lunedì 17 dicembre 2018
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Gli italiani e una Concordia chiamata Italia

Costa-Concordia Stamattina ci siamo svegliati e tutti noi abbiamo letto quella che era senz’altro la notizia della giornata. No, non era la questione del voto palese o segreto in Senato per la decadenza di Berlusconi. No, non era nemmeno la notizia che Kakà starà fuori per un bel po’ a causa di un infortunio all’adduttore, e che addirittura abbia deciso (povero figliolo) di autosospendersi lo stipendio durante il periodo in cui non potrà giocare, magari dando la possibilità al padrone (si quello della decadenza su detta) di fare lo splendido: “Sarebbe impensabile non garantire lo stipendio, per me sono come figli”, già lo si vede con quel sorriso sornione.

Dicevamo, la notizia che aspettavamo da più o meno un paio di anni: allora la alziamo questa Concordia? E allora: pronti.. partenza.. via! Tutte le metafore che la mente umana possa concepire sono state dette, scritte, mimate e twittate. “L’Italia come la Concordia, pronta a rialzarsi. Deve essere un punto di partenza per un paese che vuole riscatto. È la dimostrazione che l’Italia quando serve ha i mezzi per farcela”.

Su Twitter l’account di satira “La pausa caffè” ha scritto: “Per avere la giusta corrispondenza tra il recupero della Costa Concordia e l’Italia ci dovrebbe essere la merda al posto del mare”. E soprattutto, potremmo aggiungere, gli anni dovrebbero essere venti (o più) e non due.

Metafore e allegorie, quanto ci piacciono. Ci permettono di non guardare in faccia la realtà, di esimere noi stessi da responsabilità, un’autoassoluzione perenne. La Concordia è rimasta lì per due anni e per quanto sia incredibile quello che sta accadendo (il recupero) non giustifica la totale inerzia, il colpevole immobilismo, che abbiamo mostrato per tanto tempo. Se metafora c’è, è questa: i due anni sono solo un piccolo esempio di ciò che noi italiani abbiamo fatto negli ultimi venti. Ci siamo lasciati assuefare da una comoda inattività, come se il problema di un paese allo sfascio non fosse il nostro, come se i drammi civili e sociali non ci toccassero, come se non potessimo far niente. Ci siamo abituati a sentire scandali e tragedie come se avessimo sviluppato anticorpi contro quello che non ci piace, senza provare a reagire, senza provare a riprenderci il nostro, e solo nostro, paese. Siamo colpevoli perché ignavi. Allora verrebbe voglia di urlare: “Italiani tornate a bordo cazzo! E riprendetevi ciò che è vostro”. 

 

Francesco Marangolo