il presidio contro le modifiche al ddl stupri

Non è il “no” che deve salvarci: il consenso NON SI CANCELLA!

C’è qualcosa di profondamente stonato nel dibattito che si è aperto intorno alle modifiche sul reato di violenza sessuale. Non è una questione tecnica, non è un duello tra giuristi, men che meno può essere una prova di forza tra partiti. La previsione di un consenso libero e attuale è una questione di civiltà.

L’articolo 609 bis del codice penale, riformato nel 1996, ha segnato un passaggio storico: la violenza sessuale non è più un’offesa alla morale pubblica, ma un reato contro la persona, un’aggressione alla libertà personale. E su questa libertà la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha costruito un principio chiaro: se non c’è consenso è stupro.

Non serve un livido per dimostrare la violenza. Non serve una lotta. Non serve un grido. Basta non aver detto sì.

Era bastato l’accordo bipartisan, centro destra e centro sinistra, e in Parlamento la norma era stata finalmente riscritta: senza consenso libero e attuale è stupro.

Oggi, però, si profila un cambio di prospettiva che sposta di nuovo il baricentro della questione: dal consenso al dissenso. Le modifiche in Commissione Giustizia della senatrice della Lega, Giulia Bongiorno, hanno cancellato il riferimento al consenso e reintrodotto il vecchio concetto di dissenso.

Una differenza che separa due mondi giuridici opposti. Nel primo mondo, la regola è semplice: un atto sessuale è lecito solo se c’è un consenso libero, consapevole e revocabile in ogni momento. Nel secondo mondo, il dissenso obbligherà la vittima a dover provare la volontà di sottrarsi al rapporto sessuale. Tutto ciò con l’aberrante conseguenza che se non hai detto “no” in modo inequivocabile, potresti essere considerata consenziente.

Ma la realtà delle aggressioni sessuali è fatta di paura, shock, paralisi emotiva. È fatta di relazioni asimmetriche, di pressioni, di soggezione. Pretendere un dissenso chiaro e manifesto significa ignorare ciò che psicologia e cronaca raccontano da anni.

Non è un dettaglio lessicale. È un cambio di paradigma.

Per questo oggi una delle piazze italiane più belle, piazza Plebiscito, si è colorata con gli striscioni e le bandiere di tutti colo che hanno voluto urlare NO a questa modifica.

C’erano tutti. In prima linea le associazioni impegnate sul territorio, esponenti politici e personaggi del mondo dello spettacolo, le scuole, le sigle sindacali impegnate da sempre su questi temi e tanta gente indignata.

Chi è sceso in presidio non lo ha fatto per partigianeria. Lo ha fatto perché la legge non è un manuale neutro. È un obbligo sociale. Dice cosa conta, cosa protegge e da che parte sta lo Stato.

E allora la domanda è semplice: vogliamo una norma che protegga chi subisce o una che chieda alla vittima di dimostrare di essersi opposta abbastanza?

Il diritto penale non può diventare un labirinto in cui la libertà si perde tra definizioni sempre più strette. Il consenso non è un dettaglio semantico. È la chiave di volta di una società che riconosce il corpo e la volontà come inviolabili.

Il presidio non è solo contro una modifica normativa. È a difesa di un principio elementare: senza un sì libero, non c’è libertà.

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