martedì 13 novembre 2018
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Un tuffo nell’Italia degli anni ’20 è la bisbetica di Andrej Konchalovskij

Ntfi050613LaBisbeticaDomataIMG_8366PhSalvatorePastoreQuando succede che un cast di attori straordinario capisce perfettamente le intenzioni di un regista altrettanto straordinario, succede il teatro. Ed il teatro è successo mercoledì 29 gennaio al Mercadante dove c’è stata la prima de “La Bisbetica Domata”opera shakespeariana, rappresentata in chiave ancora più allegra dalla maestosa regia di Andrej Konchalovskij, artista russo già sceneggiatore di due capolavori di Andrej Tarkovskij, regista di film interpretati da Kurt Russel, Sylvester Stallone, Jim Belushi. Già nel cartellone del Teatro Festival di Napoli, lo spettacolo torna in città fino al 9 febbraio per chi se lo fosse perso l’estate scorsa.  I ritmi sono serratissimi, i cambi scena innumerevoli, gli spiriti di tutto il cast intensi e perfettamente calati nella parte, dalla più piccola caratterizzazione alla più importante; l’ambientazione è l’Italia degli anni ’20 delle reclame liberty del Campari, dei grammofoni Columbia, Olivetti,  di signorotti ricchi di buone abitudini e rispettosi delle usanze dell’epoca, senza però paura di aggirarle. Caterina, una brillante Mascia Musy, è un’indomabile nevrastenica, e nessuno vuole prenderla in moglie; Bianca la sorella, la finto-buonista Serena Galdini è bella ed appare dolce, tutti la corteggiano ma non potrà convolare a nozze prima della sorella maggiore, così ha deciso il padre Battista, splendido Vittorio Ciorcalo che si muove come un convinto mussoliniano ma di contro ha i baffi di Salvador Dalì. La crocchia di corteggiatori ed un’opportunista interessato solo al denaro della famiglia Minola, faranno in modo da far sposare Caterina per poi prendersi in moglie Bianca. Federico Vanni, è un arguto Pietruccio futuro sposo di Caterina, che con una strategia molto singolare si ritroverà una donna affabile ed obbediente. I dialoghi tra loro sono impetuosi carichi d’intensità, intelligenza, ironia, veloci. Come tutta la commedia in cui le scene sono proiettate più che costruite, con tanto di sedie ai lati e cambi d’abito a vista come se si stesse assistendo ad una farsa a suono di charleston e tanghi diffusi da un vecchio grammofono a tromba; tutti però, dentro o fuori scena, partecipano ai fatti.

In una recente intervista rilasciata al quotidiano “la Repubblica”, Konchalovsij racconta il suo legame con Fellini, “In tutto quello che io faccio c’è un po’ di Fellini, perché credo di essere in molte cose un suo successore. Fellini è come Gogol, ama tutti, indistintamente. Come Dio. Ama anche le persone mostruose. Gli sono tutti simpatici”. Come, infatti, risultano essere tutti simpatici i protagonisti della messa in scena, dimostrando il fatto che per quanto si possa stravolgere un’opera sono i personaggi a caratterizzarne la vera riuscita e la bravura del regista a dirigerli; continua infatti, “La nostra messa in scena è un viaggio nell’ignoto. Non so dove approderemo, navighiamo a vista. L’importante secondo me è capire la persona, il carattere di quella persona e ogni volta può essere diverso. Se il mio Petruccio lo recitasse Mastroianni avrebbe un carattere, se lo facessero Franco Nero o Alberto Sordi ne avrebbe altri due. Le parole però sarebbero state sempre le stesse”.

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