martedì 11 dicembre 2018
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VORREI SEPARARMI, SI? NO? MA…

separazioneSi dice che le motivazioni che spingono a contrarre matrimonio, sono le stesse di quelle per le quali ci si separa. Non saprei quanto sia vera o meno quest’affermazione, quindi lascio a voi l’analisi e la riflessione, non conosco i dati statistici per poter dire in percentuale quante persone oggi ricorrono alla separazione, ma sta di fatto che per molti è diventato un  grosso problema.

I problemi possono essere di tipo economico, legati ai  figli, alla paura di restare soli ecc., purtroppo ho notato che gli ostacoli che mettono maggiormente in stato di confusione e spavento sono sempre quelli legati ai pregiudizi personali. Questi sono relativi sia all’aspetto religioso che a quello “laico,” nel primo caso si ha il timore di non obbedire alle regole della Chiesa, e di conseguenza di essere esclusi dalla comunione con Dio, mentre il secondo caso è legato al problema di cosa dirà la gente e quindi alla  reputazione e considerazione sociale.

Mi soffermo intenzionalmente sull’aspetto religioso, per due motivi: il primo attiene alla mia constatazione che tanti matrimoni celebrati in Chiesa sono solo il frutto di una tradizione che obbliga a cerimonie sfarzose e costose, ma senza ben conoscere ciò che si celebra. Il secondo attiene all’“indissolubilità” del matrimonio, fattore che alimenta, soprattutto nelle donne, molta sofferenza in quanto esse preferiscono sacrificarsi e tenersi una vita infelice piuttosto di stare nel peccato.”

A  questo punto, per il messaggio e la riflessione che voglio trasmettere, spiegare il matrimonio nella storia del Diritto Canonico sarebbe non solo troppo complesso ma inutile. Ci tengo invece a porre  l’attenzione su alcuni dettagli, che spesso anche i preti dimenticano o sottovalutano nei colloqui con i loro fedeli, cioè l’amore. Il matrimonio è una realtà sociale e civile che dovrebbe rappresentare un legame esistenziale che ha il suo culmine nell’amore, e questo ce lo dice anche la Chiesa. Nell’antichità il matrimonio era coronato solo da una benedizione sacerdotale e senza alcun rito, ma poi nel corso del tempo la benedizione si è trasformata in consacrazione, senza la quale il matrimonio risultava non valido.

Vorrei ancora credere che la maggior parte dei legami conduca al matrimonio, in quanto determinati dall’amore, e quindi, considerare il matrimonio dal punto di vista esistenziale in cui i due coniugi assumono la prospettiva della loro relazione come una scelta matura di stare e crescere insieme e non come una pratica giuridica. L’indissolubilità del matrimonio è legata all’amore e non all’aspetto giuridico e la legge dell’amore non ha bisogno di codici.

Ora la domanda nasce spontanea: l’indissolubilità riguarda il precetto di Dio, quello della Chiesa o quello degli uomini?

Quando l’amore tramonta e diventa rabbia, ostilità, indifferenza e violenza, il matrimonio in queste condizioni ha ancora il diritto di chiamarsi tale? Chi si assume allora il diritto di chiamare ancora valido quell’unione?. Se per la Chiesa il matrimonio è anche la realtà divina,  la dignità del matrimonio che è stata elevata da Cristo scompare nel momento in cui al posto dell’amore c’è la sofferenza e due coniugi non si amano più. Perché non c’è più l’amore? E’ la domanda alla quale ognuno dovrebbe sapersi rispondere. Quello che posso sostenere è che nessuno può forzare ad amare qualcuno e nessuno ha il diritto di obbligare ad amare, perché l’amore è un regalo e non si compra.

Il codice di Diritto Canonico afferma inoltre un’essenziale uguaglianza dei due coniugi pur non specificando quali nonostante affermi che il patto matrimoniale è ordinato al bene dei coniugi.  Ma di quale bene parliamo quando l’amore finisce? E’ questo l’aspetto che la Chiesa non vuole prendere in considerazione. E’ solo un giuramento che si è tenuti a rispettare tutta la vita, a costo di qualunque sofferenza, quindi, il matrimonio, non può essere sciolto da alcuna potestà umana.

Possiamo allora chiederci come la Chiesa si preoccupa ed occupa un ruolo nella coppia quando sopraggiunge l’assoluta incompatibilità dei caratteri che rende il matrimonio particolarmente difficile, e senza alcuna speranza di riconciliazione. Quando si arriva a  gravi ostilità ed avversioni che rendono ai coniugi la vita un inferno? E’ cosa dire a quelle persone che al posto della sofferenza hanno scelto la separazione ed il divorzio e come punizione (ma loro non la chiamano così) hanno ricevuto il divieto di accedere alla comunione Eucaristica?

In particolar modo a loro rivolgo la domanda: Bisogna essere “puri” per accedere alla comunione o l’incontro con Dio è che rende puri?

Dio non esclude nessuno, questo solo gli uomini lo fanno e l’impurità riguarda le nostre relazioni con le altre persone e mi rifaccio alla frase di Gesù in cui dice che nulla al di fuori dell’uomo può renderlo impuro entrando in lui, ma solo ciò che ne esce. Dunque non è la separazione o il divorzio che ci rende “impuri”, ma lo sono il nostro egoismo, rammarico, rancore, odio e vendetta.

 Suzana Blazevic