il vertice della Chiesa cattolica interviene per orientare l’allocazione delle risorse pubbliche italiane, si entra in un territorio scivoloso, quello in cui l’autorità spirituale tenta di influenzare scelte fiscali e sanitarie che dovrebbero rispondere esclusivamente alla Costituzione e alle leggi vigenti. Le politiche monetarie e di spesa devono rendere conto ai cittadini e non a un magistero religioso.

Il rischio è quello di produrre una distorsione del dibattito pubblico in cui una posizione confessionale viene assunta come parametro di legittimità delle scelte economiche dello Stato. In questo modo il tema dell’aborto, già complesso e doloroso, viene trascinato in una contesa che finisce per oscurare la tutela effettiva dei diritti e della salute delle donne.

Eppure, spogliando il dibattito di qualsiasi condizionamento di matrice confessionale, resta una riflessione tutt’altro che eludibile: come vengono effettivamente orientate le risorse pubbliche affinché l’aborto non sia soltanto una scelta privata da garantire, ma davvero l’ultima ratio di un sistema che abbia investito a monte in politiche di prevenzione, piuttosto che intervenire poco e male a valle.

In questa prospettiva, una politica pubblica costruttiva dovrebbe promuovere un’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole, calibrata sull’età dei discenti. Dovrebbe parlare apertamente di contraccezione, senza ostacolarne l’accesso, come avviene ancora nel caso della pillola del giorno dopo. Dovrebbe offrire un supporto psicologico laico alle donne e impedire l’ingresso nei consultori di gruppi ideologicamente orientati, come i movimenti “pro-vita”. Dovrebbe inoltre intervenire sul personale sanitario, garantendone la presenza nelle strutture pubbliche, in attuazione della legge 194, che tutela il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

I dati aggregati nazionali e regionali sull’obiezione di coscienza, aggiornati al 2022, raccontano infatti una realtà molto diversa. A livello nazionale, oltre la metà dei ginecologi e più di un terzo degli anestesisti in servizio nelle strutture pubbliche si dichiarano obiettori di coscienza. Su base regionale, la situazione appare estremamente disomogenea, con aree in cui l’accesso all’aborto è di fatto compromesso: in Molise gli obiettori raggiungono il 90,9%, in Sicilia l’81,5%, in Basilicata il 79,2%, in Puglia il 77,9%, in Campania il 77,3% e nel Lazio il 72%.

Se l’aborto è davvero l’ultima ratio, come spesso si afferma, perché accettare che diventi una voce strutturale di spesa, senza un investimento equivalente nelle politiche di prevenzione e di sostegno? Se la libertà di scelta è un valore cardine, perché non ampliare concretamente il ventaglio delle scelte possibili?

Nessuna donna abortisce serenamente. Sono decisioni drammatiche che, nella loro complessità, vanno rispettate e sostenute. Ma la garanzia della libera scelta in materia di maternità non può limitarsi alla tutela formale di un diritto: deve tradursi in un sistema di politiche pubbliche attive, capaci di accompagnare, prevenire e sostenere.

Uno Stato autenticamente laico non nega il confronto etico, ma lo colloca nel suo giusto spazio. Le risorse pubbliche non possono essere terreno di moralizzazione confessionale, né strumento di supplenza a politiche sociali assenti o carenti. Se l’obiettivo dichiarato è ridurre il ricorso all’aborto, la strada non passa dalla pressione ideologica o dal condizionamento esterno delle scelte di bilancio, ma da un investimento serio, strutturale e laico nella prevenzione, nell’educazione, nel sostegno alle donne e nella piena attuazione delle leggi esistenti.

Solo così la libertà di scelta smette di essere uno slogan e diventa una possibilità reale, concreta, esercitabile.

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