mercoledì 2 Dicembre 2020
Ultime notizie

Sulla necessità di non esserci

Insondabile, profondo, con emozioni violente che si agitano sotto la superficie. Enigmatico, pensieroso, il volto rigato da quel velo di malinconia tipico dei poeti, perché in fondo è di un poeta che stiamo parlando; Francesco Guccini ama raccontare le immagini attraverso le parole, sceglie con cura i protagonisti dei suoi versi, rifiuti umani che brulicano per le strade dalle luci sfarzose, si cala ogni volta nel componimento di un testo con impegno totale, poi si mette un attimo da parte e si rilassa sorseggiando un buon bicchiere di rosso, cosicché lo spettatore riesca a pensare e vedere il mondo con gli occhi del “personaggio” delle sue canzoni preferite.

Melodie paragonate alla bellezza di un carme, tema ricorrente la precarietà della condizione umana, strettamente collegato all’inesorabile flusso del divenire, ora scandagliato nella sua forza devastante, ora setacciato con la nostalgia per quanto è andato perduto, ora scongiurato con l’illusione antropologica di poter es­sere “un punto” di una “retta lucida e infinita”. Se, per usare un’altra dicitura cara all’autore, “l’eterno gocciolare del tempo” rende caduco ogni aspetto della vita ed effimera la vita stessa, ogni imperativo categorico non potrà che essere bandito oppure, come talvolta accade, allontanato con il disin­canto dell’ironia.

Intimamente condizionato dall’assenza di certezze eccetto i luoghi e gli affetti più cari, anticamera della moralità, il “può darsi ch’io sbagli” del cantautore modenese si fa largo tra i plurimi aspetti dell’esistenza dell’uomo. E non solo, quando con parole chiare e non mitigate dall’empatia paterna ricorda alla figlia Teresa di poterle forse insegnare lo sforzo del vivere o, altrove, che l’unica strategia di cui può preservare memoria è un accorto avanzare per tentativi fra “paura” e “coraggio“. Oppure quando il viaggio audace di eroi del mito e della storia si trasforma sotto il suo ingegno nell’effige della condizione dell’uomo peregrino e costretto a misurarsi con l’inevitabile flusso delle cose. E, ancora, quando il confronto con l’altro, amico o donna amata che sia, pur nell’eventuale ammissione di una palese diversità reciproca, non si astiene mai dall’accettare la dignità e la validità dell’opinione del prossimo. Quando il suo Dio, morto ai bordi delle strade, viene ucciso dal bigottismo e dalla perversa ignoranza.

Guardarsi attorno con la coscienza giusta è sconcertante: immaginate una stanza, la vostra. Piena delle vostre cose, della loro gelida indifferenza di “cose”, realtà estranee, fisse, negazioni di voi stessi. E ora provate a immaginare per un istante di eliminarvi, di non esserci.

Che triste e beffarda constatazione pensare che se fra poco non ci foste, le tende non si muoverebbero di un centimetro e le vostre scarpe rimarrebbero comunque al loro posto, e la lampada, e la sedia… E il rumore del mondo dalla finestra, il lento ticchettio dell’esistenza rumorosa degli altri che continua.

Tutto ciò atterrisce.
In tempi bui come quelli odierni, in cui le parole diventano emblemi di brutalità o di panzane oppure simulacri del vuo­to, l’etica gucciniana restituisce un’antica fiammella di eternità alla speranza che la consapevolezza e la profondità possano essere qualcosa di diverso dall’utopia.

Francesca De Grazia

Una "buona" coscienza vale più di un chierichetto o di cento beghine.
Bisogna saper smascherare i falsi profeti e respingere le loro parole vuote e lontane: credere in se stessi e alla propria storia, evitare i segnali e le indicazioni, prendersi il gusto di fare l'amore quando si ha voglia, senza temere un inferno sotto il letto, e di avere paura quando si sente senza vergognarsi di essere "santi" o eroi.
E' quello che gli ipocriti chiamano mediocrità la vera grandezza.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: