giovedì 15 novembre 2018
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Quando un bambino diviene un “oggetto” dei genitori

famigliaIeri sera sono stata in un locale per sentire un concerto organizzato da amici. Nonostante non ami né la musica ad alto volume, né fare le ore piccole, e quindi sembrare uno zombi il giorno dopo, è stata comunque, con mia grande sorpresa, una piacevole serata in compagnia.

E quindi, mi chiederete, cosa c’entra un concerto con la responsabilità genitoriale? Bene, ora vi racconto.

Mentre il locale si riempiva, arrivano due coppie non giovanissime con i propri bambini, all’incirca di un anno e mezzo, nel passeggino.

Mentre i genitori consumavano le bevande, i piccoli consumavano a mezzanotte il loro latte nel biberon.

Vedendo questa scena, mi sono chiesta: Perché una coppia che non può avere figli deve passare un calvario burocratico e psicologico per ottenere l’idoneità alla genitorialità, mentre questo stesso iter non si applica per una valutazione di responsabilità a chi i figli può averne?!

Dopo questo breve sfogo, torno in me per continuare la riflessione sul significato di responsabilità genitoriale. Troppi sono ancora convinti che si diventa genitori per un semplice accoppiamento (troppo brutale?) oppure attraverso la FIVET, omologa o eterologa che sia, o ancora con l’utero in affitto e chissà quant’altro ancora di quello che ci riserveranno le biotecnologie.

Ma cosa significa veramente essere genitori e qual è la propria funzione?

Non so quanto squilli il Telefono Azzurro ma una cosa è certa, un bimbo piccolo non può prendere il telefono e comunicare agli operatori quanto vorrebbe stare a letto a quell’ora di notte e non doversi riempire lo stomaco di latte solo per tranquillizzarsi e quanto vorrebbe sentire la voce rassicurante di mamma e papà al posto di quell’assordante frastuono.

Intanto proliferano le notizie su pedofili, maestre in asili e scuole che usano modi violenti ma nessuno guarda i genitori nella loro quotidianità e come si comportano con i loro figli, soprattutto i più piccoli. Certe volte sembra che solo violenza fisica e sessuale abbiano diritto di cronaca, mentre quelle due coppie a cui ho accennato sopra, cosa avranno mai fatto di così grave, direbbe qualcuno, per essere additate? Insomma, si può paragonare un’ uscita notturna ad una violenza?!

I bambini non sono oggetti, ma Soggetti che devono godere di un rispetto ed una considerazione che i neo genitori, di qualsiasi età, difficilmente offrono loro.

L’arrivo di un bambino comporta alla coppia delle modifiche strutturali in quanto, non sempre, è il bambino che deve adattarsi ma sono i genitori che dovrebbero ristrutturare le proprie esigenze.  Proprio queste modifiche pongono la coppia genitoriale di fronte al concetto di limite che dovrebbe significare il riconoscere, capire e comprendere ciò che è bene o male, poco o troppo per il proprio figlio. Quindi il limite non va visto in un’ottica limitativa della libertà dei genitori bensì come buon senso di misura.

Il bambino, quindi, non deve assolutamente essere considerato un impedimento o riduzione di opportunità: i suoi bisogni non possono essere negati solo perché i genitori vogliono passare una serata giovanile in un locale.

La cura per il proprio figlio è direttamente funzionale e proporzionale al rispetto delle reciproche età, quindi si sviluppa e modifica di continuo ed i genitori dovrebbero cercare di informarsi sui cambiamenti e sulle sempre nuove esigenze del figlio. Inoltre, per cura non deve intendersi solo la tutela della salute in senso clinico, ma riguarda l’intero sviluppo: fisico, psichico, morale, intellettivo, alimentare, familiare ma soprattutto la capacità di saperlo ascoltare, rispettandone ed accogliendone le esigenze per quello che sono.

Infine ci terrei a chiarire che non era mia intenzione demonizzare quelle due coppie, purtroppo ho spesso riscontrato che i genitori credono sempre di sapere cosa sia meglio per i loro figli. Hanno, frequentemente l’arroganza di rispondere che sono loro a dettare le regole e non devono essere gli altri ad interferire nella crescita dei loro figli, fino a quando non chiederanno aiuto per i problemi che loro stessi hanno generato.

Mi auspico solo che al più presto, questi genitori, si pongano interrogativi su cosa significhino per loro i termini: coppia, figli, famiglia,bambino. Sono sempre più convinta che i genitori moderni abbiano bisogno di essere accompagnati, aiutati ed educati a divenirlo, intendendo per educazione il processo di aiuto nello sviluppo della persona di qualsiasi età.

Invecchiare è obbligatorio, crescere è facoltativo, purtroppo per chi vuole essere genitore, questo non vale. Un genitore che si rifiuta di crescere dovrebbe essere consapevole delle conseguenze che ciò comporta a livello sociale in quanto il bambino di oggi sarà l’adulto-bambino di domani, e ne abbiamo già troppi oggi.

 

Suzana Blazevic

Suzana Blazevic

Laureata in Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale S. Luigi (Na), ha conseguito il Diploma di Counsellor Centrato sulla Persona, Primo Livello presso L’Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona “Anna Gagliardi” (Na), Diploma di Counselor (registrato presso la S.I.Co. ), Diploma di Counselor Filosofico (riconosciuto dalla SICOf e accreditata dalla SICo) presso MetisSoc.Coop. Di Sol. Sociale Onlus (Na) ed un Master inCounseling Filosofico per bambini ed adolescenti presso Metis.Ha inoltre ottenuto un Diploma della Riabilitazione, specializzata nel trattamento del bambino con Paralisi Cerebrali Infantili ed altre forme di lesioni neurologichepresso Centro studi e formazionepermanente “Antoniano” di Ercolano.“Ogni persona che incontri sta lottando con i propri problemi. Sii gentile con lei. Non potrai risolverli al suo posto ma la tua gentilezza forse la incoraggerà a non rinunciare. La tua gentilezza può essere il miracolo che stava aspettando. Spesso, senza saperlo, facciamo veri miracoli.” Charlie Chaplin
A partire da questa affermazione di C. Chaplin, il mio lavoro di terapista della neuro riabilitazione rappresenta una vera e propria immersione nelle problematiche e nelle difficoltà umane, nella malattia e quindi nel dolore e nella sofferenza. Pur non immaginando minimamente che in futuro sarei diventata counselor, per me il lavoro era già un “saper essere in relazione con”, un saper ascoltare e comprendere l’altro. Dal mondo “scientifico” i miei studi si sono spostati in ambito filosofico- teologico, e questo ha aggiunto “un tassello” in più sia per la mia formazione, che per la mia crescita personale, ma soprattutto mi hanno consentito di comprendere sempre di più l’essere umano.