venerdì 6 20 Dicembre19
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Dalla generazione che non aveva nulla alla generazione del nulla: sono questi i millennials?

Possiamo incontrarli dappertutto: al bar, nelle discoteche, nella metropolitana o in altri luoghi frequentati dalla massa; passeranno alla storia come la generazione delle tre “S”: soldi, successo e sesso. Stiamo parlando dei “Millenials” (termine coniato dai mass media), una generazione priva di riferimenti e lasciata allo sbaraglio, una perfetta iconografia della società postmoderna: la società del profitto e dell’immagine, dell’efficientismo e della liquidità, in cui i giovani si trovano in una condizione di totale solitudine, inadeguatezza ed insicurezza, che troppe volte porta all’abbrutimento totale del loro essere. Le vie più comuni attraverso le quali i ragazzi tentano di fuggire il presente che li ha partoriti sono anche le più pericolose, basti pensare alla droga, all’alcool ed a ciò che determina lo sballo.

Questa catastrofica situazione è stata causata da una vera e propria mutazione antropologica e culturale, che ha drasticamente inciso sulla vulnerabilità tipica dell’adolescenza: anzitutto sono scomparse le figure genitoriali, che da punto fermo si sono trasformate in in punto sempre più mobile ed effimero; in una famiglia in cui sia madre che padre lavorano non c’è tempo per i figli. Non c’è spazio per le loro domande, nell’età in cui l’individuo ricerca riferimenti ed una propria identità. Si preferisce molto spesso abbandonarli davanti ai videogiochi, dispositivi elettronici oppure affidarli alla peggiore babysitter: la televisione. Ed anziché rispondere si preferisce contrattare:”Se ottieni un bel voto papà ti regala il motorino”, “Se a fine anno porti a casa una bella pagella ti mandiamo in vacanza”, sono solo alcune delle promesse oggigiorno più diffuse tra genitori e figli, dalle quali si evince un divario estremo tra passato e presente. Lo scontro tra “giovani” e “vecchi” esiste da tempo, eppure questo contrasto storico si è sempre risolto con la “rivalsa” dei giovani, che formati da insegnanti, riuscivano a costruire un futuro solido ed a tutelare i valori derivanti dall’eredità del passato. Oggi questo meccanismo è stato debellato, come afferma l’illustre filosofo Umberto Galimberti: i ragazzi sono estromessi dalla vita sociale, la frenesia estrema imposta dall’età della tecnica ha fatto sì che i giovani riconoscano l’anacronismo della generazione precedente, non avendo però la capacità di comunicare con essa. Sono sparite le emozioni, cancellate dall’apatia familiare, dall’incapacità di instaurare un rapporto che vada oltre il digitale, dalla predominanza di modelli negativi. Un tempo esistevano le piazze, nucleo di aggregazione, le ἀγορά intese in accezione greca, in cui il dialogo ed il contatto umano fungevano da cardine tra tutti coloro che vi si riunivano; i giovani politicamente impegnati militavano tra le prime file dei movimenti studenteschi, combattevano per un ideale; erano ragazzi che volevano cambiare il mondo, fautori di una generazione che non ha avuto eguali nella storia.

Oggi il sistema mediatico ha posto sul trono dell’exempli vitae i calciatori, i tronisti, i Rich kids, le fashion blogger e chiunque sia riuscito a guadagnare denaro rispettando doverosamente il principio dell’hic et nunc; è il caso dei protagonisti delle serie televisive internazionali incentrate sulla camorra o sulla mafia. Pertanto sarebbe doveroso allontanare ciò che Galimberti definiva “Analfabetismo emotivo”, rivoluzionando l’intero modello ideologico-culturale, partendo dalle scuole, le quali potrebbero restare aperte anche di pomeriggio consentendo ai meno fortunati (e a coloro che non hanno una famiglia alle spalle) di svolgere attività laboratoriali, corsi di formazione, evitando così il sentiero della delinquenza. Emblematica, negli anni’60, fu la scuola di Barbiana voluta da don Lorenzo Milani, grazie alla quale la scuola stessa fungeva da educatrice per tutti gli alunni che vi accedevano.

Se il futuro smette di essere una promessa ma diviene una minaccia o evento nebuloso e instabile, se manca lo “scopo”, e il “perché”, come diceva Nietzsche, se tutto è nelle mani del fare tecnico che non ha altro fine se non il proprio autopotenziamento, non resta per i giovani che un orizzonte, il più pericoloso di tutti: il nichilismo.

Francesca De Grazia

Il "mestiere di scrivere" mi appartiene sin dalla piu' tenera età: scrivo per sentirmi libera, viva, per non sedere al tavolo dei mediocri; scrivo per viaggiare in luoghi inesplorati, per essere protagonista di un mondo scevro da banalità ed arrivismo; scrivo per non fermarmi alla superficie delle cose.
Scrivo perché senza parole ben spese non sarei capace di essere chi sono.
Francesca De Grazia