martedì 11 Agosto 2020
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E poi, il nulla. Forse solo… il rumore del silenzio.

Lo sguardo ragionato e pacato tipico dei poeti, la fragilità di un animo incline alle verità più accecanti, la compostezza di chi ha fatto della meditazione buddista il suo vademecum di vita. Ed è senza alcuna retorica che Chandra Livia Candiani apre le porte sul mondo della resilienza, illustrando come la reclusione forzata può tramutarsi in un’occasione per oltrepassare i limiti, allargare gli orizzonti e non restare confinati ai margini della società.

Classe 1952, milanese d’origine, la poetessa e traduttrice coglie il rischio della contemporaneità, che oggi è all’apice: l’entrata in crisi del rapporto dell’uomo con il mondo e con l’altro.

“Vuoto, silenzio: c’è il cielo (e il mondo) in una stanza”: quest’ultima simile all’anticamera di una rivelazione, palcoscenico di rifugi ignoti ed inattesi, “che ci custodisce e ci rivela tutti interi a noi stessi”. Un virus inopinato e demoniaco diviene l’incentivo a migliorarsi, a seguire il dáimon (inteso nell’accezione classica di vocazione dell’anima), ad aprirsi al prossimo e ad ascoltare l’immagine primaria pulsante. Non bisogna però nutrire la presunzione di adibire le camere a simulacri della libertà pregressa e momentaneamente perduta, bensì agire in maniera tale da annientare la noia, la malinconia e la tristezza, prima che loro distruggano noi.

Il silenzio è cosa viva“, edito da Einaudi è il racconto dell’arbitrarietà delle scelte riflesse negli occhi di un maestro tibetano, capace di farvi confluire all’interno intendimento, apertura, coraggio; la medesima efficacia che la Candiani attribuisce alla poesia, via d’accesso all’immensità, linguaggio che rende pronunciabile, poliedrico, mutevole ogni oggetto, eludendo la vacuità. «Siamo cieli sconfinati e correlarci all’infinito ci consente di osservare la realtà circostante, di riconoscerla e poi vederla sgretolarsi. E’ difficile, significa perdere la bussola, smarrire l’orientamento, non essere più un centro ma diventare una grande periferia isolata, veder nascere e morire i prodigi e accorgerci delle sollecite cornici di contorno che restano ma che in fondo non appartengono a nessuno». La poetessa pone l’accento su questi mesi di quarantena universale, di vacatio, di ripetute fluttuazioni fra il chiudere tutti fuori e il chiudersi fuori da tutto. Una prospettiva che si riduce o, irragionevolmente, che si amplia? «Gli insegnamenti appresi con la pratica buddista mi esortano a riconoscere le cose così come sono senza volerle differenti, cercando di non rifiutarle, ma nemmeno di farmi assorbire. Il momento attuale è una traversata spaventosamente difficile», afferma.

La poetessa ribadisce di trascorrere la maggior parte del suo tempo tra le mura domestiche, peraltro in perenne solitudine. E come troppo spesso accade alle intelligenze più fervide e brillanti, è confinata fuori dal tunnel di massa. In un’epoca non ancora distrutta dalla pandemia dilagante, chi si sente escluso dal mondo comprende di essere escluso da una realtà effimera e grondante di illusioni. Il mondo dell’arrivismo, del vil danaro, del costante dover dimostrare di essere qualcuno di speciale. Tutte le vicende sono valide e non soltanto quelle collettive, l’esperienza più solitaria può inglobare l’universo se svolta da una mente viva e da un cuore guizzante. Parimenti l’esperienza più aggregante nel mondo può tramutarsi in un delirio di onnipotenza nonché falò di vanità. La Candiani è inoltre certa che la convinzione dell’assoluta conoscenza stronca sul nascere qualsiasi curiosità o approfondimento futuro; ella non considera questo stallo temporale una «sospensione dalla vita», piuttosto il contrario, «apoteosi dell’esistenza, del pensiero, del tempo, delle priorità e delle nefandezze, di ciò che dipana benessere e della pseudo felicità”.

“Abbiamo subito uno stupro repentino della libertà individuale”, ricorda la poetessa, ragion per cui il mito del controllo è stato sgretolato dalla paura del contagio e della malattia, pericoli che di giorno in giorno sono diventati più celeri e concreti; ciononostante ci si è auspicati un ritorno ad una routine scandita dalla normalità quotidiana.

Ne “Il silenzio è cosa viva” la Candiani rivela un annedoto legato ad una Maestra giapponese della Cerimonia del tè. Questa donna aveva lasciato il suo Paese da ragazza per sposare uno straniero, e dopo pochi anni era tornata a Tokyo per un impegno lavorativo del marito. Decise di telefonare ad un maestro di Cerimonie del tè per divenirne allieva. Il maestro le domandò quanto tempo si sarebbe fermata.

Ed è proprio il concetto di tempo uno dei fili conduttori del discorso di Chandra: il flusso del divenire perpetua attraverso parole e linguaggio, sensazioni ed azioni; se ci si ferma a contemplare un dipinto, a respirare, a delineare un’unione con tutto e tutti; se si soffre logorandosi e percependo il crollo di ciò che sta intorno; se ci si rispecchia totalmente in ciò che si fa, da una banale pulizia ad un’accurata traduzione, purché si creda con fermezza in quel frammento di se stessi. Il tempo speso in casa rappresenta il privilegio di avere ancora una coperta calda con cui riscaldarsi. Per la poetessa il tempo e lo spazio quotidiani sono inviolabili. Naturalmente ciò non equivale ad alienarsi dal dramma che stiamo vivendo; vien naturale dunque credere che tutto ciò sta accadendo perché rifiutiamo di rallentare, perché vogliamo sempre procedere, possedere il dono dell’ubiquità, invadere tutto, accaparrarci di tutto, proferire di tutto. Non si tratta di una mera inclinazione psicologica, piuttosto di un discorso politico. Da diversi mesi a questa parte ad ogni richiesta pubblica la poetessa risponde il più affabilmente possibile: “Grazie, resto a casa”. Gli occhi vinti dal torpore, si rispecchia in un infido parolaio, dal momento che le viene chiesto di tutto. Perennemente attorniata da effimere certezze. Non esiste una verità assoluta. E pubblicare libri non significa sapere qualcosa. Essere empatici, chiedere scusa prima che sia troppo tardi, lottare, commettere errori, rischiare, perdersi negli sguardi anziché nei silenzi, questo è il vero sapere. Rimembra di quando una volta domandò ad un albero “Adesso cosa faccio, dal momento che ho paura?”. E l’albero rispose:”Smetti di essere così meravigliosa”.

La Candiani parla a cuore aperto di una vita trascorsa nel terrore, nella fuga da una violenza perseguita, nella frenetica abitudine di preparare valige per scappare. Non ha paura, perché ha imparato a dominarla. E’ convinta che, malgrado il metro di distanza, questo male unisca e non divida. “Il cambiamento non equivale necessariamente alla morte“, ed oggi siamo accomunati dalle medesime sensazioni, dagli stessi timori, e forse il metro di distanza insegnerà a carpire gli stati d’animo altrui.

L’attuale stato delle cose può insegnare la “Tolleranza del non capire“?, si chiede Chandra: ciò accade soltanto se la razionalità viene congiunta al sogno, all’immaginazione, a quella buona dose di follia che alberga nei meandri del non sapere. Il varco del non sapere è infinito, e si palesa nel momento in cui il nostro ipotetico interlocutore ostenta una sfacciata sicurezza nel sapere tutto, debellando in partenza eventuali benefici del dubbio. Accettando opinioni diverse e visioni nuove siamo invece in grado di accettare i cambiamenti.

Eppure, c’è chi anziché prendere atto dei cambiamenti, preferisce voltare le spalle ed imboccare una strada differente: “Una scena ricorrente nei gruppi di meditazione buddista”, afferma la Candiani “la principale paura è l’invisibilità, ragion per cui per instaurare un rapporto più approfondito con gli invisibili è opportuno tacere”. Ed il tema della compassione si presenta ricorrente: Chandra si chiede se sia lecito uscire da una pandemia con maggiore compassione. E se si può donare compassione senza esigere tornaconti personali. La risposta è alquanto ovvia: se non impariamo a conoscere noi stessi, a scavare profondamente nei meandri del nostro animo, ad ascoltare le nostre riflessioni, ad elaborare i nostri risvolti introspettivi, non potremmo mai essere compassionevoli. Ogni esercizio di compassione si conclude con un augurio:”Che tutti gli esseri umani possano essere liberi dalla sofferenza, che possano essere liberati”.

Impariamo a non negare il dolore, ad incamerarlo, ad accettare quanto accade; soltanto così saremo davvero liberi.

Francesca De Grazia

Una "buona" coscienza vale più di un chierichetto o di cento beghine.
Bisogna saper smascherare i falsi profeti e respingere le loro parole vuote e lontane: credere in se stessi e alla propria storia, evitare i segnali e le indicazioni, prendersi il gusto di fare l'amore quando si ha voglia, senza temere un inferno sotto il letto, e di avere paura quando si sente senza vergognarsi di essere "santi" o eroi.
E' quello che gli ipocriti chiamano mediocrità la vera grandezza.
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