lunedì 25 Ottobre 2021
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“Fuck Me”: la forza del Corpo di Marina Otero

Tra una poltrona e l’altra con il dovuto distanziamento, se seduti nella platea del Politeama ci fossero stati il regista Pedro Almodovar, la pittrice Frida Kahlo e l’antropologo Ernesto de Martino, di certo si sarebbero uniti al coro di applausi che ha accolto “Fuck Me” lo spettacolo portato in scena da Marina Otero per il Campania Teatro Festival per la sezione internazionale della rassegna.
Il progetto è  la terza parte della prima trilogia del progetto “Remember to live”, un lavoro che riguarda lo scorrere del tempo, in cui la regista diventa l’oggetto di ricerca del suo lavoro.
Fin dall’inizio è chiaro che il corpo è assoluto protagonista della scena così come è senza orpelli e protezioni, così come è quando nasciamo autentici e indifesi.
Su ammiccanti luci rosse e musiche da tango argentino d’antan si esibiscono i cinque uomini tutti chiamati convenzionalmente “Pablo”  in una danza sfrenata, liberatoria a metà tra un rito propiziatorio, una scena di burlesque e un sadomaso rock in una contaminazione di generi.
I performer prendono subito la scena a partire dalla platea da cui si muovono nudi in mezzo agli spettatori per raggiungere il palco e catalizzare l’attenzione di un pubblico rapito da una così forte rottura degli schemi canonici.
Come un unico grande corpo si muovono con disinvoltura, con forza virile e grazia femminea al contempo, un esercito di corpi perfetti al servizio dell’unica donna presente in scena, la stessa regista che una volta abbassatesi le luci si rivolge al pubblico in un viaggio a ritroso nella sua infanzia, nei segreti della sua famiglia, spezzoni di vita ricostruiti attraverso fotogrammi proiettati alle sue spalle.

Perché questa spasmodica rappresentazione del Corpo? Il corpo per un danzatore è tutto e quando succede che questo si guasta si rompe, così come accaduto a Marina (che si è ritrovata impossibilitata a danzare a causa di tre ernie del disco ) allora l’unico modo per affrontare il dolore è metterlo in scena con dirompenza.
Se il teatro è rito collettivo per Marina Otero è però prima di tutto una necessità, un bisogno personale:
“Più che altro mi piace che si parli di… e se non ne parlo io, chi ne parlerà? Chi darà forma alla mia causa narcisistica senza vedere un centesimo? Quale corpo si impegnerà a raccontare la mia vita fino alla morte? Solo il mio”.
Un’iperbolica e narcisistica performance sopra le righe, una carrellata di eccessi che però hanno il merito di incollare gli occhi degli spettatori a quello che succede sul palco, lasciandoli a bocca aperta dietro le mascherine che proteggono da tutto eccetto che dalle emozioni forti che lo spettacolo ci regala.

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