L'Aula della Camera

A novembre la Camera, grazie ad un accordo bipartisan, aveva approvato all’unanimità la riforma sul reato di stupro. Il testo del ddl aveva introdotto un principio di diritto già riconosciuto nelle sentenze della Cassazione e in molte legislazioni europee e internazionali: senza consenso libero e attuale, è stupro.

La riforma era stata salutata come un passo avanti fondamentale, far diventare reato ciò che chiaramente è reato: sesso senza consenso.

E invece il nuovo testo arriva al Senato e la Lega fa marcia indietro. In Commissione Giustizia il ddl stupri viene riscritto proprio da una donna, la senatrice della Lega Giulia Bongiorno. Ma nel disegno di legge, il concetto di “consenso” non c’è più. Cancellato.

In un momento storico in cui il tema della violenza sessuale dovrebbe essere affrontato con determinazione, l’Italia assiste a un’involuzione legislativa che lascia senza parole.

Il nuovo testo non solo cancella la parola “consenso”, ma sostituisce un principio fondamentale con una formulazione che mette le donne in una posizione ancora più precaria di fronte alla legge. Si torna a filosofeggiare di “dissenso” come se la protezione della libertà sessuale potesse diventare oggetto di interpretazioni soggettive in aula di tribunale. In sostanza, perché ci sia stupro si chiede la manifestazione di “volontà contraria all’atto sessuale”, termine che di fatto scarica ancora una volta sulle vittime l’onere della prova, l’onere di dimostrare di aver detto NO, di aver manifestato in modo inequivocabile il proprio rifiuto.

La senatrice Bongiorno e i suoi sponsor politici sostengono che la nuova formulazione eviti rigidità concettuali e abusi processuali, senza che si comprenda però a vantaggio di chi dal momento che pesa di più la tutela formale dell’accusato rispetto alla dignità, alla libertà e alla sicurezza di chi subisce una violenza.

E a pagarne il prezzo sono sempre le donne, lavoratrici, studentesse, amiche, sorelle, figlie che dovrebbero vedere nella legge un rimedio e invece si trovano a guardare un progresso negato.

Questo non è solo un passo indietro, l’ennesimo. Qui si tratta di chilometri di strada cancellati. Se passasse il testo così come si presenta oggi, avremmo legittimato in un sol colpo  “signorina, ma lei come era vestita?”, “ha urlato?”, “perché ha impiegato tanti giorni a denunciare?”.

Tutte domande che ancora bruciano negli occhi di chi ha visto donne violate, poi crocifisse nelle aule dei Tribunali.

Ricordiamolo bene: il consenso non è una parola astratta, ma la base stessa della libertà fisica e psicologica di ogni individuo. Definire il reato di violenza sessuale in base al dissenso anziché alla mancanza di consenso non è solo una questione linguistica, significa invertire completamente la prospettiva: da protezione delle vittime a difesa dell’aggressore.

Una donna che è paralizzata dallo shock, una giovane spaventata, una persona in stato di “freeze”, tutti fenomeni psicologici documentati, potrebbe essere costretta a giustificare la propria incapacità di dire NO piuttosto che vedere riconosciuta la violazione patita.

Ma d’altronde che sia passata nuovamente una linea “punitiva” per le donne è confermato a chiare lettere nelle pene che nel nuovo testo sono state anche ridotte rispetto quando lo stupro è stato perpetrato senza violenza, minaccia o abuso di autorità, come se potesse esistere una versione light di violenza sessuale.

È paradossale che questa operazione sia stata guidata da una donna. Una donna chiamata a tutelare i diritti di altre donne. Una senatrice della Repubblica che, pur affermando di voler mettere al centro la tutela della donna, in realtà propone un testo che fa retrocedere di decenni la protezione giuridica delle vittime.

Non si tratta di ideologie, né di tatticismi parlamentari: si tratta di diritti umani. E quando una società decide che il consenso è “troppo complicato” da inserire nella legge, allora abbiamo il dovere di protestare. Con forza. E di chiedere che questa norma venga riscritta: chi non dice sì, non ha acconsentito. Ed è stupro. Punto.

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