C’è un giorno, nel calendario civile italiano, che non resta mai fermo sulla carta: il 25 aprile si muove, cammina, canta, attraversa le piazze, risale i cortei, si infila nei discorsi pubblici. Ma è una memoria che la politica fatica ancora a pronunciare.
Da Nord a Sud, la risposta è arrivata dalle strade. Milano, città simbolo della Resistenza, ha visto il tradizionale corteo snodarsi fino a piazza Duomo, tra bandiere, cori e una partecipazione ampia e trasversale. A Roma, all’Altare della Patria, il rito istituzionale della corona al Milite Ignoto si è affiancato a una costellazione di iniziative diffuse nei quartieri, segno di una memoria che non si lascia confinare nelle cerimonie ufficiali. E così anche a Torino, Bologna, Firenze, Palermo. cortei, concerti, incontri, letture hanno trasformato la ricorrenza in qualcosa di vivo, non museale.
E poi Napoli, dove il corteo ha attraversato la città con una densità quasi fisica, come se la storia non fosse passato ma corrente ancora attiva. Non è un caso: le Quattro Giornate non sono un capitolo lontano, ma una radice profonda.
In strada, associazioni e cittadini hanno dato corpo a una memoria che non chiede permesso per esistere. Ovunque la generazione Z è stata in prima linea. Accanto alle piazze, scuole e università hanno lavorato per cucire il filo tra generazioni: incontri, progetti, testimonianze. Perché la Resistenza, se resta solo commemorazione, rischia di diventare eco; se invece entra nel presente, torna ad essere voce.
In questo quadro, il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tracciato una linea netta. La Liberazione, ha ricordato, è il fondamento della democrazia italiana, non una parentesi della storia. Libertà, giustizia, solidarietà sono parole che non appartengono al passato, ma al vocabolario di una Repubblica che voglia riconoscersi tale, soprattutto in un contesto internazionale attraversato da conflitti e tensioni.
Eppure, mentre il Paese reale riempie le piazze e le istituzioni più alte non parlano con chiarezza. Una parte della politica continua a muoversi come su un pavimento scivoloso. Presenze timide, dichiarazioni calibrate al millimetro, formule che aggirano il punto centrale: la celebrazione della sconfitta del nazifascismo.
Non è una questione di tono, ma di sostanza. In un Paese nato dalla Resistenza, la cui vita sociale è tutta in una Costituzione profondamente antifascista, l’imbarazzo nel pronunciare fino in fondo il significato del 25 aprile non suona come prudenza, ma come un tentativo nostalgico di riscrivere la storia recente di questo paese in senso diametralmente opposto a ciò che è stato. Come se quella parola, “Liberazione”, fosse ancora per alcuni troppo ingombrante da dire senza note a margine.
La conseguenza è una frattura che si ripresenta puntuale: da una parte le piazze, piene, plurali, spesso guidate anche da giovani che chiedono chiarezza; dall’altra una politica che, almeno in parte, sembra restare in bilico tra riconoscimento formale e distanza sostanziale. E ogni anno il copione si ripete, con variazioni minime e lo stesso nodo irrisolto.
Forse è proprio qui che il 25 aprile conserva la sua forza più scomoda: non permette di nascondersi dietro la ritualità. Costringe a scegliere, a dire, a riconoscere. Non solo cosa è stato, ma da che parte si sta, oggi.
Così, mentre le bandiere tornano a piegarsi a fine giornata e i cortei si dissolvono, resta una domanda che non si lascia archiviare: può una democrazia permettersi di celebrare a metà la propria nascita? Il 25 aprile, ogni anno, risponde con le piazze. La politica, non sempre, riesce a stare al passo.
