domenica 18 novembre 2018
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Governo Letta: l’improprio riferimento al compromesso storico del ’76

letta-napolitanoNon tentate di dare un’etichetta a questo governo”,  ha detto il neo (ed ex) Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il riferimento è duplice: non parlate di governo tecnico o governo politico e non parlate di larghe intese, governissimo o inciucio, parola odiatissima da chi ha auspicato fin dal 26 febbraio 2013 affinché si giungesse ad una soluzione di questo genere.

Tra i tweet è possibile leggere “è un governo poli-tecnico, dove poli sta per politico”. In effetti si tratta di un governo tutt’altro che omogeneo, sia per la provenienza partitica, sia per la derivazione, tanto politica quanto tecnica: oltre Moavero Milanese, l’unico ad aver conservato il dicastero, e Cancellieri, rimasta nel governo ma non più al Ministero dell’Interno; ci sono anche Saccomanni, direttore generale di Bankitalia e Giovannini, presidente ISTAT. Questi sono i principali nomi che appartengono alla c.d. ala tecnica.

Nonostante i riferimenti storici, servirebbe un compromesso storico come nel ’76, al quale si è risposto con un lapidario quanto puntuale:  “Nel Pd non c’è un Berlinguer e soprattutto nel Pdl non c’è un Aldo Moro”.  Il richiamo non è dei più puntuali. Nel 1976 il governo era composto da una tipica maggioranza della Prima Repubblica, la Democrazia Cristiana era il partito unico, privo però di una maggioranza parlamentare. A palazzo Chigi non c’era Moro ma Andreotti (era il governo Andreotti III). Ma fu Aldo Moro a trattare con il P.C.I. perché agevolasse con una “non sfiducia” la nascita di un governo monocolore della D.C. Si trattava della fase politica detta di solidarietà nazionale, finalizzata a fronteggiare la crisi economica e l’emergere di forti tensioni sociali. Siamo infatti in pieno periodo di “stagione emergenziale”. 

La formazione di governo era, quindi, interamente a composizione democristiana, i comunisti decisero, grazie alla mediazione di due leader storici, di non impedirne la nascita. Se riferimento, o richiamo, si volesse avanzare, decisamente più puntuale sarebbe quello dei governi: Bonomi (I,II), Parri, De Gasperi (I,II,III). La tendenza a governi di “unità nazionale” si interruppe con il governo De Gasperi IV; da quel momento, fino ad inizio anni 90′, il partito comunista rimarrà sempre all’opposizione.

Se quindi escludiamo i primi anni del dopoguerra, l’Italia mai ha sperimentato un governo formato da membri dei due principali partiti che dovrebbero porsi su di una logica alternanza governativa. Ma le differenze, tra il neonato governo e quelli che ci hanno traghettato fuori dal periodo bellico, sono comunque enormi, basti pensare alle personalità dei primi governi democratici. Ovvero le madri ed i padri fondatori della repubblica. 

 

Francesco Marangolo