mercoledì 19 dicembre 2018
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Napoli, barriere architettoniche, la città che (dis)abilita

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Le barriere architettoniche. Foto: fisd.it

A Napoli, ogni volta che si esce di casa risulta abbastanza semplice, quasi naturale, raggiungere una zona a piedi, in bus o in metropolitana. Esclusi i soliti e gravi dissesti cittadini riguardanti manti stradali, buche, orari dei mezzi pubblici e quant’altro,  potremmo concludere che, in un modo o nell’altro, è possibile raggiungere una meta. E se fossimo su una sedia a rotelle? Sarebbe possibile? Assolutamente no. Nella condizione in cui versa la città, una persona con limitata capacità motoria o sensoriale (erroneamente definita “disabile”) non potrebbe far altro che restare in casa o girare nei dintorni, se assistita. Perché? Il problema fondamentale nel capoluogo campano, come purtroppo in molti altri, consiste nelle onnipresenti barriere architettoniche. Problema, questo, che molto spesso non ha la considerazione e la sensibilizzazione che giustamente merita.
Ma cos’è una barriera architettonica? È qualsiasi elemento costruttivo che impedisce, limita o rende difficoltosi gli spostamenti o la fruizione di servizi, e ciò riguarda in modo particolare le persone “disabili”. Un elemento che non costituisce un ostacolo per un individuo (generalmente “abile”) può invece essere di ostacolo per un altro ( generalmente “disabile”). Ed è proprio per questo motivo che la questione viene sottovalutata dalla maggioranza: perché il concetto di barriera viene percepito in maniera diversa da ogni individuo. Il bisogno di garantire al maggior numero di persone il diritto alla libertà di movimento, ha portato alla ricerca di parametri comuni che consentissero di limitare il criterio di soggettività e portare così all’abbattimento delle barriere architettoniche. Concretamente come facciamo a riconoscere una barriera architettonica? Gli esempi classici sono: scalini alti, porte strette, pendenze eccessive e spazi ridotti. Esistono innumerevoli casi di barriere meno evidenti, come parapetti “pieni”, che impediscono la visibilità ad una persona in carrozzina o di bassa statura; banconi da bar troppo alti, sentieri di ghiaia o a fondo dissestato. Nel caso di persone non vedenti possono essere rappresentati da semafori privi di segnalatore acustico od oggetti sporgenti.
Cosa prevede la legge a riguardo?
La legge italiana che tratta il problema dell’accessibilità è la legge 13/89, la quale stabilisce i termini e le modalità con cui deve essere garantita l’accessibilità ai vari ambienti, con particolare attenzione ai luoghi pubblici. Il D.M.236/89, nello specifico, individua tre diversi livelli di qualità dello spazio costruito:

  • Accessibilità: possibilità per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale di raggiungere l’edificio e le sue singole unità immobiliari e ambientali, di entrarvi agevolmente e di fruire di spazi ed attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia.
  • Visitabilità: possibilità per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale di accedere agli spazi di relazione e ad almeno un servizio igienico di ogni unità immobiliare.
  • Adattabilità: possibilità di modificare nel tempo lo spazio costruito a costi limitati, per renderlo fruibile anche da parte di persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale.

Sempre il D.M. 236/89 stabilisce anche, per gli edifici e gli spazi privati, i parametri tecnici e dimensionali correlati al raggiungimento dei tre livelli di qualità sopra riportati: per esempio le dimensioni minime delle porte, le caratteristiche delle scale, la pendenza delle rampe pedonali, gli spazi necessari alla rotazione di una sedia a ruote, le dimensioni degli ascensori e le casistiche della loro necessità, le caratteristiche di un servizio igienico accessibile ed altri. I  P.E.B.A. o Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (art. 32 della legge 41/86 e art. 24 comma 9 della legge 104/92) sono uno strumento che ha la finalità di conoscenza delle situazioni di impedimento, rischio ed ostacolo per l’utilizzo di edifici e spazi pubblici ed hanno, quindi, lo scopo di attuare concretamente azioni di progettazione per l’innalzamento della qualità della rete di servizi, tempi e occasioni fornite dalla città. In base alla legge, dunque:

Strutture esterne:

  • Percorsi: I collegamenti orizzontali esterni devono essere scevri da scalini, avere una larghezza minima di cm 120 ed una pendenza massima dell’6%.
  • Posteggi: nei parcheggi con oltre 15 posti deve essere previsto un posteggio per i diversamente abili. Negli autosili o nei parcheggi pubblici il rapporto è di un posto ogni 50 posteggi.

Gli edifici:

  • Ingresso: l’ingresso dell’edificio non deve essere munito di scalini e deve avere una larghezza minima di cm 80.
  • Percorsi: i collegamenti orizzontali interni devono essere scevri da scalini e presentare una larghezza minima di cm 120.
  • Ascensori: le dimensioni minime degli ascensori devono essere di cm 110×140 e la porta deve presentare una luce netta di passaggio di cm 80.
  • Sanitari: negli stabili pubblici almeno un locale sanitario deve presentare le dimensioni di cm 165×180, avere una porta di cm 80 che si apra verso l’esterno ed essere arredato secondo norma.
  • Porte: tutte le porte devono presentare una larghezza minima di cm 80. 

Apprese queste nozioni, adesso è il momento di guardare in faccia la realtà. A Napoli, nelle nostre città, è davvero tutto a norma? Nonostante nella città partenopea siano state effettuate opere di abbattimento, come si nota in alcuni punti della metropoli, non è ancora abbastanza. Dove sono i semafori con i segnalatori acustici? Un esempio tangibile di barriera architettonica vigente a Napoli è rappresentato dalle fermate delle stazioni della linea 2 della metropolitana. Consideriamo Piazza Leopardi nel quartiere Fuorigrotta. Entrare con una carrozzina è impossibile, perché l’accesso alla stazione si trova su un marciapiede molto alto. Continuando il percorso virtuale, arriviamo alla biglietteria e le obliteratrici sono poste troppo in alto per una persona di bassa statura o per chi è paraplegica. Ma l’ostacolo più evidente consiste in una ripidissima e lunghissima scalinata che conduce ai treni (tra l’altro difficoltosa per tutti), unico modo per accedervi data l’assenza di ascensori. Morale della favola: un “disabile” non può usufruire della metropolitana. Il disagio non esiste solo a Fuorigrotta, bensì su tutta la linea ferroviaria da Pozzuoli a Piazza Garibaldi. Per non parlare del vero e proprio accesso al treno: la distanza tra gli scalini del mezzo e il pavimento della fermaata è davvero eccessiva sia per un “disabile” che non, tanto è vero che nel corso degli anni si sono verificati diversi incidenti anche gravi.

Questi sono solo alcuni esempi, ma vi assicuriamo che la città è piena di barriere architettoniche a partire dai palazzi (alcuni ancora senza ascensori), agli esercizi commerciali ed alle strutture pubbliche. Non voltiamo le spalle, sensibilizziamoci tutti affinché anche i diversamente abili conquistino i loro diritti, in primis il sacrosanto diritto di vivere una vita normale. Perché essere un “disabile” non significa essere una persona “non abile” ma un individuo che ha abilità diverse dagli altri e che nel 100% dei casi sono solo qualità e talento in più.

 Bruna Di Matteo