martedì 18 dicembre 2018
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PREVIDENZA: I MOTIVI PER CUI LA PENSIONE PUBBLICA NON LA VEDREMO MAI o TROPPO TARDI!

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Fonte: soldielavoro.it

Dopo le riforme degli anni ’90, il sistema previdenziale italiano, cd. Sistema dei 3 pilastri, si sarebbe dovuto basare su:

  1. Sistema di Previdenza pubblica, che rappresenta la rendita di base, erogata dallo Stato ( Inps/Casse di previdenza, a fronte della contribuzione obbligatoria, con una rendita di base, considerevolmente più bassa rispetto al passato a parità di versamenti, perchè verrà calcolata sui contributi effettivamente versati ( metodo a Capitalizzazione ).
  2. Sistema di Previdenza Complementare, volontaria, a compensazione di quella pubblica che va ridimensionandosi, realizzata a livello di impresa o di categoria di associati, con caratteristiche uguali per gli aderenti ( Fondi Pensione chiusi o aperti ).
  3. Previdenza Individuale, realizzata attraverso le classiche Polizze Vita, lasciata al libero arbitrio del lavoratore, che in base alle proprie future esigenze, è libero di costruirsi una Rendita aggiuntiva a quella percepita dallo Stato e/o dal Fondo Pensione.

Con la Riforma Dini del 1995, vennero a coesistere due sistemi di calcolo differenti, quello RETRIBUTIVO, connesso alla metodo della Ripartizione, esclusivo per coloro che al 31/12/1995 avevano un numero di anni di contribuzione superiore a 18, che calcolerà la prestazione pensionistica basandosi sulle ultime 5 retribuzioni percepite, ed il sistema CONTRIBUTIVO, connesso invece al metodo della Capitalizzazione, in vigore per coloro che inizieranno la contribuzione a partire dal 01/01/1996, che calcolerà le prestazioni pensionistiche in funzione dei contributi effettivamente versati, che verranno capitalizzati virtualmente ad un tasso legato alla crescita del PIL. Il montante così ottenuto sarà convertito in rendita parametrandolo ad un Coefficiente di trasformazione legato all’età del pensionando. Inoltre per i lavoratori che al 31/12/1995, avevano un numero di anni di contribuzione inferiore a 18, venne instaurato un regime cd. MISTO, ovvero Retributivo e Contributivo pro quota.

Il Coefficiente di trasformazione è quel numero magico per cui va  moltiplicato il montante ottenuto, cioè i contributi versati e gli interessi maturati. È logico che quanto maggiore sarà l’età del lavoratore, tanto maggiore sarà il coefficiente, pertanto la rendita percepita, a parità di versamenti effettuati, sarà maggiore per coloro che andranno in pensione ad una età più elevata.

La riforma Dini ebbe il merito di affrontare, dopo almeno un decennio perduto in chiacchiere, il problema pensionistico, reintroducendo il sistema a Capitalizzazione e bloccando il folle sistema Retributivo, folle perché non più adeguato ad una popolazione che andava modificandosi sempre più. Ebbe però anche il demerito di essere stata troppo soft, troppo leggera. Per motivazioni politiche, per non scontentare i partiti politici alle prese con le solite elezioni, per non scontentare i sindacati, per non scontentare le lobby, per non scontentare nessuno in sintesi, ha affrontato il problema solo parzialmente rimandando la questione alle future generazioni e condannando le stesse ad un futuro sempre più povero. In quella occasione si sarebbe dovuto eliminare per sempre il metodo Retributivo, anche per i vecchi iscritti, il meccanismo della Scala Mobile avrebbe dovuto essere rivisto con dei correttivi, e  le prestazioni pensionistiche in funzione dei contributi effettivamente versati, avrebbero dovuto essere capitalizzate virtualmente ad un tasso legato alla crescita dell’indice ISTAT e non a quello del  PIL. Difatti la crisi degli anni 2000, avrà conseguenze anche nefaste sull’assegno pensionistico futuro, perché verrà rivalutato per un indice PIL negativo per diversi anni, quindi non avrà per molti anni alcuna rivalutazione ( almeno non sarà negativo ).

Ecco che, ad inizio anni ’90, comincia a spuntare fuori la parola magica fino allora sconosciuta : Rendita.

Gli italiani, in futuro avranno bisogno di rendita. Come fare ?

In effetti il sistema Pensionistico italiano, fino alle riforme degli anni ’90, è stato molto generoso, anzi troppo generoso, perché oltre a garantire una Rendita Pensionistica elevata, perché basata sul metodo Retributivo, quindi indipendente dai contributi versati, garantiva persino una somma di danaro al momento della cessazione del rapporto di lavoro, la cd. Liquidazione, che solitamente era una somma considerevole. Orbene, il legislatore, intuendo che il reale problema delle future generazioni sarebbe stato quello della Rendita pensionistica, ha pensato bene di far sparire gradualmente la liquidazione cash (cioè versata al momento della cessazione del rapporto di lavoro ed in unica soluzione), per farla rientrare nel cd. Calcolo del TFR (trattamento fine rapporto, che verrà ad essere versata non più cash ed in unica soluzione, bensì sotto forma di rendita aggiuntiva a quella base).

Doppia fregatura quindi: ad una pensione via via sempre minore, corrisponderà anche il venir meno della liquidazione, proprio per compensare in parte la minore rendita di base!

Il problema già di per se grave, non facilmente risolvibile è stato poi aggravato dalla mancanza di informazioni per i cittadini, per l’opinione pubblica e per i lavoratori. Negli anni ’90 l’economia sembrava girare a mille, intervenne poi Tangentopoli per riportarla coi piedi per terra, ma comunque girava ad un ritmo elevato, ed in periodo di vacche grasse sarebbe stato più facile chiedere qualche sacrificio agli italiani, piuttosto che chiederlo quando invece si è in piena crisi economica, finanziaria, occupazionale e sociale come adesso (Legge Fornero).

Se un problema esiste, ma non se ne parla, in realtà non esiste. Non vi è la reale percezione del problema, non vi è la reale considerazione di una esigenza futura, che proprio perché molto lontana nel tempo non riesce ad essere ne percepita ne tantomeno affrontata. Inoltre, la scarsa considerazione e reputazione del mondo delle Banche e delle Assicurazioni, ha certamente acuito la diffidenza dei lavoratori, dei risparmiatori e delle imprese rispetto al Mondo della Previdenza Complementare e Individuale.

In ultimo, poi, vi era una ostentata fiducia nello Stato, non si parlava ancora di crisi economica, non si parlava di problema demografico, non era assolutamente in discussione la solvibilità o il possibile fallimento dello Stato Italiano (cosa che nell’estate 2011 sembrava davvero ad un passo), vi era la certezza che l’ingresso nella zona Euro avrebbe portato vantaggi per tutti, insomma nessuno osava immaginare quello che in realtà sarebbe poi accaduto, vi era la assoluta certezza che lo Stato avrebbe provveduto. Solo negli ultimi anni dopo la crisi del sistema economico/finanziario mondiale, ma soprattutto dopo il 2011, anno in cui la crisi si è abbattuta con estrema violenza sull’Italia, si è finalmente capito che lo Stato è in difficoltà, che le prestazioni pensionistiche, così come quelle dello Stato Sociale, cd. Welfare, diminuiranno sempre di più (assistenza, istruzione, sanità, previdenza etc.), e che pertanto ognuno dovrà fare da se anche in questi settori. A questa percezione, finalmente raggiunta del popolo italiano, sulla insufficienza della futura Pensione Statale, si aggiunge una ulteriore frustrazione per i cittadini e per i lavoratori, la mancanza di soldi da destinare alla Pensione Integrativa.

Massimiliano Notaro