martedì 20 novembre 2018
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Processo Savalli, la figlia: “non potevo denunciare perchè minorenne”

Foto articolo donna incinta uccisa

Salvatore Savalli e la sua famiglia. Foto: corriere.it

Il signor Savalli ha cercato di uccidermi più di una volta“. Con queste agghiaccianti parole, pronunciate in aula, Simona Savalli, 17 anni, si è riferita al padre Salvatore Savalli, conferendo davanti alla Corte di Assise di Trapani al processo in cui l’uomo è accusato dell’omicidio della moglie, Maria Anastasi, la 39enne al nono mese di gestazione, selvaggiamente uccisa e bruciata nelle campagne trapanesi il 4 luglio 2012. Insieme a Savalli è imputata anche la sua amante, Giovanna Purpura. All’accusato, che in aula non viene mai chiamato “papà” dalla figlia, sono contestate anche violenze domestiche nei confronti dei figli e della moglie. Tremende sono state le parole della 17enne in proposito: “Una volta mi ha preso per il collo e ha tentato di strangolarmi. Mi diceva: ‘Devi morire, tu non sei mia figlia’. Avevo perso i sensi e se mia madre non mi avesse rianimato, sarei morta”.
Un altro episodio risale alla scoperta della relazione tra i due amanti: “Ho letto un sms sul suo telefono inviato dalla signora Purpura in cui diceva ‘sei mio, ti amo tantissimo’. Ho chiesto spiegazioni alla Purpura e lei ha detto prima di essersi sbagliata, poi mi ha rivelato di avere una relazione con lui. Ho chiesto conferma a lui e il signor Savalli ha preso un coltello e me lo ha puntato al collo dicendomi: ‘se parli, ti ammazzo”. E non finisce qui, la testimone ha anche raccontato delle varie violenze e percosse inflitte da Savalli alla moglie ed agli altri figli:

Tra quelle mura la mia vita e quella dei miei fratelli era un vero inferno. Eravamo sequestrati in casa. Una mattina andai con il mio ragazzo e sua madre dai carabinieri che però mi dissero che non potevo fare la denuncia perché ero minorenne. Andammo in un’altra stazione e lì mi ripeterono la stessa cosa. Quel giorno andammo nell’abitazione del mio fidanzato, mio padre venne per riportarmi a casa e intervenne la polizia. Andammo in questura. Ai poliziotti ho detto tutto quello che mi faceva. La polizia ha poi sentito i miei genitori. Mia madre ha smentito tutto perché forse lui l’aveva minacciata e i poliziotti hanno creduto a lui. L’indomani, il signor Savalli venne verso di me col dito puntato e mi disse ‘quello che ti faccio è per la tua educazione’. Poi mi picchiò

Le ultime parole conferite dalla teste sono state ancora più cruente, riguardo ai diversi episodi in cui la madre è stata mandata in ospedale in seguito alle percosse subite: “il signor Savalli le ha dato un calcio in faccia rompendole il setto nasale. Mia madre raccontò in ospedale di essere caduta dalle scale perché lui la minacciava di non parlare. Lui la picchiava anche quando era incinta”.

Una vicenda orribile che mette, per l’ennesima volta, sotto i riflettori il tema della violenza domestica. Dalla testimonianza emergono tutte le sensazioni che accomunano la maggior parte di queste storie: la violenza, l’omertà, la paura e l’indifferenza. L’indifferenza da parte delle forze dell’ordine che se ne sono “lavati le mani” perché la ragazza è minorenne. Ed intanto una donna incinta è morta e dei ragazzi, poco più che bambini, sono rimasti orfani di madre. Perché un minorenne che subisce sistematiche violenze domestiche non ha il diritto di denunciare? Dove sono i diritti? Chi ha l’obbligo di difendere i ragazzi da tutto questo? Un caso, questo, che è lo specchio di tantissimi altri ma nulla è mai cambiato. Che vergogna.

 

Bruna Di Matteo