Un esercito di divise, vetrine blindate e saracinesche abbassate. Poi il corteo sfila senza incidenti e termina davanti a Palazzo San Giacomo. Ma il vero problema sembra essere chi protesta contro il caro vita, non chi è costretto a subirlo ogni giorno.

Napoli, ancora una volta, mette in scena un paradosso che meriterebbe ben più di qualche riga di cronaca. Da una parte, un imponente schieramento di forze dell’ordine: Polizia, Guardia di Finanza, Carabinieri, uomini in tenuta antisommossa. Dall’altra, studenti e lavoratori che scendono in strada per protestare contro il caro vita, contro prezzi sempre più insostenibili e contro una quotidianità in cui anche fare la spesa rischia di diventare un lusso.

Il corteo, alla fine, è stato pacifico. Nessun danno, nessuna devastazione, nessun episodio di violenza. I manifestanti hanno attraversato le strade e concluso la loro marcia davanti a Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli.

E allora la domanda è inevitabile: a cosa è servito tutto quello spiegamento di forze? Quale emergenza si è materializzata, al di là di quella rappresentata dalla semplice presenza di persone che rivendicavano il diritto di protestare?

Garantire la sicurezza pubblica è un dovere delle istituzioni, così come proteggere cittadini, commercianti e manifestanti. Ma la sicurezza non dovrebbe trasformarsi in una rappresentazione permanente dell’emergenza, né la protesta pacifica dovrebbe essere accompagnata da un clima capace di far immaginare scenari ben più gravi di quelli che poi si verificano.

Ma se la città è blindata, c’è un conto che nessuno mette in pagina.

Il centro cittadino si è preparato alla manifestazione come se dovesse affrontare un assedio. Vetrine protette con pannelli di legno, saracinesche abbassate, attività commerciali chiuse o comunque costrette a fare i conti con l’incertezza della giornata.

Per i commercianti, il problema è concreto. Una giornata di lavoro persa può significare incassi mancati, spese che restano da pagare e ulteriori difficoltà per chi già fatica a tenere in piedi la propria attività.

Ma chi paga il prezzo di questa paura preventiva? E quanto pesa, sull’economia del centro, una narrazione dell’ordine pubblico che finisce per trasformare ogni corteo in una potenziale minaccia?

Non si può attribuire automaticamente alle istituzioni ogni scelta di chiusura: ciascun commerciante avrà avuto le proprie ragioni e le proprie valutazioni. Tuttavia, è legittimo chiedersi se un simile clima di allarme sia davvero proporzionato a ciò che accade nelle strade. Perché oggi, almeno stando all’esito della manifestazione, la realtà ha raccontato una storia diversa da quella evocata da tante precauzioni: il corteo è passato, non ha provocato danni e si è concluso pacificamente. La paura, invece, aveva già fatto il suo ingresso in città.

La teoria del terrore: dividere per non ascoltare?

È qui che si apre la questione politica. Non servono necessariamente scontri o manganelli perché una protesta perda la propria ragione d’essere nel racconto pubblico. A volte basta che l’attenzione si sposti dalle ragioni della manifestazione ai disagi che essa potrebbe provocare, dai contenuti agli scenari di tensione, dalle rivendicazioni alle vetrine da proteggere.

È il meccanismo del divide et impera: separare chi protesta da chi lavora, mettere studenti e lavoratori contro i commercianti, alimentare il sospetto reciproco tra persone che, in realtà, potrebbero trovarsi dalla stessa parte della barricata.

Perché anche il commerciante che abbassa la saracinesca deve fare i conti con il caro vita. Anche chi gestisce un piccolo negozio paga bollette, affitti, forniture e tasse. Gli interessi non sono necessariamente contrapposti ma il rischio è che vengano raccontati come tali.

Non occorre immaginare un piano deliberato per riconoscere gli effetti di questa dinamica: quando la paura occupa tutta la scena, le ragioni sociali della protesta finiscono facilmente in secondo piano. Le ragioni degli studenti e dei lavoratori scompaiono dalla cronaca.

Ed ecco il secondo paradosso. Studenti e lavoratori scendono in piazza per denunciare il costo crescente della vita, ma la loro voce rischia di essere soffocata proprio dalla narrazione costruita intorno alla manifestazione.

Si parla del dispositivo di sicurezza, delle strade presidiate, delle attività chiuse, dei possibili disordini. Molto meno spazio resta per la domanda fondamentale: perché queste persone hanno sentito il bisogno di scendere in strada?

Quali salari devono bastare per affrontare affitti, bollette e spesa alimentare? Quali prospettive hanno i giovani che studiano e lavorano senza riuscire a costruire una reale autonomia economica? Quanto deve ancora aumentare il costo dei beni essenziali prima che il disagio venga considerato

Al supermercato, intanto, le ragioni della protesta sono sempre più evidenti. C’è un’immagine che vale più di molte analisi: quella di un cittadino davanti allo scaffale della frutta e della verdura, costretto a controllare il prezzo di ogni prodotto prima di metterlo nel carrello.

Mentre in strada si dispiegano uomini e mezzi per garantire l’ordine pubblico, fuori dai supermercati si consuma ogni giorno una battaglia molto meno spettacolare, ma decisamente più diffusa: quella tra stipendi che non crescono abbastanza e prezzi che continuano a pesare sui bilanci familiari.

È da questa realtà che nasce la protesta. Non dal desiderio di creare disordini, ma dalla necessità di rendere visibile un disagio che, per chi lo vive ogni giorno, non ha più nulla di astratto.

La manifestazione si è conclusa davanti a Palazzo San Giacomo. Le strade torneranno alla normalità, le saracinesche si rialzeranno e i pannelli di legno verranno rimossi. Ma il problema che ha portato studenti e lavoratori in piazza resterà esattamente dov’era. Resterà nelle buste paga che non bastano, nei carrelli della spesa sempre più leggeri, nelle famiglie costrette a rinunciare a qualcosa e nei giovani che chiedono un futuro meno precario.

E mentre si discute di ordine pubblico, al supermercato il conto continua a salire.

Il corteo, almeno per oggi, è finito. La protesta, invece, è ancora tutta da ascoltare.