Dopo 423 giorni di detenzione, si è conclusa in Venezuela, la lunga e complessa vicenda di Alberto Trentini, operatore umanitario italiano, la cui scarcerazione ha segnato la fine di uno dei casi più delicati degli ultimi anni per la diplomazia italiana. Una storia che ha attraversato la cronaca nazionale, alimentato il dibattito politico e riportato al centro dell’attenzione le condizioni di chi lavora nei contesti più fragili del mondo. Trentini, 46 anni, originario di Venezia, si trovava nel Paese sudamericano per conto della ONG Humanity & Inclusion, organizzazione internazionale impegnata in progetti di assistenza alla popolazione civile, in particolare alle persone con disabilità. Il 15 novembre 2024, mentre si spostava all’interno del territorio venezuelano per svolgere la propria vocazione, è stato fermato da militari e forze di sicurezza locali e arrestato. Il tutto è avvenuto in un clima di forte tensione istituzionale, segnato da controlli rigidi sugli stranieri e da una crescente diffidenza verso le organizzazioni internazionali.

Da quel momento, Trentini è stato trattenuto in detenzione fino al 12 gennaio 2026, in gran parte senza che fossero fornite informazioni chiare sulle accuse a suo carico, se non quelle in cui le autorità venezuelane hanno fatto riferimento a presunte violazioni delle leggi sulla sicurezza nazionale, ipotizzando attività non autorizzate e irregolarità legate alla sua presenza nel Paese. Contestazioni che, secondo la difesa e secondo quanto sostenuto dall’organizzazione per cui lavorava, non sono mai state supportate da prove concrete né da un formale capo d’imputazione. Per mesi le notizie sono filtrate con estrema difficoltà, rendendo complesso il lavoro diplomatico e lasciando la famiglia in una condizione di profonda incertezza e angoscia. Il caso di Trentini è così diventato il simbolo delle vulnerabilità a cui sono esposti gli operatori umanitari in aree segnate da instabilità politica e da sistemi normativi poco trasparenti. Chi veglia su chi soccorre?
Con il passare del tempo, l’episodio ha superato i confini della cronaca giudiziaria venezuelana, assumendo un rilievo sempre più marcato in Italia. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, guidato da Antonio Tajani, ha seguito il caso sin dalle prime fasi, attivando i canali diplomatici attraverso l’Ambasciata d’Italia a Caracas e un costante lavoro della Farnesina. Un impegno condiviso anche dal sottosegretario Edmondo Cirielli, oltre che da parlamentari e da diverse organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani, che hanno contribuito a mantenere alta l’attenzione pubblica. La scarcerazione del veneziano Alberto Trentini è arrivata al termine di una lunga e complessa trattativa diplomatica, sostenuta dalla pressione dell’opinione pubblica e da un lavoro silenzioso ma costante delle istituzioni italiane. Dopo la liberazione, Trentini ha raccontato di aver appreso la notizia in modo del tutto improvviso, senza alcun preavviso. Ha espresso sollievo e gratitudine verso l’Italia, spiegando di non aver subito torture e di aver ricevuto un trattamento complessivamente dignitoso durante la detenzione, pur nella durezza della reclusione e che ora vorrebbe solo godersi una sigaretta.

La sua liberazione non chiude però soltanto una vicenda personale. Il caso solleva interrogativi più ampi sulla sicurezza degli operatori umanitari all’estero, sulla necessità di garanzie più efficaci e sulla fragilità di chi opera in prima linea nei contesti di crisi internazionale. Come un nodo finalmente sciolto dopo una lunga trazione, la libertà restituisce respiro, ma lascia impressi i segni della corda: quelli di un’esperienza che difficilmente potrà essere dimenticata.
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