In Francia, faro storico del diritto moderno civile d’Europa, si discute sulla proposta di legge sul fine vita. Si pone così l’eterno dilemma tra scienza ed etica: esiste il diritto di morire? Se sì, chi può decidere, come e quando?

La lunga battaglia per garantire alla Francia una legge sul fine vita, è iniziata nel 2022 con la rielezione del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron. Da allora il paese discute e si divide.

Il percorso legislativo è tortuoso e non ancora completo: la proposta è passata attraverso commissioni, revisioni, respingimenti, ritorni in aula. Lo scorso 4 febbraio, l’Assemblea nazionale ha approvato una versione riveduta del disegno di legge, dopo che il Senato lo aveva respinto a fine gennaio.

Fulcro del dibattito è l’articolo 4, che definisce quale persona idonea colei che prova una “sofferenza fisica o psicologica costante”, legata a una condizione “resistente al trattamento o considerata insopportabile”.

Gli oppositori hanno sostenuto che le maglie dei criteri fossero non sufficientemente definiti. Rispetto alla versione originale, non è esclusa esplicitamente la sofferenza derivante da disturbi psichiatrici come unica motivazione. Lasciando aperta la porta alla considerazione che chi soffra di depressione possa accedere all’eutanasia. Sollevando, tra gli altri, il timore di una penalizzazione per gli operatori sanitari che tentano di dissuadere i pazienti dal richiedere la morte assistita.

I sostenitori ribattono che non c’è alcuna ambiguità: la sofferenza psicologica può essere considerata un fattore solo accanto a una malattia grave e incurabile. Tra l’altro, l’accesso alla procedura sarebbe limitato ai soli richiedenti che soddisfino tutte e cinque le condizioni previste dal disegno di legge: aver compiuto il diciottesimo anno di età; avere la nazionalità francese o la residenza legale; essere affetti da una malattia grave, incurabile e pericolosa per la vita e che la stessa sia in una fase avanzata ovvero allo stadio terminale; infine, essere in grado di esprimere liberamente e con piena comprensione la propria volontà. Gli operatori sanitari potranno astenersi dalla procedura, se lo desiderano, ma dovranno indirizzare il paziente ad altri professionisti.

Il dibattito, ben lontano dall’essere dipanato, infiamma i palazzi del potere, la società civile, i mezzi di comunicazione e i social: la Francia si guarda allo specchio e deve fare i conti. Parlare di morte è parlare di vita. Interrogarsi su come la società affronta il proprio rapporto con la sofferenza e la vulnerabilità.

Il diritto ad una morte dignitosa è davvero così distante dal diritto alla vita, così come sancito dalle democrazie occidentali? Cosa temiamo dietro il demone dell’uso indefinito dello strumento legislativo?

La Francia non è sola in questo percorso: Germania, Paesi Bassi, Belgio e Spagna hanno depenalizzato ovvero normato i casi di ricorso al suicidio assistito e all’eutanasia. In Italia l’eutanasia è reato e il dibattito politico langue. Nel 2019 c’è stata un’apertura della Corte costituzionale che ha stabilito la non punibilità dell’aiuto al suicidio medicalmente assistito se il paziente sia pienamente capace di intendere e volere, sia affetto da una patologia irreversibile che causa sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili e dipendente da trattamenti di sostegno vitale.

Sancire il diritto alla morte non è una mera questione giuridica. È una questione identitaria su chi siamo come essere umani e cosa temiamo quando guardiamo l’oblio della morte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *