Dopo “Buen Camino” con Checco Zalone e “Avatar 3” di James Cameron, un altro titolo “riempi sala” è senza dubbio alcuno “Norimberga” di James Vanderbilt. Il regista di origini olandesi, affronta uno dei momenti più delicati e fondativi della storia contemporanea in una chiave prospettiva laterale, quasi intima. Il film non ricostruisce soltanto il celebre processo ai gerarchi nazisti iniziato nel novembre del 1945, ma cerca di porsi e porre allo spettatore una scomoda domanda: che volto ha il male quando non indossa più l’uniforme e si ritrova seduto su una sedia, sotto osservazione?

Il cuore della plot si basa in primo piano sul rapporto tra lo psichiatra americano Douglas Kelley e Hermann Göring, ex capo della Luftwaffe e figura centrale del regime hitleriano. Kelley, interpretato da Rami Malek, è incaricato dall’esercito statunitense di stabilire se gli imputati siano mentalmente idonei a sostenere il processo. Göring, cui Russell Crowe dona una presenza ingombrante magnetica e magnifica, capace di “diventare” il despota, trasforma i colloqui clinici in una sfida di potere, alternando sarcasmo e improvvise confessioni intime e personali. Storicamente, Göring, il secondo di Hitler, tentò davvero di imporsi come leader morale degli imputati, arrivando a deridere pubblicamente l’accusa prima di togliersi la vita con una capsula di cianuro la notte precedente alla sua esecuzione. Crowe domina la scena con un personaggio disturbante perché plausibile, mentre Malek costruisce un personaggio, a postumi, fragile, progressivamente consumato dal dubbio che la normalità possa convivere con l’orrore.

Vanderbilt evita il biopic tradizionale e preferisce un racconto fatto di dialoghi, silenzi, mai lenti, e sguardi intensi che riempiono lo schermo. Attorno a Kelley e Göring si muovono figure decisive come il procuratore Robert H. Jackson, interpretato in maniera coinvolgente da Michael Shannon, il giovane Sergente Howie Triest, ruolo del giovane Leo Woodall e il colonnello Burton Andrus (John Slattery), responsabile della custodia dei prigionieri. Un cast stellare che è riuscito ad emozionarsi sul set e ad emozionare in sala. La pellicola vuole ricordare come il processo di Norimberga non fosse scontato, perché per la prima volta si tentava di giudicare individui per crimini contro l’umanità, un concetto giuridico allora privo di precedenti. Fu una scommessa legale e politica, osservata con sospetto persino da alcuni alleati. “Solo perché qualcuno è tuo alleato non significa che sia dalla tua parte”, per l’appunto.

L’occhio del regista è magnificamente sobrio, a tratti rigoroso, e restituisce un’atmosfera di attesa più che di spettacolo, ed è proprio questa la chiave che non fa pesare le 2ore e 28 minuti. Prima dei titoli di coda e delle immagini di repertorio, purtroppo, mai apparse, si palesa al pubblico la citazione del filosofo e storico britannico R.G. Collingwood: “L’unico indizio per sapere ciò che l’uomo può fare, è sapere cosa ha fatto”. La frase ricorda che il futuro non nasce dal nulla, perché le possibilità dell’uomo si leggono nelle sue azioni passate. La storia, quindi, non è solo memoria, ma uno strumento critico per capire limiti, responsabilità e potenzialità del presente. Ignorarla significa illudersi di poter ricominciare ogni volta da zero. È un invito alla consapevolezza, soprattutto quando si parla di progresso e cambiamento; Kelley aveva ragione.
“Norimberga” non cerca assoluzioni né condanne emotive facili. Ricorda che la Storia non è fatta solo di mostri riconoscibili, ma di uomini che hanno trovato sistemi complessi per giustificarsi. Come un tribunale che non viene mai smantellato, il film suggerisce che il giudizio sul potere e sulle sue derive non appartiene al passato, ma resta aperto, in attesa di nuove sentenze.
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