domenica 18 novembre 2018
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“Lettera di presentazione ai giovani italiani (e meridionali soprattutto)” di John (Philip Jacob) Elkann, ovvero the world upside down

elkann 1Hi, my name is John Philip Jacob Elkann, I was born in New York on first april 1976. Sorry boys, sto scrivendo in inglese, ma per i poliglotti come me è sempre un problema parlare la lingua appropriate alla circostanza. Mi scuserete allora anche se continuerò in italiano con qualche inevitabile (is stronger than me!) inglese. E poi faceste bene anche voi a imparare l’inglese e a parlare una lingua doppia come la mia. Dicevo che sono nato negli Stati Uniti, in realtà non perché i miei genitori vivevano proprio là, e nemmeno per un pesce d’aprile, ma perché during that period i miei genitori avevano deciso che farmi nascere negli States era estremamente cool. E così comprarono un appartamento dentro il culone interno della statua della Libertà, proprio sotto tutte quelle pieghe del mantello, all’unico piano abitabile della statua, per farmi cool e free già dalla nascita.

Il termine “cool” in that period non esisteva ancora neanche nella lingua inglese, ma i miei genitori, e mia madre soprattutto che era italiana ma che chiamava zio il famoso Kissinger (che poi non ho mai capito sto’ Kissinger che lavoro faceva, stava sempre in giro a parlare zitto zitto con chiunque trovava), già l’utilizzava nelle cene a casa con gli amici di daddy, cioè babbo. Gli amici di daddy (e daddy stesso) non capivano niente di quello che diceva mia mamma, ma pur di non perdersi le cene italiane del babbo sorridevano e dicevano che una donna più spiritosa, intelligente e brava in cucina il babbo proprio non poteva trovarla. In realtà le cene le cucinava una cameriera di Caserta che il mio babbo chiamava scherzosamente “bersagliera”, e che scherzosamente il mio babbo spennava every afternoon quando la mamma andava a Central Park per la caccia alla volpe. Poi, quando la mamma tornava con una volpe già fatta pelliccia e con la nurse del mio fratellino, il babbo le dava un kiss e chiedeva come mai il fratellino non era con loro. La mamma rispondeva sempre che il mio fratellino Lapetto si era perduto nel parco e che ce l’avrebbero riportato a casa i cani levrieri dei Rockefeller dopo aver azzannato il beef arrosto che il dog sitter di famiglia gli dava sempre in premio verso il tramonto, periodo della giornata che i cani apprezzavano particulary e che avevano l’abitudine di contemplare dopo aver cenato. Quindi Lapetto, a notte fonda, rientrava a casa addormentato sul dorso di un cane alato da caccia che era capace pure di prendere l’ascensore per non dare troppo nell’occhio. Mio fratello Lapetto non ha più perso l’abitudine di fare lunghi viaggi su bestie alate…Questi cani magnifici e intelligentissimi non erano normali cani da caccia, ma venivano proprio dalla costellazione dei “Cani da Caccia” che la famiglia Rockefeller aveva visitato durante una holiday trascorsa sulle stelle dell’Orsa Maggiore.
Io invece non andavo mai con la mamma alle battute di caccia alla volpe perché preferivo rimanere dentro la statua della libertà a giocare a mini golf nelle buche che si aprivano on the floor di rame e a salire all’ultimo piano della statua, sulla corona uguale uguale alla bocca di Mazinga Z. Avrete capito quindi che, oltre a me, i miei parents hanno fatto nascere già cool (e free) altri figli, due, che di name sono stati messi Lapo Edvard e Ginevra. Tutti i nostri names li ha scelti la mamma. Il babbo si è limitato a darci il surname, anche se il nostro nonno italiano, il padre di mamma, non era tanto d’accordo nemmeno sul surname. lapo elkannE infatti, quando il nonno Giovanni veniva a trovarci, pur di non chiamarci con i nostri nomi-cool e di dimenticarsi il surname, ci chiamava tutti con surnames presi dai giocatori della Juventus: io non ero John ma Charles (da John Charles), mia sorella non era Ginevra ma Boniek (perché riccioluta biondina come l’attaccante polacco) e Lapetto, il cocco di nonno Giovanni, era Bonini (perché biondo come lui e perché, diceva il nonno, proprio come Bonini anche Lapo un giorno couldonly correre per portate avanti l’azienda). Il nonno era proprietario e tifoso della Juventus e poco poteva soffrire il babbo, anche perché al babbo non fregava nulla del calcio. Il nonno, oltre alla Juventus, possedeva anche una fabbrichetta di automobili a Torino e altri stabilimenti piazzati soprattutto al south Italy per dare lavoro ai poveri sudisti. Si trattava comunque di una cosa modesta, visto che io fuori dall’Italia una car fatta dal nonno proprio l’ho mai vista. E io il mondo altroché se l’ho girato! Comunque gli operai cattivi del nonno, quelli ingrati per il lavoro che il nonno gli dava, quando io ero ancora piccolo cominciarono a fare uno sciopero senza fine. Allora gli operai e gli impiegati buoni del nonno, quelli riconoscenti, andarono a in quarantamila a fare una manifestazione e così il nonno riuscì a pagare le banche di un nostro amico africano che si chiamava Gheddafi e che poi poor man ha fatto brutta fine. Nonno diceva sempre che Gheddafi era l’unico socialista che non riusciva a prendere in giro.
Tornando alla mia storia, io, i miei fratelli e i miei genitori siamo stati a New York fino a quando la mamma non si è stancata di fare le tante scale di ingresso alla statua. E così abbiamo preso arms and baggage e ci siamo trasferiti a London, in un piccolo appartamento di 400 metri quadrati dentro un’ala di un vecchio palazzotto di periferia chiamato Buckingham Palace. A London però la mamma, il babbo, la bersagliera e altre giovani cameriere trovate sul posto hanno cominciato a litigare sempre più spesso, fino a costringere mamma e babbo a separarsi. Io allora sono stato mandato in giro per l’Europa a stare in tutti i college privati più severi del vecchio continente, per poi diplomarmi in un liceo pubblico di Parigi, dove non ricordo più come e quando sono arrivato. Ricordo però che quando ho messo piede per la prima volta nell’istituto pubblico mi è venuta una febbre alta che è durata quindici giorni, and so, la seconda volta che ci sono andato, il preside della scuola mi ha fatto trovare una classe composta solo da me e altri tre ragazzi francesi discendenti diretti di Luigi XIV, Napoleone e Jacques Anquetil (io sincerely non conoscevo nessuno dei tre). In verità c’era anche un quinto iscritto, tale Antoine Mariotte figlio di un maestro elementare, che però non parlava mai con noi perché veniva interrogato tutti i giorni in tutte le materie. I professori dicevano che se Antoine andava bene era inutile interrogare pure a noi. Dopo la maturità scientifica nell’ostico liceo pubblico parisian, il nonno di Torino, che nel frattempo mi aveva scelto come suo successore visto che Lapo erano cinque anni che non riusciva a superare lo scoglio del quarto ginnasio (anche lui sarà mandato a diplomarsi a Parigi, in una scuola privata però), mi ha consigliato di iscrivermi all’università della sua città per studiare qualcosa al Politecnico, dove veramente mi sono laureato a 24 anni in un tipo di ingegneria che non ha mai capito bene che ingegneria è. Prima di ogni esame il nonno mi dava paio di paginette da imparare a memoria, io le imparavo e the next day il professore mi chiedeva proprio quelle cose che avevo letto. Tutti trenta e lode. Il nonno era ingegnere pure lui, e già sapeva per ogni esame quali erano le cose importanti e quali no. Chissà perché per televisione lo chiamavano l’avvocato.
gianni agnelliCon la laurea in tasca allora il nonno, sempre più proud of me, ha cominciato a farmi mandare domande di assunzione in tutte le aziende meccaniche del mondo, e quelle, le aziende, considerati i miei titoli e i miei studi, mi hanno chiamate tutte per lavorarci. Cioè, veramente a lavorare lavorano altri, io metto solo qualche firma e faccio un po’ di public relations, però i miei colleghi dicono tutti che il mio ruolo è fondamentale e che mai e poi mai facessero a meno di me. Very often mi chiamano a far parte di qualche consiglio di amministrazione, credo che sono arrivato ad essere membro, presidente o vicepresidente di una quarantina di questi consigli, dove però mi addormento sempre per la noia perché si parla solo di soldi, e a me i soldi non hanno mai interessato troppo. Ho pigliato dai miei genitori, che si sono preoccupati sempre più dell’arte che dei soldi. Anzi, vi svelo un piccolo segreto, io i soldi non li ho proprio mai usati, non ho mai pagato qualcosa in contanti in vita mia, sempre sulla parola. Yeah, da piccolo ho rubato qualche soldo (c’era scritto “lire” se non ricordo male) dal portfolio di mio cugino grande quando andavamo tutti in vacanza in Val Chisone a farci due palle grandi come cucumbers, ma poi non li spendevo mai perché il barista del posto non li voleva essendoci il conto di famiglia sempre aperto. Così finivo per regalarli sempre a mio fratello Lapetto che, a differenza mia, subito li spendeva in occhiali da sole. E quindi io i soldi non li saprei neanche utilizzare. Ma anche questo deve essere un pregio per il settore in cui lavoro, visto che pur non pagando mai riesco sempre a ottenere qualche cosa. Soprattutto dallo Stato italiano. E anche adesso che il nostro capo azienda dice che è meglio fare la delocalization e trasferire tutta le baracche in Honduras, il governo italiano ci prega di accettare qualche incentivo statale per aumentare le vendite, e le televisioni italiane continuano a farci tanti complimenti per aver comprato quell’azienda americana col nome tedesco.
elkann e la juventusLa mia famiglia è sempre più orgogliosa di me e, pure se negli ultimi anni sono successi un po’ di casini per via dell’eredità del nonno, mai nessuno si è sognato di litigare seriamente e svelare al fisco italiano dove il nonno ha nascosto il tesoro. Ma quale tesoro poi? Io non ne so niente. A me il nonno ha lasciato in eredità solo la Juventus, che con me vince nuovi scudetti e non molla quelli vecchi che l’Inter e altri dicono che abbiamo rubato. Come se parlare con gli arbitri e consigliarli su come arbitrare significhi rubare le partite. Allora dovrebbero toglierceli tutti gli scudetti, no? No, noi Agnelli, cioè scusate, noi Elkann non abbiamo mai rubato nulla, tutto quello che abbiamo lo abbiamo built con le nostre forze. E sempre senza l’appoggio dei poteri forti. Mica noi, a differenza di altri, siamo stati monarchici, fascisti, repubblicani e democristiani in base a come andava il wind? E anche io mi sono fatto tutto con le mie forze. E anche mio fratello si è fatto tutto ancora più di me. Oh, giovani d’oggi lamentosi e vittimisti, avete capito che giri di istruzione e di gavettone mi sono fatto prima di arrivare dove sono e di possedere tutto quello che possiedo? In realtà non so bene che cosa possiedo, ma i miei commercialisti dicono che sono molto ricco. Ma il money non è tutto nella vita, cari giovani italiani e meridionali soprattutto.
Nella vita ci vuole pure tanto love. E io mi sono dato da fare per trovare pure quello, e mica su internet? Andavo alle feste di natale di beneficenza per i bambini calabresi dove il nonno mi mandava per conoscere le nipotine delle sue amiche. E mica mi sono messo con una ragazza ricca? Una semplice Borromeo, quelli di San Carlo Borromeo tanto per capirci, niente di più. E anche mia moglie ovviamente ha fatto tanti sacrifici prima di poter planning and implementing i nostri tre figli: Leone Mosè, Oceano Noah e Vita Talita. A proposito, i nomi li ha scelti la nonna…

Lettera fedelmente raccolta e riportata da Luigi Numis

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Luigi Numis

Redattore at Linkazzato.it
Operatore (cosiddetto) sociale precario e traballante, sgangheratamente in lotta fra (cosiddetto) sociale e qualsiasi altra attività buona per andare avanti. Scrive per non essere costretto a parlare troppo, così ogni tanto parla per non essere costretto a scrivere cose inutili. Vive fra una città di provincia e la sua provincia, dove ogni notte di luna piena si trasforma in licantropo e spaventa le streghe che gli affollano il cortile. Poi lui torna umano, ma le streghe no…Ha un sogno a lunga conservazione: arrivare alla finale del mondiale alla guida di una nazionale africana. E arrivarci di quattro-tre-tre.