lunedì 2 Settembre 2019
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Ad Hong Kong continuano le proteste

Hong Kong è ancora assediata dai manifestanti anti-cinesi dopo addirittura 13 settimane dai primi focolai di protesta: se inizialmente, infatti, il Capo Esecutivo della città, Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, avesse garantito che la polizia avrebbe reagito alla manifestazione senza ricorrere a metodi repressivi, le ultime notizie riferiscono di una escalation di violenza che ha portato addirittura alla guerriglia urbana.
Se la situazione nell’ex protettorato inglese, dunque, non è delle migliori, anche a Pechino le sfere più alte del Partito Comunista Cinese iniziano a tremare per il futuro di Hong Kong.
Oltre agli squilibri economici portati da questa crisi, infatti, il governo di Xi Jinping ha paura dell’eventuale propagarsi della rivolta sulla falsa riga di quelle ancora recenti della regione dello Xinjiang, stavolta all’interno dei confini della Repubblica Popolare Cinese.

Il motivo delle proteste è
lo stesso che animò le prime operazioni di dissenso nel 2014: l’avvicinarsi del
2047, anno in cui, secondo l’accordo sancito tra Regno Unito e Cina,
l’handover, Hong Kong passerà in maniera molto più stringente nell’area di
influenza di Pechino.
A quest’eventualità, vista come catastrofica dalla maggior parte dei cittadini
di Hong Kong, si aggiunge anche la preoccupazione per i nuovi accordi
sull’estradizione tra Cina ed Hong Kong, che potrebbero essere usati dalle
autorità cinesi per riportare in patria i dissidenti politici fuggiti dalle persecuzioni
del governo di Xi, legalizzando di fatto i rapimenti che si sono susseguiti a
Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino è stata in molte occasioni
ritenuta la principale mandante.

Tra i protagonisti di
questa situazione caotica, oltre ai già citati governi hongkongese e cinese, si
è dunque aggiunto anche il movimento di protesta degli Umbrella, i quali hanno
richiesto elezioni libere e democratiche, per evitare l’ingerenza di Pechino
nella vita economica e politica del cosiddetto “porto fiorito”. I vertici del
governo cinese, però, non sembrano avere la minima intenzione di accogliere le
richieste degli attivisti, per paura che il desiderio di una democrazia di
stampo occidentale possa espandersi nel resto del paese, preferendo invece la
soluzione repressiva.
Al momento, dunque, né l’”Umbrella Movement” né il PCC, sembrano avere
intenzione di indietreggiare, nonostante i manifestanti stiano perdendo
numerosi consensi a causa della natura violenta del movimento. L’unica cosa
certa, per ora, è che le proteste sembrano lontane dal terminare.