venerdì 5 Marzo 2021
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La melancolia di una squadra che non riesce ad osare. Questione di allenatore, questione di obiettivi

Obiettivi e risultati. Ungaretti avrebbe probabilmente racchiuso in due parole, alla sua maniera, il percorso di una squadra di calcio nel corso di una stagione sportiva.

E stando a tale relazione, a Rino Gattuso si può obiettare ben poco. Chiamato lo scorso anno allo scopo di risollevare il Napoli dalle macerie Ancelottiane, di campo e di spogliatoio, proiettandolo nuovamente nella zona Champions, la missione pare francamente compiuta, pur con i fisiologici momenti di incertezza palesati lungo il cammino.

La squadra ad oggi campeggia nelle zone alte della classifica, non lontano dalle primissime posizioni, con una sfida decisiva ancora da recuperare. A ben vedere, il percorso di rinascita della squadra, sotto l’insegna “gattusiana”, è stato finanche costellato dalla vittoria di un trofeo nell’orribile anno 2020, che va orgogliosamente ad aggiungersi alla bacheca partenopea, nonché da una prestigiosa finale di Supercoppa Italiana, risoltasi favorevolmente al nemico – tutt’altro che in forma smagliante – per alcuni episodi sfortunati.

Tali premesse impongono una onesta riconoscenza della piazza al tecnico calabrese che, con la garra ad egli connaturata, non ha esitato a raccogliere una delicata sfida in una complicata piazza come quella napoletana.

Tuttavia, le ultime settimane mettono in luce l’inesorabile impotenza di questo gruppo ad alzare l’asticella oltre l’ordinario, raggiungendo continuità di gioco, di risultati, di identità tattica. La sconfitta odierna di Verona ne è prova tangibile, ancor più della disfatta di Supercoppa, di qualche sera fa.

Il Napoli d’oggi, in continua quanto infruttuosa e claudicante rincorsa alla zona scudetto – anelata dalla piazza da ormai tempo immemore – ricorda le romantiche fatiche di Sisifo, notoriamente caratterizzate dalla ostinata tenacia del protagonista ma dai risultati deludenti.

Questo mood, fortemente radicatosi negli ultimi mesi, getta la squadra – e probabilmente lo stesso Gattuso – in una dimensione melancolica, di rassegnazione perenne, dovuta alla sensazione di “non potercela fare” a raccogliere un traguardo che, tutto sommato, quest’anno parrebbe alla portata di parecchie squadre, differentemente da quanto accaduto da 10 anni a questa parte, e perciò anche del Napoli.

Una melancolia costellata, peraltro, da sfortunati episodi, anche personali, che hanno afflitto i componenti di questo gruppo, a partire dal mister, alle prese con una invalidante patologia autoimmune all’occhio, per finire alla vicenda paradossale di Osimhen, travolto da problemi alla spalla prima e dal Covid poi.

Tutti indizi di una cronica “inettitudine”, di Sveviana memoria, che caratterizzano un gruppo – allenatore in testa – che sente di dover svolgere, coram populo, una missione in realtà di gran lunga superiore alle proprie possibilità.

Ed è in quest’ottica che va giudicato l’operato di mister Gattuso: allenatore pugnace di una squadra cui si chiede una concreta qualificazione in zona Champions ovvero allenatore della consacrazione definitiva della squadra, funzionale al raggiungimento della vetta nazionale?

Gli obiettivi li pone la società e non sempre coincidono con le speranze della piazza, della pancia del tifo. Ma, ciò nondimeno, gli obiettivi devono essere chiari e dichiarati. La conferma di Gattuso alla guida tecnica del Napoli – ad oggi messa in dubbio da molti – dovrà esser in linea con gli obiettivi sportivi societari che, se coraggiosamente (e finalmente) proiettati verso il tricolore, la renderanno quanto mai improbabile.

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