sabato 17 novembre 2018
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Le celle zero: un mistero irrisolto delle carceri italiane

mano dalla cellaFederico Perna, 34 anni, muore a Napoli l’8 novembre 2013, nel carcere di Poggioreale. Per problemi cardiaci, o almeno questo è quel che risulta dall’autopsia. Il grido di sua madre, Nobila Scafuro, contro il sistema giudiziario italiano: suo figlio era affetto da epatite c, cirrosi epatica e da un disturbo borderline di personalità, ma le due istanze di scarcerazione e la richiesta di misure alternative alla detenzione sono rimaste inascoltate. Dalle numerose carceri in cui è stato, Federico scriveva alla madre che veniva picchiato dalle guardie. La signora Scafuro racconta in un’intervista di essersi recata più volte in carcere, a Poggioreale, per vedere il figlio, e di averlo potuto incontrare solo dopo numerose insistenze, trovandolo in pessime condizioni, con ferite sul corpo.

carcere di poggiorealePer lui viene aperta una inchiesta della magistratura e una, interna, disposta dal Guardasigilli Anna Maria Cancellieri. Federico purtroppo non è l’unica vittima di presunte violenze del carcere: sono oltre cinquanta, oramai, le confessioni raccolte dai magistrati napoletani sui maltrattamenti nella famigerata cella zero di Poggioreale. Secondo i racconti dei detenuti la cella si trova al piano terra ed è un vero e proprio luogo di tortura, isolato dalle telecamere, in cui i carcerati vengono portati dai secondini senza motivazione, per poi essere denudati, picchiati e umiliati. La cella è umida, vuota, ha le pareti e il pavimento sporche di sangue ed escrementi. I detenuti parlano di percosse: “Ci picchiano a mani nude o con uno straccio bagnato, per non lasciare segni sul corpo”, verbalizza uno di loro nella sua denuncia, “alcuni hanno in mano un manganello, ma lo usano solo per spaventarci”. Mentre incassano le botte, i detenuti iniziano a sanguinare. La paura di entrare in contatto con liquidi infetti è enorme. Ecco perché “tutti gli agenti mentre picchiano indossano guanti di lattice”. Ai pestaggi seguono le minacce: “Uno di loro mi ha detto: ‘ se provi a riferire quello che hai visto te la faccio pagare. Vuoi andare a farti medicare in infermeria?”. “Inutile aggiungere che nessuno di noi ha il coraggio di farsi portare dagli infermieri ma sopporta il dolore in silenzio, o al limite si fa medicare alla meno peggio dai compagni di cella”. Questo è il tragico racconto di uno degli ex detenuti, che descrive la brutalità di vicende che sembrano proporsi oramai da anni nel carcere di Poggioreale. Le accuse sono rivolte alla polizia penitenziaria, a una “squadretta” che secondo i detenuti sarebbe composta da tre o quattro agenti, ai quali i carcerati hanno assegnato appunto diversi soprannomi, come “ciondolino”, “melella”, “piccolo boss”. Tutti riconoscibilissimi, visto che avrebbero agito a volto scoperto.
Polizia penitenziariaLa procura di Napoli ha aperto ufficialmente due fascicoli distinti su presunti abusi nel carcere di Poggioreale. Al dramma della «cella zero», ancora presunto, si aggiunge quello, certo, delle condizioni di detenzione: nel carcere più affollato d’Europa manca l’essenziale, dalle medicine all’assistenza medica, cibo e acqua scarseggiano. E alla miseria che si vive dentro, in cella, si aggiunge il contesto sociale all’interno del quale Poggioreale è inserito: le file della vergogna, interminabili ed ignobili code a cui i parenti dei detenuti sono costretti per ore, se vogliono visitare i carcerati. In Campania sono 7.940 i detenuti nei 17 istituti di pena, 2.100 in più rispetto alla capienza delle celle. Ma Poggioreale non è l’unico luogo di tortura: arrivano segnalazioni dal carcere di Opera, su una certa “cella 24”, ad Asti è stata fatta un’inchiesta dal Corriere della sera ed è stato intercettato un discorso tra due guardie, nel quale si fanno chiari riferimenti ad atti di violenza nei confronti dei detenuti. Della violenza nelle carceri si sa, tuttavia, ben poco. Su internet le grida di rabbia di alcuni genitori: oltre al caso di Federico Perna, si parla di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi (la mamma ha venduto tutto quello che aveva per pagare avvocati e periti, ultimamente ha messo in vendita il proprio rene per poter pagare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo: la battaglia legale va avanti da 10 anni). Gli altri non li conosce nessuno: Manuel Eliantonio, Carlo Saturno, Bohli Kaies, Raffaele Montella, Aldo Tavola, Stefano Guidotti, Antonino Vadalà, Mauro Fedele, Gregorio Durante, Giuseppe Rotundo e troppi altri.
Katiuscia Favero aveva denunciato un medico e due infermieri dell’Opg di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, per ripetute violenze sessuali nei suoi confronti, dopo la denuncia è stata trovata impiccata a un albero in un recinto accessibile solo al personale medico-infermieristico, e spariscono anche le perizie ginecologiche effettuate dopo la denuncia. Caso chiuso. Nel 2008 verranno assolti sia il medico che gli infermieri denunciati da Katiuscia, per mancanza di prove. 
“Ci aveva provato Carlo Saturno a denunciare le violenze subite nel carcere minorile di Bari” ricorda Laura Baccaro, autrice con Francesco Morelli del dossier Morire di carcere pubblicato su Ristretti Orizzonti. Anche lui è stato sfortunato: era l’unico testimone ed è morto impiccato una settimana prima dell’udienza in cui doveva deporre. Anche questo processo si è chiuso per mancanza di prove. Risulta sempre difficile trovare delle prove per accuse del genere, accuse simili è anche molto pericoloso ipotizzarle: il sistema “tende a proteggere sé stesso”, come afferma Andrea Fruncillo, ex agente penitenziario di Asti che ha assistito ai pestaggi e ha testimoniato quello che accadeva quotidianamente in cella, il carcere non si presta a “cambiare le carte in tavola”, è un sistema chiuso, da cui trapela solo quello che si vuole far trapelare. Non tutti credono alle denunce dei detenuti: si veda ad esempio la reazione di Donato Capece, leader del Sappe (Sindacato autonomo Polizia Penitenziaria), che ritiene che le accuse siano solo menzogne, e afferma che “i detenuti, ormai, l’hanno presa come una moda quella di denunciare violenze”, o quella di Teresa Abate, direttrice della Casa Circondariale di Poggioreale, che dice di non riscontrare atti di violenza, nonostante lei giri molto per i reparti.
C’è chi ci ha provato a denunciarli, ma in Italia molti processi sono finiti in prescrizione per mancanza del reato di tortura nel codice penale italiano (il testo che introduce tale reato e prevede una specifica aggravante nel caso in cui sia commesso da un pubblico ufficiale è stato infatti approvato soltanto il 5 marzo 2014). Un ex detenuto, dopo aver subito violenze da parte degli agenti e aver taciuto in un primo momento, perché terrorizzato dalla presenza in infermeria di uno dei secondini che lo avevano picchiato, ha segnalato gli abusi alla Garante dei detenuti, la signora Adriana Tocco, che davanti a queste denunce si è sentita in dovere di portare tutto all’attenzione della magistratura: “E’ un reato penale grave e ovviamente devo comunicarlo nel frattempo al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria” afferma, e ricorda di aver presentato “da tempo una denuncia firmata da 50 detenuti per maltrattamenti, e ancora non è accaduto nulla”. “Ho sentito parlare molte volte – aggiunge – del piano zero. Io non l’ho mai visto ma prossimamente chiederò”. È il paradosso di una giustizia che lotta contro sé stessa, ma se si riuscirà ad aprire uno spiraglio nelle indagini, e se le accuse risulteranno vere, i genitori dei detenuti potranno finalmente ridare ai loro figli parte della dignità di cui un sistema giudiziario sbagliato li ha privati.
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Erika Chiappinelli

Redattrice at Linkazzato.it
Erika Chiappinelli, nata a Napoli, laureata in Lingue e Letterature straniere all'Università degli Studi di Napoli L'Orientale, attualmente lavora come guida turistica. Ha trascorso un periodo a Berlino come studentessa Erasmus, al termine del quale ha deciso di tornare nella sua amata Napoli. Si è recentemente avvicinata alla scrittura giornalistica e, appassionata di musica africana e di fotografia, vorrebbe intraprendere la carriera di fotoreporter.