sabato 13 Luglio 2019
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Plastica nell’ambiente, di chi è la colpa?

La manifestazione internazionale per il clima del 15 Marzo, capace di mobilitare milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo, ha anche avuto il grande merito di riaprire con veemenza il dibattito sull’ambiente e sulla effettiva necessità di un cambio di rotta radicale sulle politiche ecologiche da parte dei governi nazionali. L’elevato tasso di disinformazione su questo tipo di tematiche, infatti, fa si che una discreta percentuale della nostra società, veda il problema dell’inquinamento come marginale o di facile risoluzione.

Il nostro pianeta, in
realtà, sta morendo molto più velocemente di quanto noi possiamo anche solo
immaginare, con conseguenze evidenti sulla vita delle specie animali e
vegetali. L’uomo, infatti, a partire dal diciannovesimo secolo, ha iniziato a
lasciare la propria traccia sulla Terra in maniera sempre più evidente,
inquinando l’aria, il terreno e gli oceani con gli scarti tossici del lavoro
delle industrie e, per quanto si cerchi di minimizzare, oramai non si possono
ignorare i campanelli d’allarme lanciati dal nostro pianeta.

Il più eclatante tra
questi, probabilmente, è la formazione di isole di plastica nell’oceano, nelle
quali si aggregano migliaia di tonnellate di rifiuti e microplastiche a causa
delle correnti che li radunano insieme.
Le dimensioni di questi giganteschi disastri naturali galleggianti sono
surreali: si passa dalla più piccola e di recente formazione, la  Arctic Garbage Patch, nel Mar Glaciale Artico,
alla gigantesca Pacific Trash Vortex, nell’Oceano Pacifico, la quale supera per
dimensioni i 700mila km², con alcuni ricercatori che stimano addirittura che
essa copra in realtà un totale di 10 milioni di km², poiché è impossibile
ottenere dati certi di misurazione. Si tratta di veri e propri numeri da
incubo, considerando anche che la Pacific Trash Vortex è solo una delle due
mega-isole di plastica che ingombrano l’Oceano Pacifico ed una delle sette fino
ad ora scoperte in tutto il mondo.

Un numero così spaventoso
di plastiche disperse nell’ambiente, però, non deve servire solo a spaventarci,
ma anche a riflettere su quali possano essere le cause di un tale spreco: è
davvero possibile, come alcuni sostengono, che basti adottare uno stile di vita
più “eco-friendly” per fare la differenza?
La risposta, purtroppo, è no, poiché gli sprechi dei singoli esseri umani sono
irrisori rispetto a quelli delle fabbriche e delle aziende. Si stima, infatti,
che soltanto il 15% della plastica prodotta negli ultimi decenni sia ancora in
circolazione, mentre il restante 85% faccia ora parte dell’ambiente.
A questo punto è giusto chiedersi se quella plastica in eccesso fosse davvero
necessaria, oppure se il principale problema del nostro pianeta sia la
sovrapproduzione incontrollata.

Su un problema ampio e
complesso come questo, però, i singoli hanno ben poco spazio di manovra: sta ai
governi limitare la produzione e pretendere lo sviluppo di materiali più eco
sostenibili, anche se meno adatti alle logiche di consumo e di produzione. La
voce dei centinaia di migliaia di studenti che hanno scelto di protestare
contro il biocidio, dunque, devono continuare a farsi sentire con rabbia, per
arrivare fino ai palazzi di potere, dove tutti gli sforzi per cambiare il
destino del nostro pianeta morente saranno finalmente ricompensati.