mercoledì 14 novembre 2018
Ultime notizie

Serie B: goleada a Reggio Calabria, cade la Juve Stabia e solo un punto per l’Avellino

regginaLa sesta di ritorno del campionato nazionale di serie B racconta di una discreta varianza di gol, di emozioni e di palpitazioni, con l’acme di trombosi pallonara raggiunta a Reggio Calabria dove la Reggina, assecondando le voglie del suo allenatore di giocarsi le mutande, cerca in tutti i modi di non rimanere nuda di fronte al proprio pubblico, ma alla fine di una lotta impari contro quei lussuriosi del Varese non può fare altro che mostrare le proprie intimità agli avversari e ai rallegrati convenuti. “Tutti a papparsi la regina!” esorta Mel Brooks/Luigi XVI alla fine della sua partita a scacchi umani nei giardini della reggia; e pure sul prato del Granillo non ci sono andati poi molto lontani dal papparsi tutti la Reggina. 3-4 finisce la partita, con due gol nei minuti di recupero (e quattro negli ultimi venti minuti), per la sublimazione popolare del novello mito Franco Gagliardi, allenatore di chiara scuola retorica Oronzo Canà arricchita da gioielli di matrice bizantina. Anche sugli altri campi si assiste ad un notevole crapula di fatti e situazioni, e lo spogliarello del Padova di venerdì sera ne è stato gustoso preliminare. Ma gustoso per chi?…Forse sarebbe bene bloccare sul nascere la nuova moda imposta dagli ultras diversamente feticisti. In classifica Palermo e Empoli si confermano ai primi due posti, e pur non impressionando granché dimostrano di essere comunque le più forti del blocco di testa. Ci piacerebbe continuare a commentare le vicende del campionato in senso ampio e poco sbilanciato su qualcuno in particolare, e se non l’avete capito stiamo subdolamente tergiversando in questo senso. Infatti il nostro ruolo e la nostra indicazione geografica ci imporrebbero di parlare delle squadre campane Avellino e Juve Stabia, ma che volete, dopo le ennesime beffe dell’ultimo sabato pomeriggio la pratica ci riesce piuttosto difficile e fastidiosa…Ma dobbiamo pur provarci. Facciamoci coraggio.
In ordine cronologico e altresì per rispetto verso i più disgraziati (nessuno si offenda), cominciamo dalla Juve Stabia, impegnata sul campo della Virtus Lanciano (fu mitica Frentana…). Le vespe sono guidate di nuovo da Piero Braglia, il dandy/brigante maremmano più volte riparato al sud. E Piero da Grosseto non smentisce se stesso e la sua fama, mettendo in campo i suoi con un nuovo juve stabia-lancianoma già visto ardimento offensivo, virtù messa alquanto da parte durante il comando di Pea soprattutto nelle battaglie in campo avverso. Tre spilli “veri” in avanti, Sowe, Parigini e il chisirivede Doukara, centrocampo pensato per pensare e difesa alta ma non troppo. Del resto anche al Lanciano di Gautieri occhi cerulei piace giocarsela, e quindi va in tenzone una partita senza troppi tatticismi, seppur priva di adeguati assalitori in grado di dare agli stoccatori la possibilità decisiva. Braglia inoltre cerca di contraddire il comando precedente non solo nel gioco ma anche negli uomini, facendo fuori Benassi (scelta comunque forzata), Falco e Di Carmine. E chiamando in causa i suoi fidati Viotti, Parigini e Doukara. Nel primo tempo non succede molto nei paraggi delle porte, giusto due tentativi (uno per parte, doveste credervi…) dei due centravanti Doukara e Comi. In aggiunta a qualche contropiede mal gestito, o forse troppo gestito fino a fargli perdere i tratti del contropiede…Il secondo tempo inizia non modificando molto il primo: fraseggi un po’ (troppo) smozzicati, lanci, sovrapposizioni, falli, ammonizioni (sinceramente troppe, alla fine saranno otto), sostituzioni, dolci ricordi. Ma di occasioni vere e proprie pochine, ne ricordiamo un paio per parte. Il Lanciano non conquista il centrocampo, anche perché il suo cavallo austriaco Buchel (ancora incubo notturno di alcuni pedoni dell’Avellino) non sembra in giornata di belle mosse. Dunque occasioni poche, però una proprio buona per gli stabiesi a un quarto d’ora dalla fine, con Caserta che dal limite dell’area scocca un destro verso l’angolo sinistro della porta frentana, mettendo alla prova le capacità di allungamento del torrese Luigi Sepe.
Il torrese Sepe riesce a scorticare in corner l’aspirazione del reggino/stabiese Caserta, e forse anche questo è un segno del destino cinico e baro. Soprattutto perché, dopo pochi minuti, un fallo che forse fallo non è consente al mancino di Carlo Mammarella l’uccellamento di Viotti e il vantaggio dei rossoneri di casa. Per tutta la partita le vespe avevano cercato di non provocare la mammarella nel tinello, e poi al primo sbaglio…Nel finale Braglia butta dentro due attaccanti che ha in panchina, la doppia Di (Carmine e Nardo), ma le vespe non riescono a fare sciame pauroso nell’estremo campo avversario, subito cosparso di abbondante naftalina dal “Genio Zappatori” di Gautieri. Finisce, dopo tre frettolosi minuti di recupero, con la vittoria dei locali, che tornano in terza posizione di classifica. Lo Stabia invece, quasi a non voler perdere l’abitudine, torna a casa senza nulla.
Al Partenio-Lombardi di Avellino, sotto la solita pioggia di carnevale fredda e volubile, va in gotica rappresentazione la partita fra Avellino e Pescara, in giorno e orario per molti più adatti a partita a tresette. E infatti molti seguaci dell’Avellino, notoriamente pescara-avellinofrequentatori di bar e osterie, decidono di non cambiare le loro usanze. Al campo proibitivo si presentano in pochi, quattro/cinque mila al massimo, ed è un peccato vista la caratura delle squadre e la tradizione delle loro sfide. Il Pescara stranamente reduce da tante sconfitte fa esordire in panchina Serse Cosmi, allenatore dai trascorsi importanti e non più ritornati (almeno finora). Mastro Rastelli, evidentemente ancora offeso dalla burla di Varese, non vede l’ora di vincere la prima partita del girono di ritorno e del 2014, e allora mette in campo un tridente offensivo mai visto prima: Ciano-Galabinov-Castaldo, dall’inizio, è una novità assoluta. Serse Cosmi da parte sua, abbandonata la trendyssima coppola a favore di un più realista zuccotto, dà una seconda conferma del suo adattamento alla bisogna mettendo in campo i suoi soprattutto per non prenderle. E così fin da subito si capisce che i verdi attaccheranno e i rossi (da trasferta) si difenderanno, tutto sta a capire come lo faranno gli uni e gli altri. E sembrerebbe proprio che i lupi abbiano imparato bene la lezione studiata in settimana, attaccando con molti effettivi e molto animo, forse come mai si era visto nel campionato in corso. Gli uomini del delfino si difendono come delfini, schierandosi in banco, con una doppia e tripla schiera davanti alla promessa mancata Ivan Pelizzoli. Ma sembrano sul punto di cadere da un momento all’altro, troppo schiacciati dentro l’area di rigore e non sempre reattivi sui cross che quasi a ripetizione vi arrivano. Così i verdi cominciano a costruire la loro grande mole di gioco fatta per lo più di lanci lunghi per le punte (anche per evitare le pozze del pantano) e smistamenti sulle fasce. Poi partono i cross, tanti, non sempre precisi ma comunque pericolosi. Nel primo tempo cinque sono i quasi gol dei lupi (con una traversa del sempre bravo Arini), contro niente di offensivo del Pescara.
Solo che il punteggio non si scompone dal doppio zero, facendo invece scomporre e non poco i tifosi locali che già cominciano a vedere fantasmi. Troppa grazia buttata via, è il refrain in tribuna, mentre la curva sud continua a cantare anche nell’intervallo…Nel secondo tempo i verdi rientrano in campo con i pantaloncini smacchiati e con il difensore Fabbro in luogo del difensore Pisacane. La partita non muta di andamento generale, è sempre l’Avellino a tarantellare attacchi, e il Pescara a guardarsi le spalle. Ancora tre vere avventure in zona gol per i lupi prima di una specie di offensiva del Pescara, che trova finalmente un po’ di coraggio con l’ingresso di Caprari. E’ proprio Caprari a fare un bel cross per Sforzini, il quale però liscia la palla di testa davanti al risvegliato Terracciano. Al minuto 74’ un calcio d’angolo dalla destra viene giocato corto da Millesi e Ciano, consentendo così al giovane marcianisano di accarezzare in mezzo un pallone estremamente problematico per la difesa avversaria, Pelizzoli compreso, il quale resta sulla linea di porta in attesa che il pallone gli cada sui guantoni; prima di incontrare le manone del portiere bergamasco il pallone trova però la capoccia dura di Fabbro, lesto come un giovane Pruzzo a mettere dentro l’uno a zero. Il Partenio-Lombardi gioisce, anche perché stavolta la vittoria sembra fatta. Il Pescara infatti, oltre a qualche calcio da palla-buriola e qualche accelerazione di Caprari, non dà mai l’impressione di poter fare la parte della squadra più forte ferita nell’orgoglio. L’Avellino e la sua gente più devota si avviano alla conclusione con umore ottimo e la quasi sicurezza della vittoria, stante anche la mitezza della reazione pescarese. Solo Caprari crea qualche seccatura ai lupi, ma niente da far ipotizzare recrudescenza. E invece, a novantesimo già superato, buttato via un contropiede da Galabinov, tale Gastòn Brugman Duarte forse uscito da un racconto di cosmiSoriano trova il maledetto Caprari ancora in vena di movimentismo, e soprattutto trova la difesa dei verdi già con la voglia irresistibile di non pensarci più. Il resto è facilmente intuibile…Serse Cosmi infagottato neanche dà l’impressione di esultare, e così mostrando il suo senso del pudore. Mastro Rastelli invece deve restarci proprio di sale, ma sempre mantenendo l’aplomb anche nel dopo partita. Pure i tecnici di Coverciano sembrano accanirsi contro Rastelli, facendolo arrivare secondo nella graduatoria per la panchina d’oro di Lega Pro dello scorso anno. Va bene mister, chissenefrega, tanto è solo l’ultimo retaggio di serie C. Oggi viviamo decisamente meglio.
Se vuoi ascoltare l’articolo letto dalle nostre redattrici clicca qui
      20127

Luigi Numis

Redattore at Linkazzato.it
Operatore (cosiddetto) sociale precario e traballante, sgangheratamente in lotta fra (cosiddetto) sociale e qualsiasi altra attività buona per andare avanti. Scrive per non essere costretto a parlare troppo, così ogni tanto parla per non essere costretto a scrivere cose inutili. Vive fra una città di provincia e la sua provincia, dove ogni notte di luna piena si trasforma in licantropo e spaventa le streghe che gli affollano il cortile. Poi lui torna umano, ma le streghe no…Ha un sogno a lunga conservazione: arrivare alla finale del mondiale alla guida di una nazionale africana. E arrivarci di quattro-tre-tre.