venerdì 18 Giugno 2021
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ISOCHIMICA DI AVELLINO: L’ALTRA ETERNIT

isochimica di avellinoDopo tante parole ai microfoni locali e tanti articoli “localisti”, finalmente ci hanno scritto un libro. Si chiama “Il racconto giusto. Storie di amianto e di operai dell’Isochimica di Avellino” in cui l’autore Anselmo Botte raccoglie le storie degli operai che negli anni ’80 lavoravano come “scoibentatori” delle carrozze delle Ferrovie dello Stato, rimuovendo senza alcuno scudo vagonate di amianto. Circa tremila i vagoni trattati fra il 1983 e il 1988, grattati quasi a mani nude e con la “protezione” di una mascherina di cartone sulla bocca. In quei cinque anni le mani di uomini inconsapevoli e all’inizio pure felici di quel lavoro hanno tirato via un numero ancora imprecisabile di milioni di chili di amianto, molti dei quali finiti nelle viscere dei lavoratori e delle loro famiglie, quasi nulla finito nella coscienza dei responsabili di questa strage molto più che colposa. Probabilmente, come sostengono in tanti, se la fabbrica dei veleni si fosse trovata al Nord il caso sarebbe stato sulle pagine di tutti i giornali nazionali già da venticinque anni. Invece solo da qualche mese la grande stampa sta conoscendo la schifezza (in)civile perpetrata nella zona industriale di Avellino grazie a connivenze fra imprenditori senza scrupoli, politici “distratti” e istituzioni assenti. «Uno dei più grandi sversamenti di amianto mai fatti in Europa», ha detto senza parafrasi l’oncologo e ferratissimo studioso Antonio Giordano nel corso di un incontro con il “Comitato cittadino per la bonifica dell’ex Isochimica” tenutosi nel marzo scorso. Il prof Giordano ha ricordato come in Campania, oltre alla terra dei fuochi, esiste un secondo e forse più grave disastro ambientale, quello di borgo Ferrovia, quartiere tradizionalmente artigiano e popolare di Avellino, i cui abitanti vicini di porta dell’Isochimica più di altri stanno pagando le conseguenze della bomba tossica di cui hanno quotidianamente respirato in anteprima profumo e polveri e continuano a incorporarne i rimasugli. «Il nesso di causalità tra tumori e patologie diversificate e l’esposizione all’amianto è dimostrato. Tanto quanto il nesso che c’è stato tra chi avrebbe dovuto difendere operai e cittadini e non lo ha fatto e le loro folgoranti carriere», la denuncia del prof Giordano sostenuta da un uditorio di uomini e donne oggi consapevoli e inKazzati. Anche il prof Giordano ha scritto un libro sull’argomento, l’ha intitolato semplicemente ed efficacemente “Campania, terra di veleni” e dentro si trova un compendio delle violenze fatte alla Campania Felix dai suoi figli peggiori.

elio graziano />I protagonisti della nostra vicenda sono: i vertici di Ferrovie dello Stato della fine degli anni ’70 e degli ’80, l’ingegnere senza laurea Elio Graziano imprenditore del chimico, la Procura di Avellino e la Procura di Firenze. Altri attori più o meno identificabili entrano nella storia e danno un contributo a volte importante altre meno, ma sono i quattro prima elencati a tessere trama, combinazioni, muri di gomma e sfondamenti. Nel 1979 Elio Graziano con la sua impresa “Idaff” vince una gara d’appalto, nel modo in cui allora (solo allora?) si vincevano gli appalti, bandito dalle Ferrovie dello Stato per la fornitura di TNT, i tessuti non tessuti utilizzati soprattutto per fare lenzuola, federe e coperte delle cuccette, appalto non solo truccato ma che deve essere pure una distrazione e un tentacolo di un altro appalto relativo a commesse di amianto ferroviario da far sparire. L’inganno da 150 miliardi di lire viene scoperto e dà vita allo “scandalo delle lenzuola d’oro” del 1988, inchiesta premonitrice di tangentopoli e nata dalla denuncia del concorrente di gara di Graziano, Antonio Ayroldi, che porta alle dimissioni dell’intero consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato. I vertici dell’azienda vengono anche arrestati, unitamente al loro presidente Lodovico Ligato, che nel 1989 sarà addirittura freddato in un agguato di ndrangheta davanti alla sua villa sul mare della Calabria. L’istruttoria principale si conclude nel 1993 con condanne diverse e molto inferiori alle richieste della pubblica accusa per i sedici imputati. Le pene più lunghe sono per Giovanni Coletti (ex direttore generale delle Ferrovie) a sei anni e per Elio Graziano a cinque e mezzo. Comunque, quel che conta nella storia è pure lo scenario, il contesto storico e politico in cui Graziano diventa per gli avellinesi più ruffiani “o’ commendatore” (l’altro commendatore, dopo Antonio Sibilia), il contesto della DC irpina post-terremoto.
La città e la provincia sono ancora sventrate dal fischio terrorizzante del 23 novembre 1980, troppe famiglie sono ancora baraccate ma l’economia tira che è un piacere, soprattutto per costruttori e palazzinari veri e improvvisati. De Mita e il suo nutrito gruppo di collaboratori/compaesani (“il clan degli avellinesi”) comandano quasi tutto, l’Europeo scrive che “Avellino è la capitale d’Italia non ufficiale”. In quella umida terra di mezzo fino ad allora sconosciuta e arretrata l’industria pesante comincia a nascere e a dare ottimi posti di lavoro, l’autostrada c’è già, la FIAT non c’è ancora ma promette di esserci, così altri grossi nomi della confindustria nazionale; l’assistenzialismo statale opera meglio di quello inglese, il clientelismo garantisce prebende e impieghi alle Poste e alla Sip, molti emigrati ritornano, il tenore di vita medio aumenta esponenzialmente anche vivendo nelle roulotte. Cutolo manda un suo ambasciatore a vivere lussuosamente alle porte della città per conoscerne meglio uomini che contano, vizi privati e pubbliche virtù, potenziali amici e amici degli amici. In questa provincia in piena esplosione ormonale il rampante Elio Graziano ex tecnico delle Ferrovie si fionda dalla vicina Salerno per conquistarne ignoranze e miserie, simpatie e onori. Anche attraverso la popolarissima squadra di pallone che compra e porta quasi alla coppa uefa, prima di farla fallire insieme a tutto il suo impero di malaffare. Graziano ha un modello di comportamento pubblico che cerca di scimmiottare, con risultati però molto pacchiani, in tutte le sue manifestazioni di ricchezza, compreso elicottero utilitario per gli spostamenti brevi; il modello è Silvio Berlusconi. E proprio come farà il suo mito milanese un decennio più tardi, anche Graziano accusa di comunismo quelli che cominciano a parlare dei suoi giochini e a mettersi di traverso. L’Isochimica infatti, potente macchina motrice di soldi e di favori, nasce frettolosamente nella primavera del 1982, con i capannoni ancora in costruzione ma con i lavori di “deamiantizzazione” che iniziano quasi furtivamente su un binario morto della ferrovia di Avellino. Oggi i binari della stazione di Avellino sono tutti morti, ma questa è un’altra storia. Tuttavia già nel novembre del 1983 alcuni operai, inizialmente 130 in organico, si rendono conto che nel loro lavoro deve esserci qualcosa di strano se una legge dello Stato dice che per quel tipo di attività bisognerebbe assumere persone ultracinquantenni per non dare tempo alle possibili malattie correlate di esplodere prima del periodo di incubazione di trenta anni. Insomma lo Stato ancora non sa della dannosità dell’amianto sulla collettività ma già ne conosce le conseguenze su chi ne viene a contatto fisico.
lavoratori isochimica Gli operai dell’Isochimica invece hanno un’età media di 22 anni, sono tutti giovani e forti, assunti proprio per smaltire a ritmi più sostenuti possibile le commesse e magari averne delle altre. I ragazzi dell’Isochimica servitori dello Stato lavorano quelle lamiere senza neanche bagnarle, i loro premurosi responsabili aziendali però gli consigliano di bagnare dei fazzoletti e di avvolgerseli sul volto per non respirare troppa polvere. Quella polvere in realtà è amianto, asbesto il nome più scientifico, qualcuno lo capisce e comincia a informarsi sulla composizione e sugli impatti di quell’insieme incolore di minerali. Alle prime proteste dei suoi dipendenti più insolenti Graziano risponderebbe che «La coca cola fa più male dell’amianto»; senza il dubbio del condizionale quel bibitone offerto dal commendatore ai suoi operai gli consente di farsi un nome nel settore e tanti soldi, visto che si decide ad assumere altri operai fino ad arrivare a 350 unità negli anni d’oro della sua creatura. Ormai a margine della principale attività Graziano produce anche un detersivo in uno stabilimento di Fisciano, Dyal si chiama lo sbiancante, il cui nome viene stampigliato sulle magliette della squadra di calcio dell’Avellino e i cui proventi utilizzati soprattutto per omaggiare questo e quello, giornalisti compresi, con ridondanti banconote da centomila lire ottime per tenere tutto sotto controllo. Il re omaccione e il suo variegatissimo codazzo di cortigiani in cui si può trovare di tutto, dal parlamentare al parcheggiatore abusivo. E’ perfino ingenuo zio Elio, come lo chiamano i tifosi più introdotti; leggenda vuole che una volta gli fanno credere che per partecipare a “Il processo del lunedì” occorre pagare una tangente di venticinque milioni e lui, abituato com’è a ungere per campare, un minuto dopo consegna il contante al ciarlatano che non crede ai suoi occhi.
università cattolica del sacro cuoreTornando a fatti più seri, il gruppo di operai di Isochimica decide di rivolgersi a medici dell’Istituto del lavoro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore i quali, pur senza sbattersi più di tanto, certificano che il capannone dove avviene la scoibentazione è privo di aspiratori e di sistemi di abbattimento delle polveri, che la scoibentazione viene effettuata a secco e quindi determina un ambiente denso di polveri anche ad occhio nudo, che le acque di lavaggio si spandono ovunque perché non sono incanalate, che i mezzi di protezione non sono altro che mascherine di carta e che le tute di cellulosa in TNT, in quanto porose, sono l’esatto contrario di ciò che servirebbe per evitate che si attacchino le polveri di amianto. Ma i ricercatori della Cattolica stigmatizzano anche un altro aspetto: l’amianto che viene manipolato all’Isochimica è di tipo crocidolite, la variante del minerale più pericolosa per l’uomo. Il sempre più largo consiglio di fabbrica decide allora di rivolgersi alla Procura di Avellino diretta dal dottore Gagliardi, il quale però si dichiara incompetente e lascia cadere la richiesta senza troppe spiegazioni (qualche mese fa il procuratore in pensione, che nel curriculum ha pure un agguato di camorra da cui si è salvato, ha rilasciato in proposito dichiarazioni difensive del suo operato e alludenti a certa magistratura cittadina a suo dire per lungo tempo troppo “domestica” e prona alla politica).
sversamenti amianto isochimicaAll’Isochimica si continua a fare quello che vuole il padrone, anche alcune furtive fotografie raffiguranti operai al lavoro nottetempo intenti a imbucare amianto in una fossa scavata all’interno dello stabilimento non sortiscono effetti sull’opinione pubblica e sulle autorità. Fino al 1988 l’amianto viene quindi sotterrato in tutta la zona circostante al capannone, dissolto nelle fogne pubbliche, caricato su camion notturni e disperso chissà dove. Ovviamente gli operai più scomodi e ciarlieri sono licenziati o messi a riposo. E’ l’allora sindaco di Avellino Enzo Venezia a fare il primo passo istituzionale importante, probabilmente pressato dalle notizie provenienti dalla Procura di Firenze nel frattempo interpellata dagli operai stante la riottosità sospetta di quella di Avellino. A Firenze infatti Graziano ha stipulato cinque anni prima il contratto con le Ferrovie dello Stato, la Procura di Firenze non può dirsi non competente…Gli operai sono aiutati nella loro denuncia dalla sezione avellinese di Democrazia Proletaria e da qualche sindacalista della CGIL, il resto della consorteria politica e sociale tace e non prende posizione. L’USL 4 di Avellino a cui si rivolge il sindaco dichiara IsochimicaIndustria insalubre di prima classe” e l’otto settembre 1988 il sindaco emette l’ordinanza di sospensione dell’attività industriale corredata da due inevitabili prescrizioni: ottenere l’autorizzazione regionale e documentare scientificamente il processo di trattamento e stoccaggio. Come scrive sul “Corriere dell’Irpinia” il giornalista Norberto Vitale, il sindaco manda copia della sua ordinanza al presidente della Regione Campania, al prefetto di Avellino, al presidente del Tribunale e al procuratore della Repubblica di Avellino, al pretore capo, al presidente del Nucleo Industriale e al direttore dell’USL 4. Il sindaco chiede aiuto ai poteri costituiti della sua terra, ma l’aiuto decisivo arriva solo da Firenze dove il pretore Beniamino Deidda ordina la chiusura dell’Isochimica di Avellino sulla base degli esposti presentati dai lavoratori e da Democrazia Proletaria. E’ il 13 dicembre 1988. O’ commendatore, nonostante un assaggio di latitanza e le ordinanze di Comune di Avellino e Tribunale di Firenze, continua a scrostare amianto e soldi dai bastimenti cambiando nome alla sua azienda e utilizzando una manciata di disperatissimi lavoratori a cui raddoppia la paga. Fino al 1990. Poi non riesce più a eludere le ordinanze e imbuca il suo ciclo irrimediabilmente calante fra bancarotte, arresti domiciliari e ricoveri in ospedale. Oggi il vecchio Graziano vive in zona periferica di Avellino dentro un casermone poco curato, manifesto usurato di passata ricchezza e di architettura autoritaria. Quelli che ieri lo adoravano oggi ne parlano male. E’ malato e ha l’ossessione di un libro/memoriale da consegnare ai giudici. Nel gioco di scaricabarile dell’Isochimica è forse l’unico che finora ha pagato un pegno. E ne pagherà altri.
ex lavoratori isochimicaOggi, maggio 2014, quindici operai dell’Isochimica sono già morti e più di cento sono ammalati certificati. Senza contare, perché ancora impossibile, i danni prodotti dalla fabbrica dei veleni sulla popolazione. Agli operai, che recentemente hanno riportato la faccenda all’attenzione della magistratura, ancora non viene riconosciuta alcuna indennità né prepensionamento. Ci sono “nuovi” indagati dalla Giustizia, sono 24, in testa Graziano e un’intera giunta comunale di Avellino. La bonifica della zona è ancora in alto mare nonostante il sequestro dell’area disposto a giugno 2013 dalla Procura di Avellino. Quasi tutta la caterva di amianto vive ancora placidamente sotto la terra e fa il suo lavoro di sotterraneo avvelenamento. Esisterebbe pure un “Piano nazionale amianto” approvato dal Governo Monti nel 2013, che però non è mai entrato in vigore perché la Conferenza Stato-Regioni non ha dato il via libera. In realtà non ci sono i soldi.
Anche grazie alla battaglia degli operai Isochimica il parlamento italiano nel 1992 ha votato la legge 257 che bandisce l’utilizzo dell’amianto. Secondo i tecnici nominati dalla Procura di Avellino tutti i lavoratori di Isochimica hanno un destino più cinico che baro, tutti sono in pericolo di vita. Loro, i lavoratori, ironicamente si definiscono “i morti che camminano”…La esorcizzano così.

Dopo tante parole ai microfoni locali e tanti articoli “localisti”, finalmente ci hanno scritto un libro. Si chiama “Il racconto giusto. Storie di amianto e di operai dell’Isochimica di Avellino” in cui l’autore Anselmo Botte raccoglie le storie degli operai che negli anni ’80 lavoravano come “scoibentatori” delle carrozze delle Ferrovie dello Stato, rimuovendo senza alcuno scudo vagonate di amianto. Circa tremila i vagoni trattati fra il 1983 e il 1988, grattati quasi a mani nude e con la “protezione” di una mascherina di cartone sulla bocca. In quei cinque anni le mani di uomini inconsapevoli e all’inizio pure felici…

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