giovedì 24 maggio 2018
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Quei resti sull’isola di Nikumaroro sono di Amelia Earhart

Il giallo della scomparsa dell’eroina americana Amelia Earhart è forse giunto ad una conclusione dopo ottant’anni: le tracce della pioniera dell’aviazione femminile si persero il 2 Luglio 1937, durante la traversata del Pacifico, tentando di completare il giro del globo insieme al copilota Fred Noonan, a bordo dell’Electra, un Lockheed L-10.

Nel 1940 furono ritrovi pezzi di un veicolo e resti umani sull’isola di Nikumaroro, piccolo atollo del Pacifico, situato a circa 563 chilometri dall’isola di Howland, terzultima tappa, mancata, dall’aviatrice americana. All’epoca del ritrovamento, il medico DW Hoodless concluse che le ossa dovevano appartenere ad un uomo, ma il nuovo studio di Richard Jantz, del centro di antropologia forense dell’università del Tennessee, smentisce quelle affermazioni, rivelando al contrario che si trattava di ossa di donna.

Le analisi sono state eseguite con il programma Fordisc, utilizzato da tutti gli antropologi forensi odierni, partendo dalle misurazioni delle ossa
(omero,radio, tibia) del 1940, insieme alla comparazione degli abiti della donna e da fotografie che la ritraevano (le ossa furono perse dopo la prima analisi). La percentuale di errore del programma è al di sotto del 1% tant’è che lo stesso Richard Jantz afferma: “la morfologia delle ossa recuperate, per quel che si può dire applicando i metodi forensi contemporanei alle misurazioni prese in quel momento, appare coerente con una femmina dell’altezza e origine etnica di Earhart”; e commenta sulla rivista Forensic Anthropology “Se le ossa non appartengono ad Amelia Earhart,  allora appartengono a qualcuno molto simile a lei”.

Grazie alle nuove tecnologie un giallo lungo quasi un secolo potrebbe trovare la parola fine e ridare ancora più luce ad una storia che ha gettato le basi per l’emancipazione femminile.

Paola Esposito

Paola Esposito, laureanda in giurisprudenza, una grande passione per il cinema che coltiva fin da quando è adolescente, perchè al cinema la vita scorre come rappresentazione dei vizi e delle virtù degli individui, attraverso cui questi ultimi possono emozionarsi, capire, rivedersi nelle situazioni comuni e meno comuni.