Un corpo solo, una voce, un violoncello. E un cervo che emerge dall’ombra della memoria. Sabato 3 ottobre, alle ore 20.00, il Teatro Trianon Viviani di Napoli, in Piazza Vincenzo Calenda 9, ospita in prima nazionale CERVUS – La morte e la primavera. Dai “Diari” di Vaslav Nijinsky (Primo studio), una nuova creazione di Fabrizio Varriale prodotta da Akerusia Danza, nell’ambito della Stagione Danza 2026/27 del teatro.

Ideatore, coreografo, autore della scrittura scenica e unico interprete in scena, Fabrizio Varriale abita da solo lo spazio del palcoscenico, dando corpo e voce a uno degli episodi più laceranti della storia della danza del Novecento. Alla scrittura scenica di Varriale si intrecciano la drammaturgia testuale di Giuseppe Pompameo, musiche di Igor’ Fëdorovič Stravinskij con interventi di musica dal vivo del violoncellista Marco Di Paolo. Il disegno luci è di Libero de Martino; assistente alla coreografia e alla scrittura scenica è Chiara Alborino; direzione e coordinamento artistico di Elena D’Aguanno

Punto di partenza sono i Diari di Vaslav Nijinsky, il danzatore e coreografo di origini polacche che li scrisse in quarantacinque giorni, tra gennaio e marzo del 1919, alle soglie della malattia mentale. Quaderni febbrili, sospesi tra lucidità e vertigine, che restituiscono la forza e la fragilità dell’animo umano e la mente visionaria di un artista diventato emblema della danza moderna.

Sulla scena, Nijinsky è ormai confinato in una clinica, luogo della memoria dove riaffiorano la vita affettiva, la ricerca di Dio, il sacrificio, la follia. Accanto a lui prende forma un’altra presenza, immaginaria e potente: quella di un cervo, archetipo spirituale e messaggero tra il mondo umano e quello divino. Simbolo del legame primordiale e istintivo tra uomo e natura, tra conscio e inconscio, il cervo è forza selvaggia, ancestrale, sacrale e ciclica, e il suo sacrificio danzato, come ne Le Sacre du Printemps di Stravinskij, è necessario perché la primavera possa tornare.

Ne nasce un monologo fatto di corpo e voce, in cui la danza diventa preghiera e rito di im-possibile salvezza, e i segni della scena si fanno specchio della condizione umana, tra echi di narrazione e demoni interiori.

«Non racconto la storia di Nijinsky: attraverso i segni della scena ne riscrivo il dramma interiore. Il corpo diventa rito, e la danza l’unica preghiera possibile per provare a dare un senso alla vita e alla morte», spiega Fabrizio Varriale.

«Con Cervus Akerusia Danza continua a sostenere una ricerca coreografica capace di interrogare il presente attraverso i grandi nodi dell’esistenza. Fabrizio Varriale porta in scena un lavoro necessario, intenso e coraggioso, che trasforma la fragilità in una potente forma di verità», dichiara Elena D’Aguanno, direttrice e coordinatrice di Akerusia Danza.

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