lunedì 10 dicembre 2018
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Ma Jair Bolsonaro è davvero un fascista?

Il 28 Novembre 2018, Jair Bolsonaro, candidato di estrema destra del Partito Social-Liberale brasiliano, ha sconfitto al ballottaggio il successore di Lula Fernando Haddad, aggiudicandosi la carica di presidente del paese con più del 55% dei voti.
La sua campagna, basata sulla liberalizzazione delle armi, sul razzismo, sull’omofobia e sul machismo ha portato la sinistra, in sud America come in tutto resto del mondo, a chiedersi come sia possibile che in un paese governato per così tanti anni dal Partito dei Lavoratori.

Si torna a parlare, ancora una volta, di minaccia fascista: dopo Trump negli Stati Uniti, la Le Pen in Francia e Salvini in Italia, ancora una volta la sinistra moderata e democratica decide che l’unico modo per combattere il conservatorismo dilagante è additare come fascista e nazista qualsiasi cosa che si muova.
Indipendentemente dall’efficacia che questa strategia ha dimostrato nel corso degli anni, ovvero nessuna, è legittimo domandarsi una cosa: ma Jair Bolsonaro è davvero un fascista?

L’interrogativo trova subito risposta in un semplice ma fondamentale dato: il sindacato degli operai metallurgici brasiliano, uno dei più grandi al mondo, non è stato sciolto dalle forze di Bolsonaro.
Si può dunque definire fascista un partito che, per quanto reazionario e conservatore, permette il libero dibattito? Probabilmente no.
Un altro dato da non ignorare, è quello del 55% dei voti guadagnati dal PSL durante le elezioni, poiché si tratta di un partito che fino a pochi anni prima faticava a raggiungere lo 0.1%.
Non è nata una dittatura militare in Brasile, dunque, ma un governo democratico di estrema destra.

Cercare di trovare il fascismo dove questo non è presente, allora, potrebbe essere semplicemente una tattica, un modo per screditare l’avversario, ma questa sembra essere decisamente una mossa poco furba, per un semplice motivo: non ha mai funzionato e, alle volte, ha anche rinforzato quegli stessi avversari che si cercavano di abbattere.
Con questo, non si cerca di giustificare la spregevole misoginia che il nuovo presidente brasiliano ha orgogliosamente mostrato durante il periodo delle elezioni, ma si prova a dare un nuovo contegno alla sinistra mondiale che, sull’altare dell’antifascismo, ha deciso di smettere di lottare per i diritti dei lavoratori.

Il sopracitato sindacato degli operai non è stato sciolto nonostante Bolsonaro possieda una forte influenza sull’esercito, infatti, anche perché le proteste sono state quanto mai blande e prive di contenuto, simbolo di una classe operaia che non vede in Haddad la stessa figura proletaria che vedeva in Lula.
Un esempio, quello brasiliano, che però si è già visto, in misura diversa, anche con Renzi e con la Clinton, che dopo aver sbraitato contro il fascismo dimostrato dai loro rivali, si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano.
Cosa resta, dunque, alla sinistra, in Brasile come nel resto del mondo? Purtroppo non molto, se non la possibilità di imparare dai propri errori, invertire la tendenza e continuare a combattere l’oppressione e la dittatura senza, però, abbandonare la classe lavoratrice a se stessa, poiché questa troverà sempre un nuovo capopopolo a guidarla.