giovedì 15 novembre 2018
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Le detenute diverranno imprenditrici: è giusto?

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Le detenute italiane. Foto: oneminutesite.it

Oggi le donne detenute in Italia sono 2.847, più della metà sa cucire e solo il 5% può confidare su vere e proprie opportunità di lavoro offerte da aziende e imprese sociali. Inizia così “Sigillo”, la prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditorialità delle donne detenute nelle carceri ed una nuova immagine di economia sostenibile. Il progetto, presentato a Roma, è il marchio del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) con cui si attesteranno la qualità e l’eticità dei prodotti realizzati all’interno delle sezioni femminili di alcuni dei più frequentati penitenziari italiani. Ha spiegato Luisa Della Morte, direttore dell’agenzia “Sigillo”: “Se davvero vogliamo creare occupazione quindi riabilitazione, per le donne detenute, dobbiamo fornire nuovi strumenti professionali alle imprese sociali, affinché siano in grado di consolidarsi e crescere sul mercato. Per fare questo, però, bisogna abbandonare le logiche assistenzialistiche ed essere innovativi nelle proposte, individuando forme di dialogo tra profit e non profit. Il nostro primo obiettivo rimane l’incremento dell’offerta occupazionale per le donne detenute negli istituti penitenziari italiani, così che possano avviare quei percorsi di riabilitazione attraverso il lavoro che, lo dicono i dati, sono in grado di limitare al 10% il rischio di recidiva. Purtroppo, però, le logiche di mercato e la rinnovata cultura sociale richiedono uno sforzo aggiuntivo. Occorre sperimentare nuove forme di armonizzazione e coordinamento delle esperienze presenti ed essere capaci di farle diventare azioni di un piano strategico di intervento comune. Bisogna, poi, promuovere un modo di porsi, un linguaggio imprenditoriale, un modello di impresa sociale”.

In totale sono cinque le associazioni che prenderanno parte all’iniziativa e che si sono distinte per le capacità imprenditoriali nel corso degli ultimi anni: la cooperativa sociale Alice, attiva nelle carceri di San Vittore e Bollate affiancata dalla cooperativa sociale Camelot, la cooperativa sociale Uno di Due titolare del brand Papili Factory operante nell’ex carcere di Vallette ora Lorusso-Cotugno di Torino. C’e’ poi la cooperativa sociale Officina creativa e 2nd Chance artefici del successo Made in carcere che operano negli istituti penitenziari di Lecce e Trani. Accanto a loro, anche l’esperienza manageriale del consorzio Sir di Milano, ed il sostegno di Banca Prossima e dell’Università Bocconi di Milano. Un’iniziativa che farà discutere: da un lato è giusto occupare le detenute e dar loro un lavoro, lo scopo degli istituti penitenziari è proprio quello di recuperare gli individui. Ma è da considerare anche che a causa dell’ondata di crisi, in Italia per le donne “libere” lavoro non c’è ne. E’ giusto permettere alle detenute di occupare posti di lavoro? Non si dovrebbe invece pensare prima alle donne “per bene”? tutti si dedicano a questa nuova iniziativa e come al solito i comuni cittadini vengono posti all’angolo, dimenticati. Perché nessuno si riunisce per incrementare l’offerta occupazionale per le donne (ed anche per gli uomini) al di fuori delle carceri? Quali sono le vostre opinioni in merito?

 

Bruna Di Matteo