Chloè Zhao, vincitrice dell’Academy Award per la miglior regia con Nomadland, torna nelle sale cinematografiche con Hamnet – Nel nome del figlio, tratto dal best seller dell’irlandese Maggie O’Farrell.
La storia è incentrata sulla nascita dell’opera drammatica Amleto di William Shakespeare attraverso la morte del figlio dell’autore Hamnet. Il film ha ottenuto 11 candidature e vinto 2 BAFTA, per la miglior attrice Jessie Buckley, e per il miglior film britannico, 6 candidature e vinto 2 Golden Globes ed è candidato per 8 Premi Oscar.
Protagonista assoluta della scena è Anne Hathaway, ribattezzata Agnes, la moglie del famoso scrittore (interpretata da Jessie Buckley). Una figura insolita per l’epoca: più grande di otto anni, con un forte legame con la natura, magica, capace di leggere il futuro e lo speciale talento di William (interpretato da Paul Mescal), prima che diventi Shakespeare, anche per sé stesso.
“Sappiamo ciò che siamo, non ciò che possiamo diventare”.
William non lo sa chi è. Lavora con un padre (guantaio) che umilia ciò che considera un inutile talento. Sposa la moglie già incinta contro il parere della famiglia. Ed è solo grazie a lei se ha l’occasione di spostarsi a Londra e trovare la sua strada. Agnes resta a Stratford-upon-Avon con i figli, la primogenita Susanna e i gemelli, Judith e Hamnet e una premonizione che pende sul loro capo: avranno tre figli, ma solo due saranno al suo capezzale. Agnes si oppone fieramente, pronta a difendere i suoi figli con le erbe e i rimedi, appresi da sua madre, ma non può fronteggiare il male assoluto e Hamnet muore a soli 11 anni di peste bubbonica.
Come possono i genitori accettare questa perdita? In un’epoca in cui il tasso di mortalità infantile è altissimo, il trauma non è meno profondo. Zhao ci narra intimamente il dolore di due persone che perdono il figlio, avvolti nel lutto, non riescono più a guardarsi con amore. Agnes non riesce a perdonare a William la sua assenza, mentre il figlio moriva agonizzante.
E William? Torna a Londra, a lavorare con la sua compagnia teatrale, a scrivere.
Nasce così Amleto una delle opere più conosciute, che cimenta la fama del drammaturgo William Shakespeare. Un uomo semplice, che vive in una stanza a Londra, senza fronzoli né lussi. Solo attraverso la scrittura riuscirà ad elaborare il lutto, a rivivere il distacco dal figlio e a dirgli addio, fare ammenda della propria assenza. Interpretando uno spirito, Shakespeare parla al figlio della sua perdita, del suo dolore con la supplica di non essere dimenticato.
“Tutto ciò che vive deve morire, passando dalla natura all’eternità”.
Con la messa in scena, il dolore è condiviso, attori e spettatori sono una cosa sola: vivono un’unica commozione che abbatte la quarta parete. Agnes riesce a vedere il figlio nel principe danese, Hamnet felice di aver calcato le scene con suo padre. La letteratura ha compiuto il miracolo dell’eternità: Hamnet non cadrà nell’oblio della morte. Il suo nome sarà conosciuto, come la sua storia, e sarà per sempre legato a quello di suo padre.
The rest is silence. Il resto è silenzio.
